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Il degasperismo per la nuova repubblica

degasperidi Pierluigi Castagnetti

da Europa del 19 agosto 2010

Siamo al cinquantaseiesimo anniversario della morte di De Gasperi. Ha un qualche senso parlarne ancora? Che De Gasperi sotto il profilo storico continui a rappresentare un giacimento di esperienze, pensieri, cultura di governo e magistero di vita mi pare indiscutibile.
Basterebbe consultare – fra le tante possibili – la monumentale raccolta documentaria promossa dalla Provincia di Trento, diretta dal professor Paolo Pombeni, edita dal Mulino. Ma sotto il profilo politico cosa ha da insegnare De Gasperi all’Italia di oggi, un’Italia alle soglie di una misteriosa “Terza repubblica”? Cosa può dare a un’Italia che ha impiegato più di 15 anni, senza ancora uscirne, forse, a prendere atto della consunzione dell’avventura populistica berlusconiana? Se ci limitassimo a confrontare solo i protagonisti principali dei due periodi storici, quello dell’immediato dopoguerra e quello del primo decennio del nuovo secolo, De Gasperi e Berlusconi, il discorso si chiuderebbe rapidamente per l’impossibilità di impostare un qualsiasi paragone, tanto diverse e distanti sono le due figure.
Se invece allarghiamo il confronto al quadro politico, al clima etico, al modello di democrazia, e alla cultura di governo dominante nei periodi presi in esame, allora si può ben dire – pur tenendo conto della mutata condizione storica – che il “degasperismo” per molti versi può fornire l’indicazione di una via di ripartenza dopo il “berlusconismo”.
Innanzitutto indicando la necessità di un ritorno alla Costituzione, cioè a un modello di stato in cui la separazione e il contrappesamento dei poteri ridiventi l’asse portante del funzionamento Stato stesso.
Poi il “riaggancio” all’Europa, un Europa che dovrebbe essere risospinta proprio dall’Italia (insieme ovviamente alla Germania e alla Francia in primis) verso la sua responsabilità di governo politico del continente nel nuovo contesto – oggettivamente irreversibile – di globalizzazione.
Ciò non può che avvenire attraverso la riscoperta da parte della politica della propria missione di facitrice di futuro e, dunque, della propria capacità di riprogettare obiettivi e cammino, selezionare classe dirigente nuova e “virtuosa”.
Ma vi è una ragione in più per guardare a De Gasperi in questi giorni di profonda crisi politica del nostro paese.
Questi sono infatti anche giorni di vigilia della quarantaseiesima Settimana sociale dei cattolici italiani (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010), e della celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia (2011). De Gasperi ha cose da dirci su entrambi i temi.
Mi limito a citare due brani dagli unici due interventi da lui fatti all’Assemblea Costituente.
De Gasperi intervenne il 25 marzo 1947 nel dibattito sull’articolo 7, abbandonando il banco del governo per parlare dal suo banco di semplice parlamentare, a sottolineare così la diversità dei due ruoli, cominciando con questa considerazione: «Diceva, a ragione, Dostojewski che la questione principale, la questione cruciale per il mondo moderno è di sapere se quella lontana, remota figura di profeta, ignorato dai grandi uomini politici e storici di Roma antica, sia stato veramente, sia il Cristo che ha fondato una comunità religiosa universale, che nutre ancora oggi della sua linfa vitale, eterna […] Giungiamo ad una risposta affermativa su questa questione cruciale, nessuna diffidenza, nessun sospetto è possibile in confronto di una collaborazione con la chiesa.
Però, anche coloro che si arrestano sulla soglia dei misteri della fede e si preoccupano sostanzialmente della morale sociale, sentono[…], che lo stato non ha la forza, l’autorità di afferrare e dirigere la coscienza della singola persona e sentono il bisogno dell’apporto dell’insegnamento della morale evangelica che viene dalla chiesa, che sul vangelo si fonda. Innegabilmente è opinione comune, ormai, che questa morale evangelica sia necessaria per la fermentazione sociale della giustizia nelle masse popolari. Ma, supponiamo pure che in alcuni o molti di noi non esista nessun vincolo interiore né con la fede della chiesa, né con la sua morale, sta però il fatto storico: primo, delle proporzioni; secondo, di una millenaria tradizione ».
Questa lunga premessa dell’intervento di De Gasperi ci porta nel vivo del dibattito odierno sul rapporto stato/chiesa, ma ci porta nondimeno dentro il dibattito culturale che, non solo in Italia, ma in tutte le democrazie moderne, si è riaperto, a destra come a sinistra, ad esempio attorno al paradigma di Böckenforde (Chiesa e capitalismo, Bazoli e Böckenforde, ed.
Morcelliana): «Le democrazie liberali si alimentano di presupposti che non riescono a produrre». Si capisce allora perché, a mio avviso, quando si parla di laicità dello stato, soprattutto a sinistra, non si possa prescindere da una valutazione rigorosa delle ragioni etiche e culturali che sono ancora oggi alla base della crisi dei nostri sistemi democratici, e, dunque, della necessità e della possibilità concreta di rivitalizzarle.
Da ultimo mi piace ricordare un atto di fede sul principio rappresentativo come strumento di consolidamento dello stato, che De Gasperi pronunciò il 31 gennaio 1948, a chiusura dei lavori dell’assemblea costituente, perché offre ancora oggi un ulteriore suggerimento per il ritrovamento del capo di quel “filo di Arianna” che continuiamo a cercare senza successo: «La fedeltà al sistema del metodo parlamentare ci ha fatto superare molte difficoltà.
Ho le speranza, per non dire la certezza, che nessuno di noi verrà meno a tale direttiva e che nei due rami del parlamento, eguali nell’autorità, e forse […] anche nella vivacità, la fedeltà nel metodo rappresentativo democratico possa condurre al consolidamento della Costituzione repubblicana». Ecco uno spunto prezioso per il dibattito delle prossime settimane.

4 commenti per
“Il degasperismo per la nuova repubblica”


  1. Splendide parole di De Gasperi ci ricorda oggi Pierluigi:
    “Innegabilmente è opinione comune, ormai, che questa morale evangelica sia necessaria per la fermentazione sociale della giustizia nelle masse popolari. Ma, supponiamo pure che in alcuni o molti di noi non esista nessun vincolo interiore né con la fede della chiesa, né con la sua morale, sta però il fatto storico: primo, delle proporzioni; secondo, di una millenaria tradizione”.

    Purtroppo De Gasperi non conosceva i Radicali di oggi, che mettono il Papa nei loro spot pubblicitari come se fosse il male assoluto contro cui, loro, sono la cura.

    Ecco un altro spunto prezioso per il dibattito delle prossime settimane…. ma su questo penso proprio che non si vorrà intervenire.

    La decisione è prima di tutto un fatto personale del dirigente.

    Io non posso che esortare: abbiate fede!

    Francesco


  2. [...] http://www.pierluigicastagnetti.it/2…va-repubblica/ [...]


  3. NON LASCIAMO I VALORI DEL CATTOLICESIMO ALLA DESTRA E A CASINI

    Gentile Pierluigi che fine ha fatto il tradizionale Convegno nazionale di Quarta fase di settembre ad Assisi? Davvero vogliamo precluderci momenti significativi che sia sul piano simbolico ma soprattutto organizzativo ci danno la possibilità di non apparire irrilevanti nel dibattito politico di questo ultimo scorcio d’estate? Così facendo meglio aderire al Partito di Famiglia Cristiana che alla sterile azione del PD di Bersani che da uno spazio sproporzionato a D’Alema quasi fosse l’anima del partito che lascia fischiare Franco Marini alla festa di Torino. Caro Pierluigi, come classe dirigente non mortificate i cattolici e i Popolari del Pd.
    Saluti.
    Francesco Polizzotti.


  4. Oggi ho sentito Bersani attaccare Berlusconi per la sua morale disinvolta nei suoi rapporti personali e poi avere una morale rigida con chi è a letto attaccato a dei tubi.

    Ecco, è sicuramente condivisibile l’attacco a Berlusconi per la sua dubbia moralità per quanto riguarda i suoi rapporti personali.
    Ma un vero cristiano, per tutti coloro che si vedono nel diritto naturale la grammatica comune per dialogare e costruire una società più giusta e rispettosa dei valori della vita e della difesa dei più deboli, Berlusconi andrebbe attaccato proprio per quello che non è ma che per qualche strana motivazione, viene visto (come ci ha ricordato Bersani) come un paladino della difesa della vita, spesso a supporto di questa tesi viene evocato il caso Eluana: ma sappiamo essere ciò assolutamente FALSO!

    Proprio a supporto di questi attacchi i cattolici del PD potrebbero dare il loro contributo.
    Se solo venissero ascoltati!
    (Ah! Cosa direbbe De Gasperi vedendoci ora?)
    Proprio su questi temi, i cattolici potrebbero veramente illuminare le coscienze delle genti …ed invece no, vengono zittiti… è come avere una lampada e metterla sotto il tavolo!

    Ed allora, almeno qui, dal Blog di Perluigi, diciamo la verità!
    Castagnetti non potrà che essere d’accordo:
    Berlusconi non difende affatto la vita!
    Non è affatto un “paladino” della vita!
    Anzi, diciamola tutta: se ne frega!

    Innanzitutto la morte di Eluana fu, a dir poco “accellerata” da una sentenza di un tribunale civile, che di fatto la condannò a morte: per nome del popolo Italiano.
    Quindi ci siamo tutti dentro: ma i maggiori responsabili sono sicuramente le maggiori cariche dello stato, tra cui, Berlusconi.
    Se fosse davvero un “paladino”, perché “svegliarsi” agli ultimi giorni?

    Poi, sempre sotto Berlusconi, è stato avviato in parlamento ed al Senato, la discussione sul “Testamento Biologico”, il quale, anche nella attuale forma in cui le DAT non sono vincolanti, è comunque una legge che legittima la soppressione di un essere umano.
    Infatti una persona può disporre le proprie DAT ed una qualunque medico compiacente potrò eseguire l’eutanasia passiva.

    Capite bene che se ora, diviene lecita l’eutanasia passiva, il passo verso quella attiva è molto molto breve.

    Ma non è finita!
    Sempre il testo approvato al Senato prevede la figura del tutore: che come nel caso di Beppino Englaso, anche in assenza di DAT del suo “tutelato”, avrà il potere di vita e di morte su un altro essere umano:
    - Dovranno passare comunque 14 anni prima della soppressione? Assolutamente no! Anche il giorno stesso.
    - Potrà riferirsi anche a bimbi non autosufficienti? Assolutamente si! (Il caso Olanda è lì ha dimostrarcelo)

    Di fatto non stanno legalizzando l’uccisione di innocenti?
    E questo governo sarebbe un “paladino” della vita?

    Ma vi vorrei lasciare con un ultima considerazione sulle “prodezze” di questi difensori della vita, con una nota scritta da un magistrato penale di Firenze.

    Un saluto a tutti
    Francesco

    http://veritaevita.blogspot.com/2010/08/unagenda-bioetica-o-le-solite-bufale.html

    Un’Agenda bioetica o le solite bufale?

    Come fa un Governo a scrivere la propria “agenda bioetica” utilizzando dati falsi?

    E’stata presentata l’agenda bioetica del Governo, un documento nel quale si rivendica una linea costante dell’esecutivo e si indicano delle linee di azione per il futuro.
    Sembrerebbe una buona notizia (anche se i politici sono soliti proclamare pubblicamente le proprie ottime intenzioni per il futuro e i cittadini hanno imparato che i proclami sono una cosa, ma le effettive realizzazioni sono un’altra …).
    Ma la lettura del documento fa scoprire come questa “linea di azione” si fondi su affermazioni false e così, giunga a propositi non condivisibili.

    Sentiamo cosa dice il governo:
    “La legge 194 che consente, a certe condizioni, l’interruzione della
    gravidanza, non considera l’aborto come diritto ma come estrema e dolorosa
    ratio, da evitare, ove possibile, con interventi di prevenzione a favore della
    vita”.
    L’affermazione è gravemente falsa: la legge 194, nei primi novanta giorni dal concepimento, riconosce l’aborto come un diritto individuale assoluto della donna, che può interrompere la gravidanza sulla base della sola volontà e per qualunque motivo; nei mesi successivi la legge permette, per di più, l’aborto eugenetico, menzionando le possibili malattie o malformazioni del bambino come causa di ricorso ad esso.
    Gli “interventi di prevenzione a favore della vita” sono facoltativi (non è nemmeno obbligatorio il passaggio in un consultorio) e resi vani dal previo riconoscimento alla donna di abortire se lo vuole.
    “In questo senso, vogliamo scongiurare l’eventualità che l’introduzione di nuove tecniche (ad esempio il metodo farmacologico) porti a una concezione dell’aborto non come problema sociale ma come diritto privato, approdando
    all’aborto a domicilio”.
    L’aborto è già un “diritto privato”, tanto che i Giudici civili risarciscono le donne che sono state impedite ad esercitare questo diritto. Quella che viene chiamata “privatizzazione dell’aborto” è già stata attuata con la contraccezione abortiva, con la cd. “pillola del giorno dopo” e lo sarà ancor di più con la cd. “pillola dei cinque giorni dopo”: tutte pratiche capaci di uccidere l’embrione già formato e che la legge 194, insieme con il Governo, si guardano bene dal vietare, fingendo che, se non vi è “gravidanza” non vi possa essere “interruzione di gravidanza”, anche se un embrione viene ucciso impedendogli di essere accolto nel corpo della madre.
    “Proponiamo un Piano federale per la vita, da costruire nella collaborazione tra il Ministero e le Regioni, che finalmente dia piena applicazione alla parte finora meno considerata della legge 194, quella della tutela della maternità e della prevenzione.”

    Non esiste una “parte buona” della legge 194 e il fatto che quegli ipocriti
    articoli che parlano di prevenzione non abbiano trovato attuazione è inevitabile conseguenza della natura della legge: davvero pensiamo che la “tutela della maternità” possa venire da una legge che legittima l’uccisione dei bambini non ancora nati?

    “Siamo un paese “modello” per la battaglia contro l’aborto: abbiamo tassi di
    abortività tra più bassi in Europa, in costante diminuzione dagli anni
    ottanta”.
    Il sottosegretario Roccella si è dimenticata dei cinque milioni di bambini uccisi in questi trent’anni? E di tutti quelli soppressi con la contraccezione abortiva e le “pillole che uccidono”? Si è forse dimenticata delle donne straniere che, negli ultimi anni, sono venute nel nostro paese e che, in forza della assoluta libertà di abortire, hanno ripetuto l’uccisione del bambino tre, quattro, cinque volte? Si è dimenticata degli aborti clandestini, la cui sparizione era un obbiettivo sbandierato all’epoca di approvazione della legge, che sono sempre decine di migliaia ogni anno?
    “Vogliamo difendere la legge italiana sulla Pma, approvata dal Parlamento, confermata da un referendum, e sostanzialmente riconfermata dall’intervento della Corte costituzionale che ne ha lasciato invariato l’impianto. La nostra legge non consente pratiche di selezione eugenetiche, e lega l’accesso alla Pma all’infertilità.”
    Che una legge sia approvata dal Parlamento pare scontato; che sia confermata da un referendum non la rende di per sé una legge giusta (fu confermata da un referendum anche la legge sull’aborto). Il sottosegretario finge che la legge permetta l’accesso alle sole coppie infertili e, soprattutto, finge che essa non permetta pratiche di selezione eugenetica: la selezione eugenetica degli embrioni è insita nelle stesse tecniche di fecondazione in vitro, che lo considerano un prodotto, una cosa senza alcuna dignità; come la Corte Costituzionale ha sancito (e prima della Corte i giudici civili), la legge permette la produzione di un numero di embrioni indefinito, permette che alcuni siano congelati (ovviamente dopo essere stati selezionati) e non vengano trasferiti nel corpo della madre, permette la diagnosi genetica preimpianto, permette l’accesso alle tecniche a coppie che non sono sterili, non impedisce l’accesso ai singoli, mediante trucchi facilissimi e non puniti, rende di fatto possibile la fecondazione eterologa.
    Soprattutto quella legge permette che ogni anno 70.000 – 80.000 embrioni (un numero che cresce ogni anno) vengano prodotti con la certezza della loro morte, così sommandosi questo enorme numero a quello dei bambini abortiti.
    “Il caso Englaro, pur nella tragica conclusione, meglio di ogni altro ha indicato le priorità del Governo riguardo al valore indiscusso della vita. Si
    conferma il principio di precauzione e un no fermo a ogni forma di eutanasia.
    L’impegno del Governo per arrivare a una legge nazionale che stabilisca il
    principio del consenso informato e assicuri l’attuazione dell’articolo 32 della
    Costituzione e la libertà di scegliere le terapie è stato, in questi mesi,
    costante.”

    L’uccisione volontaria di Eluana Englaro non ha niente a che vedere con il principio del consenso informato e con la libertà di scegliere le terapie: è stata – il Sottosegretario Roccella sembra non accorgersene – l’eutanasia praticata su una disabile incosciente in ragione dell’inaccettabilità per gli altri del suo stato.
    Il problema non è, quindi, quello di permettere a tutti di esprimere la propria volontà di essere ucciso in un futuro incerto, ma quello di impedire che disabili come Eluana Englaro, bambini prematuri, anziani dementi, pazienti gravi, vengano fatti morire negando loro le cure necessarie.
    La legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, invece, permette proprio queste pratiche, sia pure nascondendole sotto la falsa rivendicazione secondo cui “nessuno può decidere per te!”.

    Diffidiamo di “agende bioetiche”, soprattutto se basate sulla preventiva accettazione che leggi ingiuste siano buone e che progetti su cui si sta formando un consenso in Parlamento siano destinati a produrre leggi buone.
    Il dovere della verità impone di guardare con realismo a quello che succede davvero: ai bambini e agli embrioni che vengono uccisi, alle donne lasciate sole nella desolazione dell’aborto, ai vecchi, disabili e deboli cui verrà presto prospettato un “dovere di morire”.

    Giacomo Rocchi

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