di Pierluigi Castagnetti
da l’Unità del 15 febbraio 2012
Come spesso accade, anche l’intervento di ieri di Alfredo Raichlin si segnala per una sorta di sapienza moderna e antica allo stesso tempo, moderna per la capacità di misurarsi con i cambiamenti intervenuti e in corso, e antica per l’intelligenza della storia sempre necessaria alla politica. Sono mesi che ci richiama a un dibattito serio sul ruolo dei partiti in “questo mondo” che sembra andare avanti prescindendone, oltreché sottovalutando gli insegnamenti che pure ci vengono dalle esperienze del passato, per quanto i problemi di oggi siano inediti. “Anacronistico è diventato tutto il vecchio sistema politico”, questo è il problema dal quale non possiamo sfuggire. Anacronistiche le risposte delle vecchie tradizioni culturali e non di meno delle vecchie famiglie politiche europee. Continuare a cercare, anche se lo si nega, la nostra identità politica con la testa rivolta al passato rivela solo una carenza di sicurezza emotiva e di responsabilità storica. Sono grato a Pierluigi Bersani perché la chiarezza sul tema contenuta nel suo intervento su “Repubblica” di ieri ha chiuso la polemica tanto assurda e incomprensibile quanto deviante, sollevata da chi su “Il Foglio” aveva proposto di fare del Pd un “cazzuto partito di sinistra”. Ricordo quando, all’inizio degli anni ottanta, il Pci dell’Emilia Romagna aprì coraggiosamente un dibattito in Consiglio regionale sulla provocazione lanciata da un importante rivista culturale della sinistra sul rapporto con “Proteo”, cioè il mercato, con una suggestiva conclusione del presidente Gianfranco Turci secondo cui, “se Proteo non fosse per definizione inafferrabile, i comunisti emiliani potrebbero dire di averlo afferrato”. Siamo di fronte oggi a una domanda altrettanto intensa e stimolante: qual’ è il rapporto della sinistra, o se si vuole della politica, con il nuovo “Proteo”, la finanza che dirige il mondo? La finanza che ha messo drammaticamente a nudo l’impotenza di un’Europa che è perennemente in costruzione. La stessa finanza che pretende di dirigere il mondo senza la politica, non solo senza la signoria delle regole, ma senza il controllo, anzi il semplice contatto con la realtà dei popoli fatti di uomini in carne ed ossa. “Vogliamo interrogarci sul dopo Monti? Benissimo”, dice ancora Raichlin. I nostri concittadini, anzi in particolare il popolo dei nostri elettori, questa domanda infatti se la pone, accetta e soffre il peso dei provvedimenti governativi consapevole che non esistono alternative, ma si chiede: “ e dopo”? Le forze politiche che per ragioni drammatiche hanno dovuto mostrare tutta la loro responsabilità promuovendo e sostenendo ogni giorno un governo non facile da sostenere, sembrano attendere il dopo con un certo fatalismo e la convinzione che dopo ci sarà il “ripristino”. No, non ci potrà essere il mero ripristino della situazione precedente se non si guarderanno in faccia le “questioni “ vere, preferendo le chiacchiere e le polemiche interne. Anche Genova c’entra con questa malattia. Non meravigliamoci se il nostro elettorato mostra d’essere più esigente di quello della destra, è così ed è giusto che lo sia, è giusto che pretenda da noi un salto di qualità. Non dimentichiamo che a Genova, come era accaduto a Milano ( non a caso accade soprattutto nelle grandi città dove alle primarie partecipa più opinione pubblica che militanza) la stragrande maggioranza di quanti hanno scelto il candidato vincente Marco Doria è rappresentata da elettori tradizionalmente del Pd. A Genova come a Milano, valutata l’”armonizzabilità”, cioè la vicinanza, del candidato cosiddetto esterno con la identità del Pd stesso, molti elettori Pd hanno scelto quello, per dire la propria insoddisfazione per le altre candidature democratiche, troppo di establishment e troppo caratterizzate da una incomprensibile linea di continuità e a volte persino di astrattezza politica. Doria non è stato scelto perché era più a sinistra, ma perché era altro. Così come in altre città dove si sono fatte recentemente le primarie, penso a Piacenza ad esempio, il candidato scelto non lo è stato perché era cattolico, ma perché mostrava di possedere un maggior senso di contemporaneità, cioè di conoscenza, dei problemi reali di oggi. E, dunque, volendo tornare alla proposta avanzata dai cosiddetti “giovani turchi” di un “rafforzamento del rapporto con il PSE”, mi chiedo quanto tutto ciò riguardi le sfide che dovrà fronteggiare il Partito democratico. Quanto possano interessare oggi le famiglie europee del tutto inesistenti nella attuale crisi dell’Europa, è veramente un mistero. Basterà attendere la campagna elettorale tedesca per capire se e quanto il leader dell’ SPD (che pure ci auguriamo possa avere successo) si allontanerà dalla linea della Merkel, dopo che questa crisi ha “ritedeschizzato” la società di quel paese. Nè avrebbe senso, a quasi dodici anni di distanza, ricordare che alla Conferenza Intergovernativa di Nizza, che rappresenta il vero momento di inversione del processo di integrazione politica dell’Europa, dodici dei quindici capi di governo presenti erano socialisti. Almeno fossimo oggi di fronte a una iniziativa politica europea che si distinguesse per l’intenzione di riprendere il progetto dell’integrazione politica e della rigenerazione del modello di welfare del continente. Non è dunque per una ritrosia dei cattolici del Pd che a me sembra fuori luogo aprire oggi questo file. I cattolici del Pd non hanno una congenita incompatibilità con la socialdemocrazia e, quando hanno concorso a dar vita a questo nuovo partito, non hanno posto al riguardo un problema ideologico, ma un problema di ambizione, l’ambizione di fare una cosa nuova in Italia e una cosa nuova in Europa. Purtroppo si procede troppo lentamente, sia in Italia che in Europa. Non sono loro, i cattolici, a porre un problema di identità religiosa, che in politica sarebbe fuori luogo. Non sono loro a distinguere, all’interno del partito, i “socialisti “ dai “cattolici”. Non sono loro, quando si tratta di scegliere un relatore in un convegno o in una riunione di circolo, a porre l’esigenza di un bilanciamento tale per cui quando vi è un relatore cosiddetto cattolico deve essercene anche un altro, poiché al primo non si riconosce la possibilità di rappresentare tutto il partito. Non sono loro a porre difficoltà per la convivenza pluralistica fra – per dirla con Wittgenstein – chi pensa che “ il mondo non è poi tutto “ e chi pensa il contrario. E, dunque, non si assuma il tema del più stretto rapporto con il PSE per sparigliare o anche solo per esercitare una forzatura non su chi sarebbe incompatibile ma su chi ritiene che ciò può compromettere l’ambizione più alta che fu di tutti quelli che hanno inventato questo partito, non per esigenze di accasamento, ma per dare una prospettiva alla civiltà, alla democrazia e alla politica in questo complicatissimo tornante della storia.
4 commenti per
“Il PSE? Non si va avanti con la testa rivolta all’indietro”
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“I cattolici del Pd non hanno una congenita incompatibilità con la socialdemocrazia e, quando hanno concorso a dar vita a questo nuovo partito, non hanno posto al riguardo un problema ideologico, ma un problema di ambizione, l’ambizione di fare una cosa nuova in Italia e una cosa nuova in Europa”
Affermazione da valutare attentamente.
Per certi aspetti è vera, … ma per altri no.
L’incompatibilità non è CONGENITA: Vero.
Ma come la mettiamo con i valori non negoziabili?
Ecco la cautela da usare per non fare di tutta un erba un fascio e non omologare noi cattolici a pensieri e ragionamenti relativisti che non ci appartengono.
“…un problema di ambizione, l’ambizione di fare una cosa nuova in Italia e una cosa nuova in Europa”
VERO! VERISSIMO!
Ed allora?!
Facciamo finalmente qualcosa di nuovo.
Poniamo la tutela della Vita, la promozione della famiglia e garantiamo una vera libertà educativa e di credo al centro dei nostri programmi!
Invece li vedo sempre ai margini, … non ne parliamo, … li snobbiamo, … per: giochetti di partito, alleanze “strategiche”.
Insomma, si sta facendo sempre e solo le stesse cose vecchie.
Francesco
Il Proteo descritto come nuovo non mi pare esserlo del tutto. Anzi. L’influenza della finanza sulla politica, non da oggi, è sempre stata assai marcata. Forse in passato il dominio della finanza, in particolare di quella speculativa, sulla politica era un po’ meno devastante. Questa onnipotenza del mondo della finanza è una cosa molto preoccupante perchè ciò ha delle ricadute sociali pesantissime.
Per non preferire le chiacchiere o le polemiche sterili come si dice sopra, qual’è la posizione dei cattolici di centrosinistra italiani e anche europei, visto che l’Europa ha un ruolo molto importante, sulla spinosa questione? Come si potrebbero attutire gli effetti delle scorribande finanziarie spesso “fuori controllo”? Si promuove un movimento di idee od opinioni, sia dal mondo cattolico che da quello socialdemocratico, diretto a far recuperare il terreno perduto alla politica e alla sua autorevolezza, per arginare questo fenomeno pernicioso?
Non se ne sente parlare molto, mi pare. Mi rendo conto che la questione è difficile e complessa ed ha dei profili molto ostici. Ma il tempo passa e le prospettive di soluzioni ai problemi continuano a latitare.
Finalmente. I democratici (aderenti o meno al PD, credenti o laici) dovrebbero avere la capacità di superare le vecchie etichette e appartenenze: non è il PSE il punto d’arrivo o la soluzione alle politiche del futuro, nè solo posizioni laiciste che ambienti del PD continuano a sostenere. Al contempo, superata l’esperienza dell’Unione e forse la foto di Vasto, c’è il rischio di convergere in un generico Centro “montiano”, che può anche attrarre moli cattolici: le conseguenze di Todi non sono scontate! e devono mantenere alta l’attenzione. Una serie di proposte che vengono da Todi (e dal mondo che tifa per la famiglia, la società civile, un welfare più sussidiario) devono essere messe al centro, come lo devono restare la difesa delle tutele dei lavoratori (anche se aggiornate), gli aneliti di pace e cooperazione internazionale, la legalità, la tutela dell’ambiente, e i servizi sanitari e scolastici. Bisogna creare una forza politica europea NUOVA di centro sinistra, ma non socialdemocratica, altrimenti un Partito Moderato rischia di attirare parte di elettorato cattolico.
Concordo perfettamente sull’analisi delle primarie genovesi. Un caso di scuola non per interrogarsi se il pd va a destra o a sinistra ma se sa rinnovare idee e protagonisti.
All’indomani della vittoria di Doria ho scritto un commento al blog di Gad Lerner che desidero riportarLe in parte:
Vorrei che Genova fosse un caso di scuola come lo è stato Milano: da una parte un sindaco che fa politica a Genova da 20 anni e a cui è impossibile non attribuire tutte le responsabilità delle cose che non vanno in città, che non ha percepito di non essere più amata neanche dai suoi. Avrà avuto amarezza comprensibile come chi si è speso per la propria comunità ma nessun senso di vera leadership perchè se si comprende che si è elemento di divisione, bisogna, dopo aver dato a lungo prova di sè, farsi da parte.
Dall’altra Sel, senza agganci, senza partito, naviga sull’onda leaderistica e retorica del suo capo che annusa semplicemente l’aria della città, si fa consigliare dalle persone giuste chi candidare, persona sicuramente onesta e seria a prima vista Doria, ma quanti lo conoscevano? Quanto l’hanno votato solo per fare un dispetto alla Ipazia genovese? Gennaro Migliore ha parlato di esponente della classe operaia.. Si commenta da solo: professore universitario figlio di nobili cittadini (perbene, sarà l’ennesimo borghese moderato che non mi dispiace affatto ma che smentisce tutte le velleità rivoluzionarie di Sel con la sua retorica anticapitalista sconclusionata fine a se stessa).
Nel commentare le primarie Vendola afferma: i genovesi volevano cambiare. Ma come? Fino a pochi mesi fa non sosteneva la Vincenzi? Non è stato Don Gallo a consigliargli una sterzata in corsa? Una politica amministrativa la si condivide o non la si condivide, al di là delle alluvioni che capitano nell’anno elettorale.
I cittadini vogliono scegliere si dice, ma ogni volta cala la partecipazione e ogni volta il rito delle primare esprime sempre di più l’idea bastian contraria di cittadini che vogliono solo cambiare le facce. E solo a questo servirebbero oggi a partiti: annusare e cambiare. Del resto poi lo stile delle persone selezionate si dimostra molto più congeniale alle scelte progressiste del Pd. Quando Pisapia chiama Tabacci al Bilancio o si offre come legale del vigile milanese, non riconosco un antagonista nè un rivoluzionario ma un uomo che poteva essere benissimo candidato dal Pd.
On. Castagnetti. Che frustrazione!
Sa cosa pensano dentro di loro tanti elettori del Pd che non vogliono più sentire parlare di svolte a sinistra o aperture al centro? Vogliono che il pd vada DA SOLO alle elezioni, con le sue idee e al di là delle leggi elettorali. Col rischio di perdere ma con la certezza che tutti gli strateghi delle grosse coalizioni e delle armate brancaleoni (nel pd ce ne sono molti) mostreranno tutta la puerizia delle loro idee che fino ad oggi hanno subappaltato ad altri. E le divisioni di oggi tra chi sostiene Monti a prescindere da quello che dica e prima ancora che lo dice rischiando che i compromessi con il centro-destra siano al ribasso e umilianti (i taxi..) e chi quasi lo avversa senza ricordare ciò che c’era prima (i ristoranti pieni e la nipote di Mubarak) sarebbero ridicole se non fossero l’ennesimo segnale che l’unico grande progetto riformista italiano possibile è frenato dai suoi stessi dirigenti che non perdono occasione di tacere le critiche tra i colleghi e non cominciano a progettare il futuro, LORO, NESSUN ALTRO, INSIEME MA SOPRATTUTTO DENTRO IL PD.
On., ci salvi lei. La esorto a scrivere qualcosa sul rapporto SANO (non prostrato ma neanche antagonista) che ci deve essere tra pd e governo Monti.
Cordiali Saluti
Andrea