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Una giornata particolare, tra il ricordo di Moro e il valore della Costituzione

25aprile1945.jpgdi Pierluigi Castagnetti

da Gazzetta di Reggio, 25 aprile 2008

Questo 25 aprile è particolare. Non solo perché lo celebriamo nel sessantesimo anniversario della nostra Carta Costituzionale e nel trentesimo dell’assassinio di Aldo Moro. Quell’assassinio come quello di altre vittime innocenti del terrorismo e del brigatismo, stanno lì a ricordarci che la nostra democrazia non solo è nata dal sangue di tanti generosi patrioti, ma è stata conservata e difesa con il prezzo della vita di tanti altri cittadini comuni, uomini politici, magistrati, giornalisti, poliziotti e carabinieri, anch’essi eroi, anch’essi innocenti.
E’ particolare per il clima politico e culturale in cui si trova il paese.
Intanto sta diradandosi la schiera dei testimoni di quel tempo e la conservazione della memoria è sempre più affidata a generazioni successive per le quali la memoria è tramandata e non vissuta, priva cioè di quel pathos che ne è parte integrante. Ma il clima è segnato inevitabilmente dalla perdita di pudore storico di una parte di uomini pubblici che da un po’ di tempo, osando ciò che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe osato, dichiarano l’intenzione generica di voler riscrivere la storia e quella specifica di voler riscrivere il codice genetico della nostra democrazia repubblicana. Proprio quel punto preciso, cioè la Resistenza, momento generativo della democrazia e della Costituzione, viene messo in discussione, perché ritenuto momento di divisione del paese. Dopo anni di lavoro per la riconciliazione politica di un paese che allora effettivamente fu diviso, e di riconoscimento, anche da parte di chi allora pensava diversamente, del valore unitario della Carta, oggi c’è chi propone di regredire o – se si vuole – approdare a un limbo genetico della nostra democrazia, la quale per essere oggi condivisa da tutti dovrebbe rinnegare la propria paternità.
Tutto ciò è assai grave e triste. E’ vero che questo tempo di relativa spensieratezza storica favorisce la strutturazione di colpevoli amnesie e rimozioni, così come è vero che il pragmatismo a-ideologico dominante sembra quasi pretendere la smemoratezza storica. Ciò non libera però le classi politiche dall’onere e dalla responsabilità di rendere onore sempre alla verità.
Nella nostra Città, il commissario di Forza Italia, on. Fabio Garagnani, come altri suoi colleghi di partito ha proposto di sostituire la festa della Liberazione con quella del 18 aprile (1948) o di unificarla con quella del 2 giugno (1946). Personalmente sono molto legato a queste ultime date, ma nessuna delle due può rappresentare ciò che rappresenta il 25 aprile.
Gli errori imperdonabili di cui si sono macchiati alcuni partigiani negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, se è vero che lo feriscono in modo profondo non cancellano il valore storico della lotta di liberazione. Una generazione di giovani, comunisti, socialisti, democristiani e liberali, che si solleva contro il nazismo occupante e la dittatura fascista (nella versione particolarmente sanguinaria della Rsi) sua complice, per affiancare le truppe anglo-americane, rischiando e patendo sofferenze e morte, per conquistare la democrazia merita un ricordo perenne e grato da parte di tutti. Cosa c’è di più unitivo di un popolo della fede nella libertà e della passione per la dignità di ogni uomo che animò quei giovani ? E’ vero che altri giovani, altrettanto generosi, furono mossi da una fede opposta, e meritano – soprattutto quanti hanno pagato con la loro vita – il massimo rispetto. Ma la storia non è il luogo in cui si mediano le ragioni e i torti. Le ragioni rimangono tali e i torti pure.
Perché, allora, questa reticenza priva di pudore nel fare memoria di un dato di oggettiva e semplice verità storica ?
Il 12 marzo 1947 proprio Aldo Moro all’assemblea costituente pronunciò un discorso netto, duro come inevitabilmente duri erano ancora quei tempi, che a me pare possa essere riletto e oggi accettato da tutti con pacificata serenità: “ mi sembra che questo elementare substrato ideologico nel quale tutti quanti noi uomini della democrazia possiamo convenire, si ricolleghi appunto alla nostra comune opposizione di fronte a quella che fu la lunga oppressione fascista dei valori della personalità umana e della solidarietà sociale. Non possiamo […] fare una Costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro Paese un movimento storico di importanza grandissima, il quale nella sua negatività ha travolto per anni le coscienze e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza […] ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale”.

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