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Rompere sarebbe da irresponsabili

Pd-bandiere-e1457984989858intervista di Angelo Picariello

da Avvenire del 16 febbraio 2017

Tanti amici mi chiamano sconfortati. Si rischia di spaccare un partito che è un bene comune nel panorama già disperante del la politica italiana. nalia ha bisogno di responsabilità, una scissione sarebbe incomprensibile e irresponsabile. Bisogna mettere il naso fuori dalla porta, vedere quel che accade nel mondo. I rischi che corre l’Europa…».
È preoccupato Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario del Partito popolare, vicino da sempre a Sergio Mattarella, ma anche sostenitore di Matteo Renzi.
«Pesano i suoi errori – ora dice -. La sua baldanza indisponente, l’autostima esagerata, ma soprattutto la difficoltà ad ascoltare, a dialogare, coinvolgere».
Parla da renziano deluso?
No, Renzi ha dato una scossa a un Paese immobile. Quando all’Onu e alla Nato ci invitavano a intervenire militarmente in alcuni teatri di guerra, ha saputo difendersi come fa uno statista, evitando che ci cacciassimo in guai seri. E poi ha saputo tenere il punto in assoluta solitudine su temi cruciali come quello dei migranti. Meriti che gli vanno riconosciuti, come i primi risultati economici.
A chi minaccia la scissione che cosa dice?
Che bisogna accettarsi, parlarsi. Non si può continuare a considerare chi non viene dalla propria storia un usurpatore. A 10 anni dalla sua nascita debbono avere lo stesso titolo di cittadinanza nel Pd. La politica ha bisogno di un luogo di costruzione di consenso e coesione nel Paese. Un Pd al 30 per cento può essere questo. Altrimenti uno non saprebbe più dove voltarsi in un Paese sempre più lacerato, che rischia di vivere una precipitazione verso il proporzionale, conia polverizzazione dei partiti, la deriva verso la Repubblica di Weimar. L’anticamera del nazismo. Quella vicenda insegna che la crisi del sistema dei partiti, in una situazione formalmente democratica, porta sempre a derive autoritarie. Oggi si direbbe populiste. Il populismo è oggi a ogni latitudine il raccoglitore della rabbia dei cittadini. Ma se non c`è capacità di convogliarla verso prospettive di governo la crisi rischia di aggravarsi. Parole come sovranismo, protezionismo non si sentivano dalla fine della seconda guerra mondiale. In Italia, poi, siamo ancora dentro i postumi dell`esito del referendum.
II Pd, anziché essere fattore unitivo, ha favorito l`alleanza di tutti gli altri contro di sé. In fondo l`obiettivo perseguito nel referendum è lo stesso che si coltiva ora nel Pd: far fuori Renzi. Legittimo da perseguire, ma con strumenti democratici. Chi punta a prevalere su Renzi non ha altra strada che partecipare a un congresso.
Che cosa cambia dopo la sentenza sull’Italicum?
È auspicabile che tutto il Parlamento dia prova di responsabilità dando vita a una legge elettorale che non si limiti ad attuare il dettato delle due sentenze della Consulta, ma riduca i rischi di eccessi di proporzionalismo e di ingovernabilità del sistema, che fra l`altro una scissione andrebbe solo ad aumentare. Il Pd ridurrebbe il suo peso ed è difficile costruire aggregazioni attorno a dei tronconi, che, una volta divisi, fanno fatica a mettersi insieme il giorno dopo. Ci vuol tempo per elaborare il lutto di una rottura, lo sappiamo bene noi ex Dc, e l`Italia di tempo non ne ha.
È auspicabile una norma che punti sulle coalizioni?
La strada suggerita dal Pd, il Mattarellum, è la più sensata. L’abbiamo conosciuto e ha funzionato. Ha in sé Il contenimento delle spinte proporzionaliste e l’inserimento di principi maggioritari per favorire la governabilità. Ma l’ipotesi di scissione inserirebbe delle tossine nel dibattito che allontanerebbero la possibilità di fare una nuova legge elettorale.
Tener fuori dalla contesa la guida della coalizione può alleggerire lo scontro sulla guida del Pd.
Solo in una logica puramente maggioritaria il segretario  del partito vincente è anche presidente del Consiglio. Discutiamo ora su chi deve fare il segretario del Pd. Il presidente del Consiglio sarà il frutto delle aggregazioni elettorali e delle aggregazioni successive che si faranno in Parlamento.
Lei auspica la fine ordinaria della legislatura?
Impiegando la primavera per il Congresso non si può andare al voto a giugno. E se non si vota a giugno mi pare inevitabile che si vada alla scadenza naturale. Novembre o febbraio, a quel punto che cosa cambia? Non si può sovrapporre il congresso del Pd con la campagna elettorale. A Renzi consiglierei di evitare di ripetere l’errore fatto con il referendum.

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