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Vi racconto la mia amica Tina

images-1intervista di Francesco Anfossi

da Famiglia Cristiana, 04 novembre 2016

L’onorevole del Pd Pierluigi Castagnetti vanta una lunga amicizia con Tina Anselmi. “E’ vero, l’ho conosciuta da vicino. Sono stato segretario della Dc Emilia Romagna ai tempi della Commissione P2 e dovetti occuparmi del caso di alcuni deputati coinvolti della lista di Gelli. Credo di essere stato uno degli ultimi ad andare a trovarla, nella sua casa di Castelfranco Veneto. Ero andata a trovarla dopo l’elezione di Sergio Mattarella”.
Onorevole Castagnetti,chi era Tina Anselmi?
“La cosa che ricordo di Tina era la normalità del coraggio in politica. In politica, quella vera, occorre anche il coraggio per muoversi rompendo consuetudini, tabù, convenzioni e  convenienze. Tina era una donna che non faceva calcoli di natura personale e che amava moltissimo la verità”.
Da dove le veniva il coraggio di cui parla?
“Lo aveva appreso fin dal tempo in cui entrò nella Resistenza come staffetta partigiana, a 17 anni.
Lo stesso coraggio che ha manifestato come presidente della commissione P2″.
Chi la scelse come presidente?
“L’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, che ne parlò alla Iotti e la Iotti approvò”.
Perché proprio lei?
” La vicenda della P2 sorprese molti nella Democrazia Cristiana. Forlani  in particolare dovette gestire questa partita, e con molto imbarazzo, perché man mano che uscivano anticipazioni dagli elenchi comparivano dei parlamentari della Dc.  E la Dc era l’unico partito che aveva espressamente indicato nello statuto -  mi pare all’articolo 7  -  l’incompatibilità assoluta di appartenenza alle logge massoniche da parte dei propri iscritti”.
Neanche i comunisti?
“Mi pare di no. Allora ci vantavamo di essere l’unico partito che aveva questo divieto. Tornando alla scelta di Pertini, credo ci sia stata attenzione al partito di maggioranza relativa, che si trovava in difficoltà. E allora si sceglieva una persona che non potesse essere contestata. Poi c’erano le caratteristiche soggettive che erano molto spiccate per Pertini  e la Iotti. La sua capacità di affrontare questioni importanti e di fare scelte importanti come aveva dimostrato quando era ministro del Lavoro e della Sanità. L’altra motivazione penso fosse la certezza che una morotea come era Tina non avesse personalmente nessun tipo di incompatibilità. Nessuno sapeva niente della P2 tranne quelli che ne facevano parte. Bisognava iniziare da principio, quasi da zero, la ricerca della verità. Lei era una donna di grande rigore come si rivelò”.
Lei accettò subito?
“Quando la Iotti glielo propose chiese quindici minuti. Senza dirlo alla Iotti ne parlò con Leopoldo Elia”.
Perché proprio con Leopoldo Elia?
“Morto Aldo Moro Elia era considerato da tutti i morotei l’uomo più autorevole nell’interpretarne il pensiero. La sua autorevolezza era riconosciuta da tutti. Tina sciolse la riserva, sapendo che tutto questo comportava dei rischi che poi si materializzarono in intimidazioni e minacce, come mi raccontò. Stava maneggiando materiali esplosivi ma anche rischi politici. Sapeva che sarebbe andata incontro a tempi di grande solitudine, come poi avvenne. Inoltre in ambienti democristiani si manifestavano delle riserve. Si diceva che non sarebbe stata in grado di concludere l’inchiesta, che l’indagine sarebbe stata dispersiva. In realtà lei ha accettato la cosa come un servizio al Paese e alla verità e ha impiegato il tempo necessario per far emergere appieno questa verità. La verità di una ragnatela di poteri occulti che voleva conquistare il governo Paese attraverso un piano ben preciso”.
Sfilando davanti alla Commissione   i membri della loggia massonica minimizzarono la loro appartenenza, molti dissero di essere stati cooptati, altri dissero di essere stati messi in lista da Gelli a loro insaputa, altri ancora, come l’allora giovane e brillante imprenditore Silvio Berlusconi, raccontarono di aver accettato quasi con spirito goliardico…
“Peccato che i documenti che certificavano le iscrizioni agli atti della Commissione erano manoscritti autografi, compresi i giuramenti. Erano veramente ridicoli i tentativi di minimizzare l’appartenenza a una loggia eversiva che rappresentava un pericolo per la democrazia, come Tina non si stancava di ricordare. La Anselmi comunque non si accanì con gli interrogati, conservando sempre un ruolo conforme al suo ruolo di presidente. Fu tenace, ma allo stesso tempo pacata e garantista”.
Tina Anselmi è stata una delle ultime esponenti dei cattolici democratici. Che definizione possiamo dare di questa corrente politico-culturale in cui si riconosceva la sinistra dc?
“La definizione più consona resta quella che ne diede Sturzo nel 1904, quando parlò dei cattolici che hanno scelto di confidare nella democrazia, a differenza dei cattolici clericali. I cattolici venivano da una storia diversa, non sono nativi democratici, per così dire, Gerusalemme, si diceva, non è Atene. Non era facile parlare di democrazia e dei suoi strumenti. Possiamo parlare di cattolicesimo democratico a partire dalla Costituente del 1946. Tra i deputati dell’assemblea c’era il nucleo di costituenti cattolici, da Lazzati a La Pira, da Dossetti a De Gasperi, che avevano in mente un modello ben preciso di democrazia come metodo di confronto e libertà”.
A livello di correnti la Anselmi era morotea…
“Aldo Moro, che diede un contributo notevole al cattolicesimo democratico, disse che la democrazia bisognava amarla insieme allo Stato e alle istituzioni. Nel gruppo moroteo, che era un gruppo di minoranza all’interno del partito cattolico, la corrente più piccola, con meno prospettive di potere, c’erano Andreatta, Salvi, Morlino, Maria Eletta Martini, Zaccagnini. Tutti intellettuali di un certo peso, anche se, come detto, minoritari. I cattolici democratici sono quelle persone impegnate in politica con l’intenzione di cambiare la politica e di dare un contributo anche alla vita della Chiesa. Partendo da posizioni laiche. Quando Moro cercò di resistere al cardinale Siri, che non voleva la svolta governativa di compromesso con la sinistra, rispose che l’attività politica dei cattolici serviva a evitare che anche le gerarchie ecclesiastiche si occupassero di queste materie. Era un atto di responsabilità, un modo per fare servizio alla Chiesa. C’è chi dice che la svolta di Moro al congresso di Napoli del 1962 fosse propedeutica addirittura alla Lumen Gentium, il documento sui laici del Concilio Vaticano II”.
L’epigono dei cattolici democratici è Sergio Mattarella?
“Sicuramente. E fa bene a definirlo un epigono. Oggi in politica si vive ancora di ciò che il cattolicesimo democratico ha seminato in questi 70 anni. Ci sono ancora dei parlamentari che si riferiscono a quella cultura personalista, ispirata da Maritain e Mounier, ma non esistono più luoghi che educano a quella grande tradizione politico-culturale. Quella tradizione, che collocava attivamente il cristiano in relazione ai tempi della storia e lo caricava di responsabilità, aveva finito per essere egemonica nel partito, anche se come numeri era minoritaria. Ha plasmato la politica del Dopoguerra, persino fuori dalla Dc. Ma oggi questo dibattito, nonostante l’interesse dei giovani (come riscontro quando ne parlo nei miei incontri in giro per l’Italia) non esiste più, perché non c’è più un partito di ispirazione cristiana”.

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