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Stefano Bazoli, Vivrò

copdi Pierluigi Castagnetti

Roma, Istituto Sturzo, 17 ottobre 2016

Presentazione libro “Vivrò” – Ed. Morcelliana – insieme a Giorgio Napolitano, Andrea Riccardi e Ferruccio De Bortoli

Vorrei inizialmente esprimere un apprezzamento a Maurizio Ciampa per lo stile elegante con cui è stato scritto questo volume, per le ricerche, che immagino laboriose, che hanno prodotto una documentazione spesso inedita e per l’intelligente lettura storica che ha saputo farne.
La figura di Stefano Bazoli, poco conosciuta per tante ragioni fuori dal perimetro di Brescia, esce con forza in tutta la sua originalità.
Pur sapendo che in questa occasione ci è chiesto di ragionare sulla sua biografia politica, non vorrei rinunciare alla possibilità di esprimere una seppur breve valutazione sulla parte più intima che emerge dalle pagine intense e a volte struggenti del suo diario, che la generosità del figlio e dei nipoti ha consentito – dopo anni di scrupolosa e comprensibilmente gelosa custodia familiare – di mettere a disposizione di tutti noi, nella consapevolezza che esse siano in qualche misura indispensabili per illuminare il resto del cammino di una vita tanto ricca.
Sono le pagine in cui si parla della morte della sua giovanissima consorte Beatrice, che l’ha inevitabilmente segnato, come accade sempre quando si accompagna con tale vicinanza la morte della persona più cara, al punto da sentirla come morte anche propria, cioè condivisa.  Se ne è andata infatti non la vita di un’altra persona, e per di più molto cara, ma se n’è andato un pezzo di te, cioè di quella parte di lei che era già entrata in te come elemento costitutivo della tua personalità. Sono pagine in cui colpisce la ribellione, il senso dell’ingiustizia, oltrechè il peso di un’assenza irrecuperabile, al punto da poter far ritenere che si tratti di una reazione un po’ sorprendente per un credente. Invece no. Quella è una reazione assolutamente cristiana. E’ infatti umanamente impossibile pensare che il vuoto non ci sia, perché c’è e resta, e il vuoto pesa e cambia la vita di chi resta. Ma anche quel vuoto ha un senso. Ci sono parole di Dietrict Bonhoeffer (Lettera a un amico, alla vigilia di Natale del 1943, in Resistenza e Resa) che io trovo particolarmente appropriate in proposito:
“Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara.…finchè il vuoto resta aperto si rimane legati l’uno all’altro per suo mezzo. E’ falso dire che Dio riempie il vuoto. Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore…”
Ecco io penso che questo vuoto per Stefano Bazoli, restato aperto per tutta la vita e, dunque, la continuazione del dialogo con la sua sposa, spieghino moltissimo le scelte importanti trattate nel resto del volume.
Vengo allora alla parte più politica della biografia.
Innanzitutto a me pare che questo volume ci aiuti a capire cosa è, meglio cosa è stato, questo oggetto tanto citato quanto poco conosciuto, che siamo soliti definire il “cattolicesimo politico bresciano”, cioè un mondo, meglio una modalità di essere  cristiani laici impegnati nella storia, che ha attraversato tutto il secolo scorso. Alcuni, con qualche ragione, parlano di uno specifico filone cattolico-liberale.
Nasce con il PPI di Luigi Sturzo, ma in un certo modo va oltre quell’idea di popolarismo. Luigi Bazoli, padre di Stefano e nonno di Luigi e Giovanni, insieme a Giorgio Montini e altri di Brescia, partecipa infatti alla fondazione del PPI portandovi però l’originalità di una propria ambizione: quella di non accontentarsi di affermare il diritto-dovere per i credenti di partecipare alla vita politica del paese superando nei fatti il non expedit, come era negli intendimenti del sacerdote calatino, ma di voler realizzare contestualmente il recupero del Risorgimento da parte dei cattolici.
E’ qui che nasce la scoperta del Manzoni e la sua adozione come riferimento morale, culturale e politico.
La domanda che sorge è inevitabilmente: perché a Brescia e non altrove?
Quando si parla dell’impegno dei cattolici all’origine c’è sempre un documento magisteriale, o un prete,o un intellettuale di valore. Nel volume questi elementi li troviamo tutti. Non c’è dubbio che Luigi Bazoli, leaders di un gruppo di giovani che sentono la responsabilità dell’autonomia dalla chiesa ma non fuori della chiesa, abbia esercitato al’inizio del secolo scorso,
con il suo carisma culturale, una funzione coagulante di una realtà ben più ampia e che coinvolgeva anche giovani sacerdoti, realtà che avvertiva come antistorico l’obbligo per i credenti di astenersi dall’impegno politico.
Ma l’ambizione di questi giovani popolari bresciani (ne entrarono quattro in parlamento nelle elezioni del 1919) fin dall’inizio fu più proiettata a formare una base solida del loro movimento in provincia piuttosto che a ricavarsi una visibilità a livello nazionale.
Anche l’antifascismo di questo gruppo si distinse per una sua peculiarità, nel senso che sin da subito raccolse la sfida del nascente regime, puntando, attraverso la scuola, a formare nelle nuove generazioni una genuina coscienza democratica. Un antifascismo molto insidioso che il gerarca Augusto Turati, partito da Brescia per Roma, conobbe molto bene e seppe come fare reprimere.
I martiri tra i cattolici bresciani che non riuscirono a fuggire in Svizzera, come Ercoliano fratello di Stefano, furono numerosi e lo stesso Stefano sfuggì alla cattura poco più che per un caso (pur essendo stato anche lui detenuto per qualche mese): fra i tanti è doveroso ricordare Astolfo Lunardi fondatore delle Fiamme Verdi a Brescia, Andrea Trebeschi, Giacomo Perlasca, Mario Bettinzoli e Teresio Olivelli – simbolo nazionale della resistenza cattolica – sfuggito fortunosamente all’immediata fucilazione al Poligono di Cibeno a due passi dal campo di Fossoli di Carpi dove era detenuto, ma poi deportato e giustiziato nel lager di Hersbruck.
Ma il lavoro per la prerparazione del “dopo” è continuato per tutto il ventennio: Stefano Bazoli, pur in condizioni molto difficili a causa della preoccupazione di non esporre a rischi i suoi due ragazzi, lavorerà per tenere collegati e per formare un gruppo di giovani che considerava culturalmente attrezzati per affrontare la situazione.
Diventò naturale, dunque, vinta la guerra di liberazione, la sua candidatura alla Costituente e alla prima legislatura repubblicana. Purtroppo, per ragioni che dovremo cercare di capire, la sua presenza parlamentare risultò non rilevante e decisamente molto dispari rispetto allo spessore della sua personalità e alla originalità del suo pensiero. Stefano Bazoli intrattenne rapporti personali importanti con colleghi costituenti normalmente non accessibili da tutti come Pietro Calamandrei, Concetto Marchesi, Pietro Nenni,  Umberto Terracini, oltrechè il suo amico Attilio Piccioni: perché allora un parlamentare con relazioni così importanti rinunciò a giocare un ruolo significativo nell’aula parlamentare?
A mio avviso per una serie di ragioni. Bazoli era molto riservato e non amava apparire, preferiva orientare il dibattito pubblico degli altri con suggerimenti personali, apparteneva alla categoria di quei parlamentari che intervengono solo se necessario non dovendo conquistare l’attenzione di alcun capo; tutto sommato era un solitario, non apparteneva né a correnti né a gruppi, non frequentava gli appartamenti (come quello dei professorini in Via della Chiesa Nuova 14) dove “si faceva” la Costituzione, aveva un carattere ritroso, era solito esprimere  giudizi molto severi non solo sulla “bolgia romana” ma specificamente sulla qualità della vita interna alla DC, ma non voleva attivare polemiche pubbliche; lui stesso confiderà all’amico Giuseppe Tacci in una importante lettera: “I singoli contano poco, al giorno d’oggi, politicamente (guarda come sono inascoltati Sturzo, Einaudi, De Nicola, etc)” e avrebbe potuto continuare l’elenco.
Tutto questo può spiegare il suo “silenzio operoso” (come avrebbe detto Moro), ma
non spiega certamente la esclusione dalla lista delle elezioni del 1953 da parte della DC di Brescia della sua candidatura e di quella di Laura Bianchini: quella è stata un’operazione indecente operata da dirigenti politici “bottegai” che approfittarono del momento di difficoltà di De Gasperi e di Piccioni, oltrechè dell’abbandono di Dossetti, per una regolata di conti a livello locale, colpendo due parlamentari autorevoli ma deboli sul piano del potere locale. Ciò che resta di quel passaggio è la signorilità, il distacco, l’altezza morale con cui reagì: avrebbe potuto ricorrere agli organi nazionali del partito, ma preferì il silenzio come massima espressione di sdegno morale.
Ma ciò che colpisce ancora in questa ricostruzione biografica è la rivelazione  così sorprendente
di una personalità politica notevole che si esprime in tutta la sua ampiezza fuori dal circuito ufficiale della politica. L’amicizia e la corrispondenza con don Primo Mazzolari, i suoi interventi pubblicati sulla rivista “Adesso”, la corrispondenza con amici di una vita come i fratelli Lechi, liberali, e soprattutto la coraggiosa istituzione di una cattedra della cultura, i famosi “Incontri” a cui vennero invitati gli intellettuali maggiori del tempo, rivelano lo spessore di un pensiero politico libero, aperto al dialogo, teso alla ricerca della verità nella libertà senza preclusioni ideologiche, che facevano di lui un personaggio singolare e scomodo di livello sicuramente nazionale, di fatto costretto a lavorare in provincia, seppur in una provincia tanto importante culturalmente e politicamente.
Colgo poi da questo bel libro un paio di altri spunti.
Com’è stato possibile a Bazoli instaurare una relazione così feconda, e per certi aspetti anche rischiosa, con don Primo Mazzolari, che proprio cattolico-liberale non lo si può definire? Io penso che con don Mazzolari l’incontro sia avvenuto attorno a una ben definita cultura umanistica, non integralista, e a un atteggiamento critico e rispettoso della chiesa, in particolare quella italiana.
Un’altra osservazione riguarda la ragione per cui Bazoli, critico verso una linea di politica economica accentuatamente liberista come quella di Pella, critico su un’adesione troppo repentina al Patto Atlantico, critico sulla mancanza di una strategia politica e in particolare di politica economica effettivamente ispirata ai principi cristiani, critico sul nome stesso della Democrazia Cristiana, critico sulla Legge elettorale maggioritaria, alla fine non si sia incontrato con Dossetti (poiché queste erano in gran parte anche le sue battaglie). Evidentemente perché considerava il collega reggiano troppo legato a una concezione di cristianità o di sufficienza politica cristiana, oggettivamente incompatibile con il suo pensiero di fondo.
In parte è la stessa ragione per  cui gli capitava spesso di polemizzare con il collega bresciano Enrico Roselli, focolarino, proprio negli anni in cui i cugini Folonari della moglie Beatrice decidevano di sostenere in modo veramente appassionato e decisivo il movimento di Chiara Lubich.
Insomma, si riteneva assolutamente libero di criticare e denunciare ciò che a suo avviso non andava, e allo stesso tempo indisponibile ad assecondare un processo di cristianizzazione delle istituzioni politiche.
Da ultimo vorrei dire che leggendo Stefano Bazoli ho conosciuto meglio Mino Martinazzoli, probabilmente l’ultimo esponente di quel particolare cattolicesimo politico bresciano.
La Brescia del novecento è infatti una città dove ha esercitato un ruolo di guida se non di egemonia una certa borghesia cattolica di qualità etica indiscussa, con l’attitudine a leggere in profondità la storia per  poterla meglio capire e in qualche misura maneggiare, al punto da costituire una vera e propria aristocrazia di pensiero della modernità, formata da un gruppo di famiglie che poi hanno espresso classe dirigente istituzionale – nel settore ecclesiale,  in quello accademico, in quello politico, in quello finanziario, in quello industriale -, alludo ai Montini, ai Bazoli, ai Trebeschi ed altri ancora. Una realtà che ha esercitato inevitabilmente anche in tempi più recenti una certa suggestione anche fuori dai confini provinciali: ho in mente Nino Andreatta e il suo rapporto con Nanni Bazoli, ma anche Pietro Scoppola, Ermanno Gorrieri e Achille Ardigò e il loro rapporto con Luigi Bazoli jr e Leonardo Benevolo.
Ma dentro i confini provinciali, l’uomo che sicuramente più è stato influenzato e  coinvolto da questo clima e da questo progetto di ricostruzione del tessuto etico e culturale del paese è stato Mino Martinazzoli: la sua concezione del valore della mitezza nella vita politica, del riconoscimento del limite della politica (“la politica è importante, ma la vita di più”), la  esigenza urgente del farsi umano dello Stato, l’idea di una laicità non ideologica in politica, sono pensieri incubati in questo straordinario crogiuolo culturale.  Parlando di Stefano Bazoli, che aveva ascoltato ancora ragazzino in un comizio elettorale nel 1946 ricavandone una grande impressione per l’uso mite, parsimonioso e per nulla spettacolare delle parole, Mino Martinazzoli dirà in questo modo il nucleo del pensiero del maestro che lo aveva tanto affascinato e catturato “Se la verità ci fa liberi, la libertà ci fa veri…Se la radicalità cristiana esprime un messaggio di liberazione, è pur vero che – dentro la storia della convivenza umana – non c’è alba di liberazione senza libertà. Senza una regola di libertà”.
Sentire cattolici che mettono al centro il tema della libertà, questo modo di intendere la libertà, non era tanto consueto ieri, né lo è oggi. Eppure si tratta del dono più grande che Dio ha fatto all’uomo sia come strumento per raggiungere la verità, che come condizione per vivere la propria personale responsabilità verso di Lui e verso la storia.
Che in questo angolo privilegiato della provincia lombarda si siano formate intere generazioni di giovani alla politica, per quasi un secolo, attorno a questi principi, a me pare sia stata cosa assieme singolare e preziosa per tutto il paese.

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