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L’uomo politico più pio e più laico

moro.jpgIntervento dell’On. Pierluigi Castagnetti durante la commemorazione del Pres. Aldo Moro

Livorno, 9 maggio 2008

Sono molto grato a Giorgio Kutufà per avermi offerto una occasione straordinaria. Credo che tutti abbiamo vissuto l’intensità di queste ore, a partire dalla celebrazione eucaristica, con il discorso del vescovo Monsignor Giusti per finire con questo ricordo che è una vera e propria lezione, partendo appunto dall’eredità di Aldo Moro, di Monsignor Ablondi. In queste ultime settimane è uscito il libro di Anna Chiara Valle “Parole, opere ed omissioni” in cui è ricordata la particolare partecipazione, in quei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, di Monsignor Ablondi, ma oggi abbiamo capito che quella offerta di “scambio di prigionieri” non era un episodio estemporaneo, c’era in quel gesto di generosità, fatto insieme ad altri due confratelli Vescovi, la consapevolezza di ciò che ha significato quella vicenda per la democrazia italiana ma nondimeno per la chiesa italiana. La consapevolezza del vuoto, del deserto, della terra bruciata, che avrebbe lasciato l’uccisione così cruenta di un grande costruttore di democrazia, protagonista da cattolico impegnato della vita politica del Paese per tanti anni.
Questo 9 maggio cade proprio nel trentennale dell’assassinio di Aldo Moro.
La immagine della Renault rossa, i più anziani qui presenti la ricordano molto bene, ci resta impressa nella memoria con le parole del maestro Mario Luzi, “acciambellato in quella sconcia stiva, abbiosciato sacco di già oscura carne”. Scriveva infatti di quella fotografia il grande poeta “fuori da ogni possibile rispondenza con il suo passato e con i suoi disegni, fuori atrocemente o ben dentro l’occhio di una qualche silenziosa lungimiranza, quale non lascia tempo di avvistarla la superinseguita gibigiana”. La gibigiana, ovvero una cosa simile al balenio di luce riflesso da un corpo lucido, il flash di una macchina fotografica, questa è l’immagine che ci è rimasta impressa.
Cercherò insieme a voi oggi di rispondere ad alcune domande, che quell’assassinio ci ha lasciato: perché ? Perché proprio lui ? Perché quel sequestro ? Perché quell’assassinio ?
Rispondo alla prima: perché era l’uomo politico attorno cui si costruiva il compimento della democrazia, quel disegno di democrazia integrale di cui lui ha parlato per tutta la vita. Compimento inteso non come modello astratto, ma come possibilità concreta.
Quest’anno celebriamo anche il sessantesimo della nostra carta costituzionale. La nostra costituzione è vissuta 30 anni con Aldo Moro e 30 anni senza. Sarebbe interessante confrontare questi due periodi per misurare il valore dell’accompagnamento politico della nostra vita repubblicana da parte di uomini, come Moro, che avevano pensato e scritto la carta costituzionale. Forse Moro è stato scelto come bersaglio anche per questo dato emblematico oltreché perché, come ho detto, era l’uomo politico che si era data come missione quella di rendere compiuto il disegno democratico, cioè di rendere attuabile e attuata la Costituzione, attraverso la compiuta integrazione politica di tutte le forze che avevano scritto la Costituzione.
Dopo l’allargamento della base democratica iniziato negli anni ’60, con la nascita del primo centro sinistra, già allora, per merito soprattutto di Moro che lo aveva preparato come segretario della Dc e poi realizzato come capo del governo insieme al Vice Presidente Pietro Nenni, all’inizio degli anni ‘70, la scena internazionale è segnata dalla vicenda del Cile. Enrico Berlinguer scrisse tre saggi su Rinascita, in cui come segretario del Partito Comunista Italiano delineava un percorso per il suo partito che lo portasse alla condizione effettiva di “gestore” del governo. Poi ci fu il referendum del 1974 sul divorzio, il cui esito scosse Moro ai cui occhi rivelò l’esistenza di una Italia diversa rispetto a quella dei 25 anni precedenti. Avete fatto bene a scegliere per le letture che abbiamo ascoltato parecchi degli scritti di Aldo Moro che si soffermano sul tema dei diritti, che rappresentano il cuore dei suoi interessi proprio in quegli anni. Moro, dopo il risultato del referendum, fece un discorso importante al consiglio nazionale della Democrazia Cristiana, in cui appunto disse che dopo quel risultato tutto era cambiato. Poi arrivarono le elezioni amministrative del 1975 con il grande successo del PCI nelle grandi città italiane, e quelle politiche del 1976.
La D.C. e il PCI dopo le elezioni del 1976, non erano in grado di prescindere l’una dall’altro. Erano gli anni durissimi, intensissimi dell’ingovernabilità, dell’inflazione a due cifre, del terrorismo e di tanti assassini.
Ricordo di avere ascoltato uno degli ultimi discorsi di Moro fatto nel gennaio del 1978 a Bologna, in cui si soffermò su quello che considerava il problema maggiore della democrazia italiana di allora, dicendo, (mi permetterete di ricordare a memoria, non avendo scritto il testo di questa relazione, sia questa citazione che altre che farò in seguito): “quando io vedo l’immagine di un giovane con in mano una P38 mi interrogo sui limiti della democrazia. Se un giovane arriva a tanto vuol dire che non crede più nella possibilità di affermare le cose di cui è convinto attraverso gli strumenti della democrazia. Il fatto che crescano generazioni o una parte delle nuove generazioni, senza la fiducia nel metodo democratico, che è il metodo del confronto, del dialogo, della persuasione, del convincimento, il fatto che crescano dei giovani senza questa fede, questa fiducia nella democrazia rappresenta il grande problema della democrazia”
Ha ragione Monsignor Ablondi quando per parlare di Moro lo ha fatto raccontandolo come cultore della democrazia e dello Stato. Ci sono interventi bellissimi all’inizio della sua carriera politica in cui egli si rivolge soprattutto ai cattolici, tradizionalmente diffidenti verso lo Stato, invitandoli non solo a credere nello Stato ma ad amare lo Stato, a voler bene allo Stato. Le lezioni di filosofia del diritto che tiene nel 1945 – 46 all’università di Bari, pubblicate da Caccucci, andrebbero rilette perché lì c’è tutto il pensiero che svilupperà e cercherà di realizzare poi nella sua lunga leadership politica.
Ma torniamo alla seconda metà degli anni settanta. Proprio due giorni fa su “Avvenire” è uscita una intervista di uno dei suoi più stretti collaboratori, il dottor Tullio Ancora, oggi presidente emerito del Consiglio di Stato, che riferisce del colloquio che in casa sua Moro ebbe con il segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, nei primi mesi del 1978: “noi non possiamo partire subito con una alleanza di governo”, disse Moro in modo prudente ma non pavido. Egli aveva infatti una straordinaria capacità di cogliere il respiro e il passo della storia e sapeva che la politica non poteva forzare il passo della storia, altrimenti avrebbe rischiato di soccombere. Per questo avvertiva Berlinguer che ancora non era giunto il momento dell’ingresso dei comunisti nel governo.
Il segretario del P.C.I. gli rispose: “allora se è così, perché non guida lei questo governo?”. E Moro: “no, potrei creare preoccupazioni e reazioni in America, accettate Andreotti, che è più ben visto negli Stati Uniti”. Emerge anche qui la grandezza di un uomo che non si è mai fatto trascinare dalle ambizioni personali. Non era alla ricerca di una qualche gratificazione, era guidato esclusivamente dal senso di responsabilità verso il Paese. In quella occasione ricordava bene che gli americani
cominciarono a diffidare di lui sin dagli anni ‘60, quando cominciò la prima esperienza del centro sinistra. Diffidavano di lui da allora da un lato gli Stati Uniti e dall’altro la conferenza episcopale italiana. Il cardinale di Genova Giuseppe Siri, si oppose con tutte le sue forze a quella collaborazione con i socialisti perché diceva: poi ci sarà la deriva! Ed ammoniva Moro a tenere conto di quelli che allora venivano definiti “sacri ammonimenti”.
C’era in lui visibile tutta la fatica del cristiano per la responsabilità di dover accompagnare la storia spesso in solitudine tra la diffidenza dei tuoi stessi amici. Poi nella Chiesa arriverà un Papa, Giovanni XXIII, che invece mostrerà molta comprensione. In ciò consiste appunto la fatica del politico cristiano di fronte alla incomprensione di chi avverte o vorrebbe avvertire come più prossimo, più vicino, quando sente il suo come un dovere ineludibile verso la storia e verso l’umanità. Ma, dagli anni sessanta, torniamo alla fine degli anni settanta quando nacque quello che venne definito il compromesso storico, e dove, a mio avviso, si annida la ragione politica di quell’evento che portò Moro verso un destino tanto tragico.
Chi lo uccise ? E’ un’altra domanda che periodicamente viene riformulata.
Lo uccisero le Brigate Rosse, non ho dubbi. Io sono di Reggio Emilia, possiamo dire che le Brigate Rosse sono nate a Reggio Emilia nel senso che il nucleo fondatore era lì. Nei giorni scorsi, alla presentazione nella mia città del più bel libro sulle “lettere dalla prigionia”, fra i diversi che sono usciti in queste settimane, quello di Miguel Gotor, era presente anche Gallinari, in silenzio, in un angolo della sala, io non me ne ero accorto. Miguel Gotor che pure lo aveva visto solo in fotografia invece se ne era accorto, gli si è avvicinato e prima ancora di porgergli la parola si è sentito dire: “io non sono quello che lei cerca, credo che stia sbagliando persona”, e invece era lui. E poi ha aggiunto: “sarebbe importante parlare di quel periodo, è difficile farlo dopo tanti anni, bisognerebbe esserci stati dentro alle cose”. Un tentativo di difesa piuttosto goffo da parte di uno dei maggiori e dei più duri brigatisti. Ma, proseguiamo, il 16 marzo scorso ho fatto (scusatemi questi ripetuti riferimenti personali, ma li faccio perché per me sono state esperienze importanti) un paio di commemorazioni dell’uccisione dei cinque agenti e del rapimento Moro con Sergio Zavoli, partendo dalla visione del filmato de “La notte della Repubblica” che aveva fatto dieci anni fa per la televisione.
Le Brigate Rosse erano nate dall’ostilità verso il cammino di progressiva “occidentalizzazione” del Partito Comunista Italiano. I loro comunicati paranoici di quel periodo dicevano di questo presunto tradimento che sentivano di dover impedire. Non a caso era insistente l’allusione alla Resistenza tradita. Giampaolo Pansa ha scritto nei tempi recenti delle violenze e degli assassini consumati dai partigiani negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra. E’ riuscito a rispondergli, da par suo, prima di morire, Ermanno Gorrieri che fu capo partigiano dicendogli: “ma scopri l’acqua calda!”. Era noto infatti, non solo a Gorrieri, che una parte di partigiani comunisti, numericamente modesta, riteneva che la Resistenza fosse solo la prima parte di una rivoluzione da completare. Una parte, numericamente modesta, di loro non consegnò le armi, e non a caso all’inizio della loro esperienza terroristica i brigatisti utilizzarono proprio queste armi, dopo aver lungamente frequentato questi ex partigiani.
Al di là della passione tutta italica per i retroscena, questa è la ragione di fondo, la motivazione “razionale” che attivò all’inizio il terrorismo brigatista.
Il compromesso storico per chi aveva questa idea rivoluzionaria (obiettivamente malata) rappresentava il definitivo tradimento dell’idea rivoluzionaria. In quelle lunghe interviste contenute nella trasmissione di Zavoli mi ha particolarmente colpito quella a Moretti, l’uomo che sparò a Moro il colpo decisivo, il quale dice (ricordo nuovamente a memoria): “sì, avevamo mandato un messaggio l’ultimo giorno, perchè avevamo saputo che Fanfani avrebbe fatto un discorso alla riunione della direzione della Democrazia Cristiana. Lo abbiamo mandato attraverso un emissario della famiglia dicendo che sarebbe bastato un segnale, però sapevamo che non potevamo non ucciderlo, la sentenza era stata scritta. Avevamo consultato tutta la nostra rete di brigatisti in giro e questa era la volontà di tutte le Brigate Rosse, pressoché unanime, del resto – continuo a riferire il discorso di Moretti – se non lo avessimo ucciso sarebbe fallito il disegno politico delle Brigate Rosse, cioè avremmo segnato la nostra fine”.
E’ giunto il momento, in questo trentesimo anniversario, di dire, dunque, con chiarezza questa verità, che è la verità per cessare almeno una parte degli equivoci. Fermo restando che gli Stati Uniti non amavano Moro e detestavano il disegno di solidarietà nazionale e che, molto probabilmente i loro servizi non hanno fatto niente, ove lo avessero potuto, per aiutare gli investigatori italiani, non possiamo tacere la verità dell’inequivocabile responsabilità dei brigatisti per questo assassinio.
Non possiamo, ha ragione Miguel Gotor, regalare ai brigatisti oggi, anche solo il minimo alibi storico, politico e morale.
Loro hanno avuto la possibilità di dire tutto e non lo hanno ancora compiutamente fatto, non possono, dunque, godere l’alibi del dubbio, circa la loro assoluta responsabilità. Moro scrisse 97 lettere dalla prigionia, alla stampa ne arrivarono solo 8, altre vennero scoperte, nel settembre del 1978, nel covo di via Monte Nevoso a Milano, altre nel 1990, nello stesso posto, nell’ ormai famosa intercapedine. E’ del tutto evidente che permangono lati oscuri. Chi ha rimesso in quella intercapedine le fotocopie (gli originali non sono mai stati trovati) o le versioni dattiloscritte ? Tutto questo è ancora oggetto di indagine ma è altrettanto vero che Moro e la sua scorta sono stati uccisi dai brigatisti. Del resto, ripeto, loro avrebbero avuto ed hanno ancora oggi la possibilità che non esercitano, di fornire tutti i chiarimenti in loro possesso, quelli che ancora noi non siamo riusciti ad ottenere. Zavoli, in occasione del dibattito di cui vi ho parlato disse di essersi trovato nella stanza di Zaccagnini un giorno, quando gli venne recapitata una delle lettere più struggenti di Moro, quella in cui faceva riferimento sia alla responsabilità politica di Zaccagnini, che al loro strettissimo legame affettivo. In quel tempo, poiché c’era una forza politica, il Partito Socialista Italiano, che insisteva sulla possibile trattativa, Zaccagnini d’improvviso chiese a Zavoli di accompagnarlo in via del Corso, nella sede del PSI (che era tra l’altro il partito di Zavoli), per sentire quali possibilità Craxi avesse da suggerire. Tornarono però a mani vuote: “niente di concreto”, fu il commento di Zavoli. Un altra domanda che qualche volta i giornalisti pongono, a me, e a tanti altri, lo hanno fatto anche pochi minuti fa, è questa: che cosa ha da dire Moro oggi? Rispondo che a me pare sia un errore trascinarlo nel nostro tempo, in mezzo alla durezza dei problemi che sono assegnati nella nostra epoca. C’è un suo pensiero bello che ricordo volentieri: “piacerebbe a tutti vivere domani e possibilmente dopodomani, ma la provvidenza, i suoi disegni in perscrutabili ci hanno assegnato l’oggi e quindi ci compete accettare e vivere le incertezze del momento presente”. Ognuno di noi può avere proprie valutazioni su dove sarebbe collocato oggi Moro, in quale parte dello schieramento politico, ma non è giusto per nessuno dire una parola su questo tema. Moro ha vissuto nel suo tempo e non nel nostro tempo. Chissà come sarebbe stato il nostro tempo se lui fosse vissuto. Bloch diceva che gli uomini sono figli dei loro tempi a volte più che dei loro padri, e Moro era, del suo tempo, figlio e padre: padre nel senso che in un qualche modo era uomo dotato dell’intelligenza politica per dominare, in una qualche misura, anche il tempo che viveva.
Da lui possiamo solo cogliere alcune lezioni importanti e non superate, ma non indicazioni politiche per l’oggi.
Moro era uomo di straordinaria capacità nel delineare gli scenari futuri e costruire il cammino per avvicinarli. Non era un politologo in senso stretto, aveva l’attitudine del politologo nel senso che aveva la capacità di pensare il futuro, ma era uomo politico autentico, perchè aveva la capacità di costruire le condizioni, per entrare nel futuro. Se debbo dire di una nostalgia che io sento rispetto all’idea di politica che si sta affermando oggi, a destra e a sinistra, è proprio di questa straordinaria, silenziosa, lungimiranza (come disse di lui in un altro memorabile ricordo Mario Luzi).
La capacità di guardare avanti e di non farsi imprigionare dalle convenienze anche elettorali del presente, perché per Moro la politica serve solo se sa pensare e condurre nel futuro.
Robert Musil fa dire ad un suo personaggio che “la politica è il luogo in cui si decide ciò che accade”, ecco, oggi ho spesso la sensazione che la politica sia diventata davvero il luogo in cui si decide ciò che accade, cioè non si decide niente, si prende atto di ciò che accade, ma questa non può più avere la caratteristica della politica, questa è l’assenza della politica.
Moro era poi un uomo molto curioso. Ricordo che un giorno, andando a commemorarlo all’università di Bari, un suo collega e amico profondo mi raccontò un episodio: quando veniva a Bari negli ultimi tempi – mi disse – era solito ricevere amici che volevano salutarlo e anche cittadini comuni che da tempo gli avevano chiesto un incontro. Era un problema organizzativo soprattutto per il suo segretario che doveva mettersi sulla porta e costringere gli incontri dentro il limite insuperabile dei 5 minuti; si formavano delle code lunghissime dal mattino fino a sera tardi. Un giorno – continuò questo professore – entrò davanti a me, un contadino, e non uscì dopo 5 minuti, neanche dopo 10, dopo 15, uscì dopo un’ora e mezzo, e diversamente dagli altri ospiti Moro stesso lo accompagnò sulla porta per scusarsi con quelli che erano in attesa dicendo: “mi scuso con voi per avervi costretto ad aspettare tanto, ma dovevo imparare molte cose”. Ecco, l’uomo politico che doveva imparare cose anche dalla persona apparentemente più umile. Un altro ricordo. Quando ero un giovane democristiano, rimasi colpito ed anche un po’ scosso quando, all’inizio degli anni settanta, nacque il movimento di Comunione e Liberazione con una manifestazione in uno stadio di Milano e i giornali riprodussero una fotografia di Moro in mezzo a questi ragazzi, sugli spalti. A un giornalista che gli chiese conto della sua presenza rispose: “perchè io voglio capire, voglio conoscere”.
Baget Bozzo dirà di lui che era uomo “dotato di troppa autorevolezza e troppo poco potere”. In effetti la sua corrente non raggiungeva il 10 per cento nel partito, eppure non si muoveva foglia, che lui non la avesse previsto, indicato, suggerito. Era insomma uno di quegli uomini la cui autorevolezza trasmetteva tranquillità, come se ognuno potesse dire “ sebbene io in questo momento non riesco a vedere, so che c’è qualcuno altro che riesce a vedere, dunque, posso essere tranquillo”.
Se mi chiedete allora quale altra nostalgia sento, risponderei: proprio questa, di uomini che sanno trasmettere sicurezza e speranza.
Era un uomo guidato da un grande senso dello Stato. In una delle lettere, dalla prigionia parla dei problemi dello Stato, delle riforme istituzionali, in un’altra parla della necessità di riformare i partiti, tutti temi che sono all’ordine del giorno ancora oggi. Una particolare sensibilità la sua che derivava dal fatto che alla assemblea costituente era stato protagonista nel definire il modello democratico del nostro paese e nel prevedere anche quei problemi futuri che sarebbero stati poi i nodi con cui avrebbe dovuto fare i conti la democrazia italiana.
C’è un altro suo discorso bellissimo fatto nel momento della approvazione dell’attuale articolo 2, che per me è il cuore della Costituzione.
Lì c’è tutta l’originalità della cultura dello stato di Aldo Moro, e degli altri giovani costituenti cristiani. Questi giovani poco più che trentenni (i cosiddetti “professorini”) facevano parte della “commissione dei 75” che redasse la prima bozza della Costituzione. In quella sede dovettero soccombere perché prevalse la tesi del Presidente di quella commissione, Meuccio Ruini, e di altri costituenti più anziani nel prefigurare un modello ispirati dalla costituzione francese in cui si dice appunto che la Repubblica è la fonte dei diritti dei cittadini. Moro e La Pira si opposero. La Pira fece un intervento appassionatissimo in cui disse (cito sempre a memoria): “ma io non accetto, non accetto che ci sia qualcuno o qualche cosa che è fonte, cioè che mi concede diritti, perchè se c’è qualcuno o qualche cosa che concede i diritti, i miei diritti, vuol dire che questi miei diritti un giorno potrebbero anche essere revocati per una esigenza superiore. Perchè sono nato, perchè sono uomo, perché sono cittadino, io sono titolare di questi diritti, non perchè è la Repubblica a darmeli. La Repubblica deve solo riconoscerli e garantirli”.
Questi “ragazzi” costituenti erano allora ancora un po’ ingenui, non avevano capito la tecnica delle assemblee legislative, però quando la bozza della “Commissione dei 75” arrivò all’assemblea generale, andarono da Togliatti, da Calamandrei, da Benedetto Croce e li convinsero ad appoggiare la loro tesi, cioè costruirono sul loro testo un blocco di maggioranza. Il testo venne infatti modificato com’è oggi, per questo possiamo dire che il passaggio dal verbo fondare al verbo riconoscere, la novità più significativa apportata alla bozza proposta dalla “commissione dei 75”, è il cuore della nostra Costituzione. Una operazione meritoria soprattutto di costituenti come Moro. Quel verbo “riconoscere” infatti dice che c’è qualche cosa che precede la Costituzione, che precede la Repubblica, che precede tutto. La Repubblica può solo riconoscere quei diritti che sono intangibili, che sono intoccabili, che sono nativi per l’uomo, per ogni uomo. E’ evidente che uno Stato così, che deve riconoscere, preservare, custodire, tutelare e difendere e garantire i tuoi diritti, quelli che sono iscritti nella natura dell’ uomo, non può che essere amato. Ecco perché Moro esortava i cristiani, così solitamente prudenti e incerti verso l’impegno politico a lavorare perché tutti imparassero a non avere paura, anzi ad amare lo Stato.
Serve allora la pazienza necessaria, l’intelligenza competente per far funzionare questo Stato, per allargarne la partecipazione, la sua base sociale, per fare sì che anche chi si sente minoranza alla fine si senta ugualmente protetto. Emblematica una gustosa polemica che Moro ebbe con Lucio Colletti all’indomani delle elezioni del 1976, quando questi scrisse sull’Espresso: “Voi democristiani siete tornati vincitori perchè sono tanti i preti, i frati, i monaci e le monache che vi hanno votato…” e lui, di rimando: “ma, professor Colletti, non ci sono 14 milioni di monaci e di monache in Italia. Lei continua a non capire qual è la vera ragione del nostro successo: anche chi non ci vota si fida di noi, perchè sa che nell’esercizio del potere terremo conto pure delle sue ragioni. Perché questa è la nostra idea dello Stato, uno Stato tutore dei diritti di tutti, ma proprio di tutti”. Oggi si griderebbe ad un’idea “inciucista” della democrazia, ma non era così. Era una precisa idea dello Stato, quella che vuole che le elezioni servano a definire chi vince e chi governa, ma non possono essere utilizzate per dire che chi ha perso non ha alcuna ragione che meriti di essere ascoltata. Chi governa ha una responsabilità in più, quella di farsi carico di chi non è riuscito a vincere, ma aveva delle ragioni, che in una qualche misura debbono essere considerate. Fate voi, se volete, il paragone con oggi.
E da ultimo, ma non ultimo, dobbiamo dire, che Moro era un uomo politico guidato da una profonda ispirazione religiosa. C’è un suo pensiero pubblicato in “Presenza Spirituale” del 1946 che ci fa capire che cosa è quella ulteriorità che è la fede, nell’uomo politico (questa volta però lo leggo, per essere preciso): “La nostra fede non è una chiara visione di contorni reali, definiti, ma una profonda tensione dello spirito, che sa vedere con altro sguardo che non sia l’umano”. Con altro sguardo, il senso dell’ulteriorità, insomma. E continua: “Una fede autentica apre vie nuove e profonde, dà vita ad una storia che non è comparabile con la vicenda di ogni giorno, ha risorse di fiducia e di speranza che non si esauriscono per un fallimento e sorpassano di gran lunga ogni concreto prodotto della sempre deficiente azione dell’uomo”. In altra occasione Moro dirà: “i dati della coscienza morale e religiosa (oggi si direbbe i valori non negoziabili) sono costretti a compiere un salto qualitativo, quando essi pensano di esprimersi sul terreno del contingente, anche per non impegnare in una vicenda così estremamente difficile e rischiosa, il terreno del contingente, l’autorità spirituale della Chiesa. Anche per questo c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica, chiamati a vivere il libero confronto della vita democratica in un contatto senza discriminazioni: l’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli, il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza ai valori cristiani nella vita sociale”.
Voi capite perchè un suo amico, un filosofo dell’università di Urbino, Don Italo Mancini, ha potuto dire di lui che era “l’uomo politico più pio e più laico”.

1 commento per
“L’uomo politico più pio e più laico”


  1. Ancora grazie, buon ferragosto. Carlo

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