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Colleghi, siamo seri

Aula_emiciclo_01di Pierluigi Castagnetti

da Europa del 16 giugno 2010

Anche i parlamentari hanno un cuore. Per fortuna. In questi tempi di crisi economica che tanti sacrifici richiedono a una parte (purtroppo solo a una parte) di italiani, guai al cielo se deputati, senatori, consiglieri regionali non dessero l’esempio. Parlo ai miei colleghi.
Ricordo ancora quando il gruppo regionale della Dc dell’Emilia Romagna sotto lo stimolo di Ermanno Gorrieri propose che la indennità dei consiglieri regionali fosse commisurata alla media delle retribuzioni di dieci categorie di lavoratori, dal magistrato al manovale. Un tale criterio, anche per la indennità parlamentare, forse sarebbe stato più equo, ma dubito che avrebbe evitato le polemiche di questi tempi.
Oggi si propone di commisurare l’indennità parlamentare alla media delle indennità dei parlamenti dell’Europa: da uno studio riservato della camera (che ha considerato le indennità più gli altri benefit) risulterebbe peraltro che i parlamentari italiani sarebbero già in linea o addirittura al di sotto di tale media. Ma il problema resta vivo e continua a imbarazzare gli interessati.
A causa della mia età ed esperienza, mi capita sovente di raccogliere il tormento di tanti colleghi, per la loro indennità così “diseguale” rispetto al salario dei ceti più poveri. Un tormento che personalmente apprezzo e condivido. Normalmente mi permetto qualche consiglio (non è difficile immaginarlo) su come alleggerire almeno sul piano personale il conflitto interiore, insieme a qualche suggerimento su come affrontare la questione pubblicamente.
Tempo fa un collega romagnolo mi raccontò l’aggressione subita da un gruppo di iscritti Pd proprio riguardo all’indennità parlamentare, e il modo come l’affrontò: «Perché non avete mai posto la questione a Zaccagnini, a Boldrini o a Andreatta?», chiese loro. Il problema a me pare stia proprio in questa domanda e nella riposta a questa domanda. A Zaccagnini, Boldrini e Andreatta nessuno l’ha mai posta perché la loro qualità “professionale” oltre che il loro riconosciuto disinteresse personale non hanno mai consentito neppure il sospetto che godessero un privilegio. Quella loro qualità soggettiva certificava, infatti, in modo incontrovertibile la singolarità e la nobiltà della funzione parlamentare. La funzione della rappresentanza appunto, della rappresentanza avvertita dagli elettori come una duplicazione “di sé”, rappresentanza di sé in quel luogo sacro in cui si fanno le leggi che servono alla convivenza e alla crescita della comunità, rappresentanza come capacità di portare “là dentro” ciò che io penso per cercare di farlo diventare legge per tutti: funzione difficilissima che merita d’essere pagata a “peso d’oro”, poiché richiede preparazione, dedizione, studio, capacità di ascolto. E di lavoro. Sette giorni la settimana, fino a non molti anni fa. Il lavoro nel collegio era infatti senza orari e senza risparmio di fatica.
Un giorno capitò (cambiamo settore d’impegno) a un famoso cardiochirurgo americano di vedersi contestata la parcella da un paziente: «Professore lei mi chiede 300 dollari per una visita di un quarto d’ora». E la risposta fu: «Un quarto d’ora, più una vita».
Quanti di noi oggi di fronte alla contestazione della pesante indennità parlamentare «per soli due o tre giorni di lavoro settimanale» sono in grado di rispondere: «Non tre, ma sette giorni la settimana, 10/12 ore la giorno, più una vita»? «Sette giorni la settimana» no, perché non ci sono più i collegi elettorali e molti di noi quando rientrano a casa si imboscano. «Più una vita no», almeno per molti che arrivano in parlamento non proprio a seguito di una selezione di qualità e di esperienze. Se poi si aggiunge che il parlamento sta trasformandosi da luogo di confronto e fabbricazione collegiale del prodotto legislativo in mero “votificio” di testi determinati altrove, allora si capisce perchè i nostri concittadini ci considerino – normalmente non a torto – come dei semplici impiegati della fabbrica delle leggi, che lavorano una settimana corta, spesso cortissima, per di più pagati assai bene. È un sentimento che talvolta finisce per essere condiviso da noi stessi, diretti interessati, e per questo tentati da illusori riscatti nella gara a chi fa sparate più clamorose: tagli del 10%? No, del 20%, del 30% ! L’automobile di servizio se sei ministro o assessore? No, il tram, il treno o l’auto propria! («Dov’è il ministro, ché dobbiamo cominciare il convegno?», «Sta cercando un parcheggio »).
La questione è un’altra, e precisamente questa: dobbiamo decurtare le indennità parlamentari per farle corrispondere al degrado e alla crescente irrilevanza della funzione, o dobbiamo invece combattere il degrado e l’irrilevanza della funzione? Può una democrazia sopravvivere a lungo all’esaurimento della funzione della rappresentanza? Può continuare una situazione in cui i parlamentari non sono selezionati dagli elettori, ma imposti dall’alto? Possono i rappresentanti esercitare il loro mandato senza un rapporto, un contatto costante con i loro elettori (a questo riguardo ripropongo a Bersani ciò che avevo già fatto con Veltroni, di assegnare a ogni parlamentare del Pd, in attesa di una nuova legge elettorale che verrà quando verrà, la cura di uno dei vecchi collegi elettorali ex mattarellum)? Può un parlamento continuare a subire la confisca della funzione legislativa da parte dell’esecutivo, senza una reazione forte e senza nemmeno tentare di inventarsi modalità di lavoro nuove, come ad esempio di sindacato dell’azione governativa, di grandi inchieste sui problemi del paese o di possibilità di partecipazione alla fase ascendente della formazione legislativa comunitaria e nazionale?
E, da ultimo, può la classe politica continuare a non rendersi conto che tutte le clamorose campagne di delegittimazione in corso non sono iniziative casuali, ma finalizzate proprio alla trasformazione in direzione presidenzial- populistica del nostro modello democratico? Come peraltro è avvenuto in altri settori, dove talune campagne erano finalizzate ad obiettivi “altri”. La battaglia generalizzata contro i fannulloni ad esempio è servita a screditare tutto il pubblico impiego, condizione che ha reso possibili gli ultimi provvedimenti governativi. Quella contro la sanità pubblica, idem: era, cioè, prodromica alla apertura verso la sanità privata. Quella contro gli amministratori locali, il numero degli assessori, le loro indennità, ha preparato a sua volta la nuova campagna contro gli stipendi dei dirigenti degli enti locali, con la conseguenza di determinarne la fuga e, dunque, l’ impoverimento delle strutture pubbliche a vantaggio di quelle private.
Quando si sarà ulteriormente svilita la funzione della politica, quando cioè nessuno vorrà più occuparsi di politica perché screditata, che ne sarà della democrazia? E noi dirigenti politici dobbiamo proprio (seppur a volte inconsapevolmente) continuare a partecipare a questo gioco?

5 commenti per
“Colleghi, siamo seri”


  1. Provo a dare una risposta a quest’ultima domanda:
    “E noi dirigenti politici dobbiamo proprio (seppur a volte inconsapevolmente) continuare a partecipare a questo gioco?”

    La mia risposta è (ovviamente) assolutamente no!

    Ed allora che fare?

    Dare l’esempio.

    Quando alla radio senti che in Italia abbiamo 6 volte le auto blù degli stati uniti.
    Che in Inghilterra i Ministri vanno in metropolitana.
    E che il governatore del Molise guadagna come il presidente degli stati uniti.

    Rimane una cosa sola da fare:
    Dare l’esempio.
    E non personale, con donazioni una-tantum.
    Ma così come i tagli sono scritti per legge, anche la decurtazione di auto blù, stipendi e spese inutili (certi costi della camera fanno solo arrabbiare, come i 2.6 milioni di euro per la manutenzione del parco orologi, o la presidenza della repubblica, che per consuetudine non presenta il suo bilancio ma solo il costo complessivo e ci costa più di 4 volte il costo della regina d’Inghilterra) va fatta per legge.

    Non ci sono e giri di parole che tengono, o ragionamenti che possano reggere contro i fatti.

    Non salveranno i conti pubblici, ma almeno mostreranno che almeno i nostri politici, sanno reagire con i fatti.
    Anche quando si tratta di tagliare sul loro.

    Nell’articolo si cita la domanda:
    «Perché non avete mai posto la questione a Zaccagnini, a Boldrini o a Andreatta?»

    In quegli anni forse non c’era bisogno di dare l’esempio.
    Ora si.

    E sono sicuro che se loro fossero qui non esiterebbero a darlo.

    Almeno, questa è la mia opinione, non so se altri la condividono.

    Francesco


  2. Pier, condivido il tuo ragionamento. Quello che forse fa’ piu’ irritare i cittadini e’ il fatto che sembra non esserci alcun meccanismo in base al quale vengono definiti le indennita’ parlamentari e regionali. I cittadini si sono fatti l’idea che i Parlamentari e i Cons Regionali si aumentano lo stipendio quando vogliono, e sono sempre tutti d’accordo nel farlo. So che non e’ cosi’,anche se a livello regionale si vedono cose “turpi”…..ma non e’ un ragionamento che aiutera’ i cittadini a cambiare idea. Occorrono degli esempi: fare non dei tagli ma una nuova legge ad hoc, che dia trasparenza ai meccanismi con cui vengono definiti questi emolumenti, inoltre tagliare il 50% del rimborso spese elettorali, che non e’ neanche cosi’…(vulnus al senso della legge ??) xche’ il rimborso e’ sulla base di ogni voto ottenuto e non sulle spese fatte effettivamente. C’e’ da disboscare quella selva di privilegi che non hanno alcun senso (pagare il costo del funerale….i vari vitalizi ecc) e ancor piu’ rendere non possibile per almeno 10 anni(alò termine del mandato) ad ex deputati/senatori/Sindaci/Ass/Cons reg/ministri di occupare un posto direttivo in qulche azienda o Ente Statale, Com.le, Prov.Le Reg.le ecc…che e’ visto come il paracadute priviligiato di chi sa solo arraffare. In sostanza il problema credo non sia tanto nell’entita’ dell’emolumento ma nella percezione, che spesso e’ realta’, che per i politici (non tutti…lo sappiamo) la politica e’ un BENGODI infinito….a carico dei cittadini…per di piu’ sempre quelli…quelli su cui pesa il costo della manovra e la stragrande proporzione delle tasse……….Allora, se il PD vuole cominciare a rimarcare qualche distanza rispetto agli “ALTRI”…se vuole cominciare ad essere percepito come realmente diverso ed alternativo…e’ di qui che bisogna cominciare……non e’ populismo…..e’ che la misura e’ colma, e se NON SI FA’ COSI’, si apre una autostrada al tipo di democrazia
    “svuotata” che tu temi. Ciao Vittorio


  3. [...] Questa lettera è stata mandata al direttore di “Europa” in risposta a un interessante articolo di Pierluigi Castgnetti che potete leggere cliccando qui. [...]


  4. Il vero problema è la qualità del lavoro che viene svolto dai parlamentari nella loro funzione di rappresentanti delle istanze dei cittadini, dei loro problemi e delle proposte di soluzione di questi ultimi. Ovvero, qualità e concretezza nel merito delle problematiche della gente, accompagnate da credibili e tangibili risposte alle difficoltà che questa presenta.
    Credo che se un politico lavora bene, non dovrebbe essere un problema pagarlo bene, anzi; perchè esercitare altamente questa funzione è un compito impegnativo e delicato, anche in termini di dedizione personale.
    Laddove invece i politici siano ridotti alla stregua di macchine da votazione parlamentare, o di pallidi attori della ribalta di un teatrino da gossip, o peggio, del malaffare, anche un solo euro di indennità andrebbe catalogato sotto la voce “spreco”.


  5. L’affermazione “Credo che se un politico lavora bene, non dovrebbe essere un problema pagarlo bene”.

    E’ un assioma. Non occorre dimostrarlo.
    E’ così punto.

    Eppure ci sono due cose da dire.
    Visto che tutti i politici percepiscono lo stesso stipendio, differenziato per ruolo (chi da consigliere, chi da parlamentare ecc).

    E’ forse giusto pagare bene tanto un buon politico quanto uno meno capace e/o lavoratore?

    Questa è una domanda retorica, la cui riposta data con logica porta ad un NO.

    Eppure nella realtà dei fatti abbiamo politici bravi, ed altri assenteisti o comunque meno bravi, laboriosi o preparati.
    E prendono tutti lo stesso stipendio e gli stessi benefit.

    Sempre la logica ci porta a chiederci come definire, come distinguere il politico “bravo” da quello meno?

    Ecco, in assenza di questa definizione. Oppure prendendo atto che nella pratica, fatta una regola per distinguere i bravi dai men o bravi, si trova subito un comportamento che può portare un politico meno bravo ad assumere il comportamento richiesto per rientrare nei politici più meritevoli, senza però esserlo.

    Ma ammettiamo per assurdo che si riesca a normare questo aspetto ed ad individuare i buoni politici.
    Torniamo quindi all’affermazione “Credo che se un politico lavora bene, non dovrebbe essere un problema pagarlo bene”.

    La domanda successiva è “Fino a che punto è lecito pagarlo bene?”.

    Se gestisco 100 è giusto essere pagato 1000?
    Probabilmente il governatore del Molise è un genio della politica. Il più grande statista mondiale. (E badate bene la mia non è ironia, non so chi sia ne di che partito sia. Mi pongo solo nell’ipotesi della migliore condizione possibile)
    E’ giusto che venga pagato come Obama?

    L’Italia se lo può ancora permettere?
    Qualche studio scientifico ha mai dimostrato che un altissimo stipendio aumenta la qualità del lavoro svolto?
    (Rammento che il CEO della Apple prende 1$ di stipendio)

    Il mio non vuole essere un attacco qualunquista, ma cominciare una seria e pagata autocritica della politica e delle sue auto-remunerazioni.
    Una semplice discussione sul giusto compenso.

    E’ giusto ricevere il giusto prezzo per il giusto lavoro svolto.
    Ottenere (o meglio prendersi) di più del giusto compenso va contro il settimo comandamento.
    Che è un valore cristiano, ma è valido per tutti gli uomini che vogliono costruire una società sana, perchè fa parte di quelle leggi scritte nel cuore di ogni uomo. Di quella grammatica comune necessaria per il dialogo tra credenti e non credenti che ha come nome: diritto naturale.

    Chi può negare che il settimo comandamento non sia un valore laico?

    E di questo valore i cristiani del PD dovrebbero farsi portavoce e protagonisti.

    Francesco

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