mar
31
gen '12

Quei “no” anche alla DC

Sarà ricordato come il Presidente che, collocato sul crinale tra la prima e la seconda repubblica, ha saputo evitare all’Italia una deriva anticostituzionale e antidemocratica, rivelando una tempra politica da molti prima non conosciuta. Oscar Luigi Scalfaro, infatti, prima di salire al Quirinale nel 1992 nel mezzo di una stagione drammatica della vita repubblicana per gli attentati della mafia a Falcone e Borsellino e per l’emersione non meno traumatica degli effetti della crisi morale che investiva il sistema politico, pur avendo ricoperto diversi incarichi istituzionali e governativi di rilievo, non era considerato un “cavallo di razza”, a conferma che nei grandi partiti politici, oltre alle ledership più forti e popolari, era disponibile una riserva di dirigenti di altissimo profilo, dotati cioè di grande spessore culturale, spirituale e politico.
Nella Dc, anche nel suo tempo, Scalfaro era rispettato come un “uomo di un altro tempo”, per la sua integrità morale che a volte mostrava il volto della rigidità, per l’ostentazione dell’ ispirazione cristiana e per l’oratoria calda, rotonda e raffinata.
In effetti questo suo apparire ed essere un “uomo di un altro tempo” è stata la sua virtù, la forza che gli ha consentito di resistere e sfidare i venti a volte anche impetuosi di cambiamenti tanto effimeri quanto inutilmente fragorosi. Mentre ad altri è capitato di abbassare la testa di fronte ai nuovi stili di una sedicente modernità politica, Scalfaro ha fortemente ancorato il Quirinale sulla roccia della Carta Costituzionale, scelta non facile dopo il discusso epilogo del settennato cossighiano. I suoi successori, Ciampi e Napolitano, non sono stati da meno nel confermare questa fedeltà alla Carta, ma è giusto riconoscere che il rischio maggiore dell’assalto alla medesima si è registrato proprio negli anni convulsi della nascente cosiddetta seconda repubblica. Perciò quei “no” e quei “non ci sto” di Scalfaro, sono apparsi subito come una nuova “gettata” di cemento costituzionale che ha reso più forti le fondamenta della nostra democrazia, mettendole in sicurezza anche rispetto ai previsti assalti successivi.
La gestione così originale della funzione di massimo garante della Carta gli costò sofferenze anche sotto il profilo umano, oltre a quello politico. Venne sacrificata l’amicizia di tanti uomini del suo stesso partito, la Democrazia Cristiana, che non compresero tanta severità nel giudicare comportamenti soggettivi e scelte politiche che a molti di loro non sembravano meritarla, nè compresero talune scelte presidenziali giudicate troppo aperte alle aspettative delle allora opposizioni, come lo scioglimento anticipato della XI legislatura.
In effetti furono proprio la rigorosa correttezza costituzionale  e l’assoluta assenza di calcoli politici di parte, che connotarono alcune delle sue più importanti decisioni, così come la rigorosa difesa del carattere parlamentare della nostra democrazia, a costituire i presupposti di quella forza morale e politica che illuminò e resse l’intero difficile settennato di Scalfaro.
Papa Benedetto XVI ha giustamente reso onore al grande uomo politico cristiano,  le cui battaglie, in difesa della Costituzione, della libertà, della laicità, della pace e della moralità della classe dirigente non furono peraltro sempre accompagnate da analoghi riconoscimenti, perché Scalfaro – sarebbe ingiusto non ricordarlo – era una persona scomoda e un cristiano scomodo.
Ma in questo momento non serve ricordare incomprensioni, polemiche e amarezze che la vita non gli ha risparmiato.
A me pare più interessante rilevare come, e ciò lo si coglie in modo netto nel magistero scalfariano degli ultimi ventanni, la fedeltà alla ispirazione cristiana di quella generazione che sotto la guida di De Gasperi rese protagonisti i cattolici nella costruzione della democrazia del paese, si sia manifestata e si continui a manifestare in una sorta di difesa “ideologica” della Costituzione. C’è infatti una fermezza e una intransigenza – come si fa a non ricordare la battaglia in difesa della Carta in quegli stessi anni del monaco Giuseppe Dossetti, padre costituente come Scalfaro?- in questi uomini dovuta proprio a una sorta di investimento religioso sui principi della Costituzione,  come se il valore della persona, della vita, della libertà, della pace, del bene comune, non possa essere scritto che nell’unico modo in cui è stato fatto, appunto, nella Carta. La quale, proprio per ciò, è stata ed è vissuta come il punto di convergenza fra l’umanesimo cristiano e l’umanesimo laico, e la sua sacralità consiste appunto in questa miracolosa convergenza, che doveva e deve essere difesa da ogni insidia. Non è un caso che “dall’altra parte”, quella laica,  lo stesso atteggiamento abbiano mostrato e mostrino i presidenti Ciampi e Napolitano. E non è pure un caso che Scalfaro non sia mai riuscito (forse non l’ha neanche cercato) a realizzare un feeling con l’onorevole Berlusconi, che considerava “estraneo” alla cultura e a gran parte della stessa architettura del nostro modello di democrazia costituzionale, non solo per ragioni anagrafiche ma proprio per ragioni profondamente etiche e culturali.
Si capisce, dunque, la goffaggine di alcune interpretazioni superficiali e stucchevoli della supposta discontinuità degli atteggiamenti politici di Scalfaro, prima scelbiano, poi forlaniano e infine progressista, o prima cattolico integralista e poi cattolico dialogante, letture che non colgono la verità del nucleo solido del suo modo di intendere e di vivere la coerenza morale e politica, come coerenza al Vangelo e ineludibilmente alla Costituzione.

scalfaro1di Pierluigi Castagnetti

da Europa del 31 gennaio 2012

Sarà ricordato come il Presidente che, collocato sul crinale tra la prima e la seconda repubblica, ha saputo evitare all’Italia una deriva anticostituzionale e antidemocratica, rivelando una tempra politica da molti prima non conosciuta. Oscar Luigi Scalfaro, infatti, prima di salire al Quirinale nel 1992 nel mezzo di una stagione drammatica della vita repubblicana per gli attentati della mafia a Falcone e Borsellino e per l’emersione non meno traumatica degli effetti della crisi morale che investiva il sistema politico, pur avendo ricoperto diversi incarichi istituzionali e governativi di rilievo, non era considerato un “cavallo di razza”, a conferma che nei grandi partiti politici, oltre alle ledership più forti e popolari, era disponibile una riserva di dirigenti di altissimo profilo, dotati cioè di grande spessore culturale, spirituale e politico. Nella Dc, anche nel suo tempo, Scalfaro era rispettato come un “uomo di un altro tempo”, per la sua integrità morale che a volte mostrava il volto della rigidità, per l’ostentazione dell’ ispirazione cristiana e per l’oratoria calda, rotonda e raffinata. In effetti questo suo apparire ed essere un “uomo di un altro tempo” è stata la sua virtù, la forza che gli ha consentito di resistere e sfidare i venti a volte anche impetuosi di cambiamenti tanto effimeri quanto inutilmente fragorosi.

sab
14
gen '12

Ai “liberi e forti”, il valore della communitas

Come tutti gli anni, domani a Caltagirone, nel 93esimo anniversario dell’appello “ai liberi e forti”, sarà ricordato sotto il profilo storico e politico il valore del messaggio di Luigi Sturzo. Il convegno promosso dal Partito democratico e dall’Associazione “I Popolari” quest’anno avrà come titolo “La Repubblica delle città”, allo scopo evidente di conciliare l’autonomismo sturziano con l’idea di stato repubblicano.
Com’è noto per Sturzo il valore delle autonomie locali coincide con l’esigenza di riconoscere (viene alla mente l’articolo 5 della nostra Costituzione) la soggettività primaria della comunità: si parte dall’uomo, poi si passa alle sue relazioni primarie e, dunque, alla famiglia e alla comunità locale, cioè a quell’insieme di persone relazionate “naturalmente” l’una con l’altra, partendo dai rapporti “al di qua della legge” per proiettarsi a quelli disciplinati dalla legge.
Così al soggetto primario “uomo” si aggiunge il soggetto primario “comunità”, cioè l’autonomia locale, la città. Il consorzio delle città darà vita alla dimensione provinciale, quello delle province alla regione, quello delle regioni allo stato nazionale, quello degli stati nazionali alla comunità sopranazionale.
Non si può comprendere il pensiero di Sturzo se non partendo da questa sua idea di uno stato che segue la società, al punto da definire «lo stato come forma organizzativa della società». Pensavo a Sturzo ascoltando il presidente Mario Monti il 7 gennaio scorso a Reggio Emilia quando diceva, a proposito dell’Europa, che personalmente avrebbe preferito la conservazione della denominazione precedente, Comunità anziché Unione. Il processo di globalizzazione comporta infatti l’esigenza di riscoprire la dimensione comunitaria, non solo a livello istituzionale, ma prima ancora a livello sociale.
Non è un caso che nel dibattito filosofico e politologico nord americano sia stato riscoperto il valore del comunitarismo, proprio perché la communitas rende l’idea di un luogo concreto, naturale e perciò “caldo”, fatto di relazioni corte, che sanno veicolare sentimenti di solidarietà, di condivisione e di reciproca protezione, di “scambio di sguardi” come diceva Martin Buber. Sturzo all’inizio del Novecento quando proponeva il suo pensiero sociologico e politico fortemente intriso di personalismo e comunitarismo aveva conosciuto l’apporto di Tönnies (Comunità e società, 1887), di Durkheim (La divisione del lavoro, 1893), di Proudhon (Soluzione del problema sociale, 1848), ed era entrato in un dialogo ideale che coltiverà in tutta la prima metà del secolo con Weber (Economia e società, 1922), Plessner (I limiti della comunità, 1924), Kelsen (Socialismo e stato, 1923), Buber (Il principio dialogico ed altri saggi, 1935 e Il problema dell’uomo 1942), Maritain (Umanesimo integrale, 1936) e Mounier (Rivoluzione personalista e comunitaria, 1934).
È importante conoscere gli autori che hanno contribuito a formare il pensiero di Sturzo perché sono gli stessi che formeranno la cultura democratica di buona parte dei nostri padri costituenti. Il loro merito non consistette solo nell’“importare” quel pensiero ma nel trasformarlo e adeguarlo alle esigenze storiche del nostro paese. Erano soprattutto i costituenti cattolici, più liberi di altri nell’aprirsi al nuovo e più capaci di altri nel trasformarlo in fatti, istituzioni, costume civile, senso comune.
La importante attualità del pensiero sturziano è accentuata dalla necessità che oggi abbiamo di riscoprire il valore della comunità. Sappiamo che il sostantivo latino communitas ha come corrispondente greco koinonia (comunanza, partecipazione) e la aristotelica koinonia politikè, tradotta in latino societas politica, diventa infatti in italiano società politica, ma ancor meglio comunità.
Secondo Roberto Esposito (Communitas, 1998), communitas deriva dall’unione della preposizione cum col sostantivo munus (che significa al tempo stesso dono e dovere), e la communitas risulta quindi dall’insieme di persone vincolate da obbligazioni reciproche, dal debito di riconoscenza che unisce l’una con l’altra. Per Esposito il contrario della communitas è l’immunitas cioè l’emancipazione dall’obbligo di gratitudine derivato dall’accettazione di un dono, e legge non a caso la modernità in chiave di “progetto immunitario”, un progetto che «non si rivolge soltanto contro gli specifici munera – oneri, vincoli, prestazioni gratuite – che gravano sugli uomini…ma contro la stessa legge della loro convivenza associata.
La gratitudine che sollecita il dono non è più sostenibile dall’individuo moderno che assegna ad ogni prestazione il suo specifico prezzo». A partire da Hobbes poi, al dono subentra il contratto e la comunità cede il posto allo stato. Potremmo dire che lo sforzo di Sturzo è stato quello di evitare l’alternativa comunità-stato, dono-contratto, e di trovare anzi un punto di sintesi: ecco cos’è “la Repubblica delle città”.
L’intuizione fondamentale di Buber (il filosofo, teologo, esegeta ebreo, noto soprattutto per i suoi studi sul chassidismo) sarà quello di individuare la comunità come il luogo in cui si incontrano l’io e il tu, «la vera comunità non nasce dal semplice fatto che le persone nutrono sentimenti reciproci ma dal fatto che tutti siano in reciproca relazione vivente con un centro vivente, e che siano tra loro in una vivente relazione reciproca».
È evidente che l’inserimento del “centro vivente” introduce nella comunità un elemento religioso importante, che non la limita, ma la rafforza e le dà senso. Questo principio viene di fatto ripreso da Maritain e da Mounier, sia pure con accentuazioni diverse, ma entrambi preoccupati di precisare che tale dimensione religiosa non contraddice il principio di laicità e di riconoscimento del valore ontologico delle realtà terrene.
Per Mounier in particolare «è impossibile arrivare alla comunità senza la persona», anzi, «se è vero che solo le persone creano comunità è anche vero che solo attraverso la comunità – la relazione di amore che, svelando il volto dell’altro, aiuta a capire il nostro – si diventa persone».
E, aggiunge ancora Mounier, «il noi segue sempre dall’io, o per meglio dire, poiché non si costituiscono uno indipendentemente dall’altro, il noi deriva dall’io e non potrebbe precederlo».
Non è difficile cogliere in questo gioco di precedenze fra l’io e il noi una precisa cultura democratica e più in generale dello stato. Quella appunto che ci ha lasciato Sturzo.
(illustrazione di Giancarlo Montelli)

Luigi Sturzo3403_imgdi Perluigi Castagnetti

da Europa del 14 gennaio 2012

Come tutti gli anni, domani a Caltagirone, nel 93esimo anniversario dell’appello “ai liberi e forti”, sarà ricordato sotto il profilo storico e politico il valore del messaggio di Luigi Sturzo. Il convegno promosso dal Partito democratico e dall’Associazione “I Popolari” quest’anno avrà come titolo “La Repubblica delle città”, allo scopo evidente di conciliare l’autonomismo sturziano con l’idea di stato repubblicano. Com’è noto per Sturzo il valore delle autonomie locali coincide con l’esigenza di riconoscere (viene alla mente l’articolo 5 della nostra Costituzione) la soggettività primaria della comunità: si parte dall’uomo, poi si passa alle sue relazioni primarie e, dunque, alla famiglia e alla comunità locale, cioè a quell’insieme di persone relazionate “naturalmente” l’una con l’altra, partendo dai rapporti “al di qua della legge” per proiettarsi a quelli disciplinati dalla legge. Così al soggetto primario “uomo” si aggiunge il soggetto primario “comunità”, cioè l’autonomia locale, la città.

mar
3
gen '12

Le facce di questo 25 dicembre

088edac9-963c-4d5d-911a-b7d3e21bd683di Pierluigi Castagnetti

da Europa del 27 dicembre 2011

Gli attentati islamici contro i cristiani in Nigeria nel giorno di Natale lasciano veramente senza parole. Alla violenza fondamentalista siamo preparati e, in particolare, a quella contro i cristiani, in Pakistan, India, Iraq, Somalia, Nigeria. Ma questi ultimi colpiscono per la scelta del giorno, importante per i cristiani ma privo di significato ostile per i musulmani. Oramai i cristiani, nel mondo globalizzato che li ha resi relativamente più minoranza, rappresentano un bersaglio prevedibile e facile. Prevedibile perché evocano simbolicamente la fede maggioritaria in un passato che si vorrebbe cancellare, facile perché trattasi di un bersaglio indifeso ed inerme. Per loro il sacrificio e il martirio tornano ad essere il prezzo e lo stigma di una scelta  sicuramente esigente.

dom
25
dic '11

Presepio e politica

museo_del_presepio_02di Pierluigi Castagnetti

da 24emilia.com del 25 dicembre 2011

Il presepio da secoli ci racconta il senso del cristianesimo con quel linguaggio delle immagini che tanto coinvolge i bambini e interpella gli adulti. Il senso e la “differenza” della fede cristiana rispetto ad altre – pur rispettabili s’intende – fedi nell’unico Dio. Il cristiano infatti crede in un Dio che per amore dell’uomo si fa anch’Egli uomo. Anzi bambino. L’uomo-Dio infatti avrebbe potuto materializzarsi sulla terra apparendo improvvisamente tra gli uomini, da uomo adulto. Invece ha scelto di nascere come tutti gli uomini bambino, chiedendo il permesso a una donna.
L’idea che Dio chieda il permesso a una donna di venire tra noi, a me pare straordinario: non un Dio potente e prepotente, ma un Dio che chiede l’autorizzazione a essere accolto come uomo tra gli uomini. Trovo che si tratti di un atto di riconoscimento della libertà dell’uomo che non ha eguali.
Diceva Don Primo Mazzolari: “Se il mondo vorrà avere ancora uomini liberi, uomini giusti, uomini che sentono la fraternità, bisognerà che mai dimentichiamo la strada del presepio”.

lun
19
dic '11

Per i laici credenti anche la fedeltà alla coscienza non è “negoziabile”

untitleddi Pierluigi Castagnetti

da l’Unità del 19 dicembre 2011

Come spesso accade le parole della Chiesa vengono trascinate in una direzione o in un’altra.
Soprattutto quando si attribuiscono loro significati necessariamente politici. Altre volte, invece, possono risultare criptiche e persino ambigue: in quei casi personalmente cerco di andare alla fonte, apro il Vangelo e lì trovo la chiarezza della Parola e provo a lasciarmici guidare, dopotutto vi si legge, “Uno solo è il vostro maestro” (Mt. 23,8). Così è capitato anche per le dichiarazioni del cardinal Bagnasco sul “ Valore della coscienza nell’impegno sociale e politico” pronunciate due giorni fa al convegno di “Retinopera”, che sono state interpretate, appunto, in modo diverso. C’è stato chi, soprattutto a sinistra, ha guardato al bicchiere mezzo vuoto. Io invece preferisco vedere l’altra metà.