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	<title>Pierluigi Castagnetti Blog &#187; Articoli</title>
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	<description>Il blog personale di Pierluigi Castagnetti</description>
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		<title>Quei &#8220;no&#8221; anche alla DC</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 11:20:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Sarà ricordato come il Presidente che, collocato sul crinale tra la prima e la seconda repubblica, ha saputo evitare all’Italia una deriva anticostituzionale e antidemocratica, rivelando una tempra politica da molti prima non conosciuta. Oscar Luigi Scalfaro, infatti, prima di salire al Quirinale nel 1992 nel mezzo di una stagione drammatica della vita repubblicana per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Sarà ricordato come il Presidente che, collocato sul crinale tra la prima e la seconda repubblica, ha saputo evitare all’Italia una deriva anticostituzionale e antidemocratica, rivelando una tempra politica da molti prima non conosciuta. Oscar Luigi Scalfaro, infatti, prima di salire al Quirinale nel 1992 nel mezzo di una stagione drammatica della vita repubblicana per gli attentati della mafia a Falcone e Borsellino e per l’emersione non meno traumatica degli effetti della crisi morale che investiva il sistema politico, pur avendo ricoperto diversi incarichi istituzionali e governativi di rilievo, non era considerato un “cavallo di razza”, a conferma che nei grandi partiti politici, oltre alle ledership più forti e popolari, era disponibile una riserva di dirigenti di altissimo profilo, dotati cioè di grande spessore culturale, spirituale e politico.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Nella Dc, anche nel suo tempo, Scalfaro era rispettato come un “uomo di un altro tempo”, per la sua integrità morale che a volte mostrava il volto della rigidità, per l’ostentazione dell’ ispirazione cristiana e per l’oratoria calda, rotonda e raffinata.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">In effetti questo suo apparire ed essere un “uomo di un altro tempo” è stata la sua virtù, la forza che gli ha consentito di resistere e sfidare i venti a volte anche impetuosi di cambiamenti tanto effimeri quanto inutilmente fragorosi. Mentre ad altri è capitato di abbassare la testa di fronte ai nuovi stili di una sedicente modernità politica, Scalfaro ha fortemente ancorato il Quirinale sulla roccia della Carta Costituzionale, scelta non facile dopo il discusso epilogo del settennato cossighiano. I suoi successori, Ciampi e Napolitano, non sono stati da meno nel confermare questa fedeltà alla Carta, ma è giusto riconoscere che il rischio maggiore dell’assalto alla medesima si è registrato proprio negli anni convulsi della nascente cosiddetta seconda repubblica. Perciò quei “no” e quei “non ci sto” di Scalfaro, sono apparsi subito come una nuova “gettata” di cemento costituzionale che ha reso più forti le fondamenta della nostra democrazia, mettendole in sicurezza anche rispetto ai previsti assalti successivi.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La gestione così originale della funzione di massimo garante della Carta gli costò sofferenze anche sotto il profilo umano, oltre a quello politico. Venne sacrificata l’amicizia di tanti uomini del suo stesso partito, la Democrazia Cristiana, che non compresero tanta severità nel giudicare comportamenti soggettivi e scelte politiche che a molti di loro non sembravano meritarla, nè compresero talune scelte presidenziali giudicate troppo aperte alle aspettative delle allora opposizioni, come lo scioglimento anticipato della XI legislatura.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">In effetti furono proprio la rigorosa correttezza costituzionale  e l’assoluta assenza di calcoli politici di parte, che connotarono alcune delle sue più importanti decisioni, così come la rigorosa difesa del carattere parlamentare della nostra democrazia, a costituire i presupposti di quella forza morale e politica che illuminò e resse l’intero difficile settennato di Scalfaro.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Papa Benedetto XVI ha giustamente reso onore al grande uomo politico cristiano,  le cui battaglie, in difesa della Costituzione, della libertà, della laicità, della pace e della moralità della classe dirigente non furono peraltro sempre accompagnate da analoghi riconoscimenti, perché Scalfaro – sarebbe ingiusto non ricordarlo – era una persona scomoda e un cristiano scomodo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Ma in questo momento non serve ricordare incomprensioni, polemiche e amarezze che la vita non gli ha risparmiato.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">A me pare più interessante rilevare come, e ciò lo si coglie in modo netto nel magistero scalfariano degli ultimi ventanni, la fedeltà alla ispirazione cristiana di quella generazione che sotto la guida di De Gasperi rese protagonisti i cattolici nella costruzione della democrazia del paese, si sia manifestata e si continui a manifestare in una sorta di difesa “ideologica” della Costituzione. C’è infatti una fermezza e una intransigenza – come si fa a non ricordare la battaglia in difesa della Carta in quegli stessi anni del monaco Giuseppe Dossetti, padre costituente come Scalfaro?- in questi uomini dovuta proprio a una sorta di investimento religioso sui principi della Costituzione,  come se il valore della persona, della vita, della libertà, della pace, del bene comune, non possa essere scritto che nell’unico modo in cui è stato fatto, appunto, nella Carta. La quale, proprio per ciò, è stata ed è vissuta come il punto di convergenza fra l’umanesimo cristiano e l’umanesimo laico, e la sua sacralità consiste appunto in questa miracolosa convergenza, che doveva e deve essere difesa da ogni insidia. Non è un caso che “dall’altra parte”, quella laica,  lo stesso atteggiamento abbiano mostrato e mostrino i presidenti Ciampi e Napolitano. E non è pure un caso che Scalfaro non sia mai riuscito (forse non l’ha neanche cercato) a realizzare un feeling con l’onorevole Berlusconi, che considerava “estraneo” alla cultura e a gran parte della stessa architettura del nostro modello di democrazia costituzionale, non solo per ragioni anagrafiche ma proprio per ragioni profondamente etiche e culturali.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Si capisce, dunque, la goffaggine di alcune interpretazioni superficiali e stucchevoli della supposta discontinuità degli atteggiamenti politici di Scalfaro, prima scelbiano, poi forlaniano e infine progressista, o prima cattolico integralista e poi cattolico dialogante, letture che non colgono la verità del nucleo solido del suo modo di intendere e di vivere la coerenza morale e politica, come coerenza al Vangelo e ineludibilmente alla Costituzione.</div>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2503" title="scalfaro1" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2012/01/scalfaro1-150x150.jpg" alt="scalfaro1" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa del 31 gennaio 2012</em></p>
<p>Sarà ricordato come il Presidente che, collocato sul crinale tra la prima e la seconda repubblica, ha saputo evitare all’Italia una deriva anticostituzionale e antidemocratica, rivelando una tempra politica da molti prima non conosciuta. Oscar Luigi Scalfaro, infatti, prima di salire al Quirinale nel 1992 nel mezzo di una stagione drammatica della vita repubblicana per gli attentati della mafia a Falcone e Borsellino e per l’emersione non meno traumatica degli effetti della crisi morale che investiva il sistema politico, pur avendo ricoperto diversi incarichi istituzionali e governativi di rilievo, non era considerato un “cavallo di razza”, a conferma che nei grandi partiti politici, oltre alle ledership più forti e popolari, era disponibile una riserva di dirigenti di altissimo profilo, dotati cioè di grande spessore culturale, spirituale e politico. Nella Dc, anche nel suo tempo, Scalfaro era rispettato come un “uomo di un altro tempo”, per la sua integrità morale che a volte mostrava il volto della rigidità, per l’ostentazione dell’ ispirazione cristiana e per l’oratoria calda, rotonda e raffinata. In effetti questo suo apparire ed essere un “uomo di un altro tempo” è stata la sua virtù, la forza che gli ha consentito di resistere e sfidare i venti a volte anche impetuosi di cambiamenti tanto effimeri quanto inutilmente fragorosi. <span id="more-2502"></span>Mentre ad altri è capitato di abbassare la testa di fronte ai nuovi stili di una sedicente modernità politica, Scalfaro ha fortemente ancorato il Quirinale sulla roccia della Carta Costituzionale, scelta non facile dopo il discusso epilogo del settennato cossighiano. I suoi successori, Ciampi e Napolitano, non sono stati da meno nel confermare questa fedeltà alla Carta, ma è giusto riconoscere che il rischio maggiore dell’assalto alla medesima si è registrato proprio negli anni convulsi della nascente cosiddetta seconda repubblica. Perciò quei “no” e quei “non ci sto” di Scalfaro, sono apparsi subito come una nuova “gettata” di cemento costituzionale che ha reso più forti le fondamenta della nostra democrazia, mettendole in sicurezza anche rispetto ai previsti assalti successivi. La gestione così originale della funzione di massimo garante della Carta gli costò sofferenze anche sotto il profilo umano, oltre a quello politico. Venne sacrificata l’amicizia di tanti uomini del suo stesso partito, la Democrazia Cristiana, che non compresero tanta severità nel giudicare comportamenti soggettivi e scelte politiche che a molti di loro non sembravano meritarla, nè compresero talune scelte presidenziali giudicate troppo aperte alle aspettative delle allora opposizioni, come lo scioglimento anticipato della XI legislatura.  In effetti furono proprio la rigorosa correttezza costituzionale  e l’assoluta assenza di calcoli politici di parte, che connotarono alcune delle sue più importanti decisioni, così come la rigorosa difesa del carattere parlamentare della nostra democrazia, a costituire i presupposti di quella forza morale e politica che illuminò e resse l’intero difficile settennato di Scalfaro. Papa Benedetto XVI ha giustamente reso onore al grande uomo politico cristiano,  le cui battaglie, in difesa della Costituzione, della libertà, della laicità, della pace e della moralità della classe dirigente non furono peraltro sempre accompagnate da analoghi riconoscimenti, perché Scalfaro – sarebbe ingiusto non ricordarlo – era una persona scomoda e un cristiano scomodo.Ma in questo momento non serve ricordare incomprensioni, polemiche e amarezze che la vita non gli ha risparmiato. A me pare più interessante rilevare come, e ciò lo si coglie in modo netto nel magistero scalfariano degli ultimi ventanni, la fedeltà alla ispirazione cristiana di quella generazione che sotto la guida di De Gasperi rese protagonisti i cattolici nella costruzione della democrazia del paese, si sia manifestata e si continui a manifestare in una sorta di difesa “ideologica” della Costituzione. C’è infatti una fermezza e una intransigenza – come si fa a non ricordare la battaglia in difesa della Carta in quegli stessi anni del monaco Giuseppe Dossetti, padre costituente come Scalfaro?- in questi uomini dovuta proprio a una sorta di investimento religioso sui principi della Costituzione,  come se il valore della persona, della vita, della libertà, della pace, del bene comune, non possa essere scritto che nell’unico modo in cui è stato fatto, appunto, nella Carta. La quale, proprio per ciò, è stata ed è vissuta come il punto di convergenza fra l’umanesimo cristiano e l’umanesimo laico, e la sua sacralità consiste appunto in questa miracolosa convergenza, che doveva e deve essere difesa da ogni insidia. Non è un caso che “dall’altra parte”, quella laica,  lo stesso atteggiamento abbiano mostrato e mostrino i presidenti Ciampi e Napolitano. E non è pure un caso che Scalfaro non sia mai riuscito (forse non l’ha neanche cercato) a realizzare un feeling con l’onorevole Berlusconi, che considerava “estraneo” alla cultura e a gran parte della stessa architettura del nostro modello di democrazia costituzionale, non solo per ragioni anagrafiche ma proprio per ragioni profondamente etiche e culturali. Si capisce, dunque, la goffaggine di alcune interpretazioni superficiali e stucchevoli della supposta discontinuità degli atteggiamenti politici di Scalfaro, prima scelbiano, poi forlaniano e infine progressista, o prima cattolico integralista e poi cattolico dialogante, letture che non colgono la verità del nucleo solido del suo modo di intendere e di vivere la coerenza morale e politica, come coerenza al Vangelo e ineludibilmente alla Costituzione.</p>
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		<title>Ai “liberi e forti”, il valore della communitas</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 11:45:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Come tutti gli anni, domani a Caltagirone, nel 93esimo anniversario dell’appello “ai liberi e forti”, sarà ricordato sotto il profilo storico e politico il valore del messaggio di Luigi Sturzo. Il convegno promosso dal Partito democratico e dall’Associazione “I Popolari” quest’anno avrà come titolo “La Repubblica delle città”, allo scopo evidente di conciliare l’autonomismo sturziano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Come tutti gli anni, domani a Caltagirone, nel 93esimo anniversario dell’appello “ai liberi e forti”, sarà ricordato sotto il profilo storico e politico il valore del messaggio di Luigi Sturzo. Il convegno promosso dal Partito democratico e dall’Associazione “I Popolari” quest’anno avrà come titolo “La Repubblica delle città”, allo scopo evidente di conciliare l’autonomismo sturziano con l’idea di stato repubblicano.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Com’è noto per Sturzo il valore delle autonomie locali coincide con l’esigenza di riconoscere (viene alla mente l’articolo 5 della nostra Costituzione) la soggettività primaria della comunità: si parte dall’uomo, poi si passa alle sue relazioni primarie e, dunque, alla famiglia e alla comunità locale, cioè a quell’insieme di persone relazionate “naturalmente” l’una con l’altra, partendo dai rapporti “al di qua della legge” per proiettarsi a quelli disciplinati dalla legge.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Così al soggetto primario “uomo” si aggiunge il soggetto primario “comunità”, cioè l’autonomia locale, la città. Il consorzio delle città darà vita alla dimensione provinciale, quello delle province alla regione, quello delle regioni allo stato nazionale, quello degli stati nazionali alla comunità sopranazionale.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Non si può comprendere il pensiero di Sturzo se non partendo da questa sua idea di uno stato che segue la società, al punto da definire «lo stato come forma organizzativa della società». Pensavo a Sturzo ascoltando il presidente Mario Monti il 7 gennaio scorso a Reggio Emilia quando diceva, a proposito dell’Europa, che personalmente avrebbe preferito la conservazione della denominazione precedente, Comunità anziché Unione. Il processo di globalizzazione comporta infatti l’esigenza di riscoprire la dimensione comunitaria, non solo a livello istituzionale, ma prima ancora a livello sociale.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Non è un caso che nel dibattito filosofico e politologico nord americano sia stato riscoperto il valore del comunitarismo, proprio perché la communitas rende l’idea di un luogo concreto, naturale e perciò “caldo”, fatto di relazioni corte, che sanno veicolare sentimenti di solidarietà, di condivisione e di reciproca protezione, di “scambio di sguardi” come diceva Martin Buber. Sturzo all’inizio del Novecento quando proponeva il suo pensiero sociologico e politico fortemente intriso di personalismo e comunitarismo aveva conosciuto l’apporto di Tönnies (Comunità e società, 1887), di Durkheim (La divisione del lavoro, 1893), di Proudhon (Soluzione del problema sociale, 1848), ed era entrato in un dialogo ideale che coltiverà in tutta la prima metà del secolo con Weber (Economia e società, 1922), Plessner (I limiti della comunità, 1924), Kelsen (Socialismo e stato, 1923), Buber (Il principio dialogico ed altri saggi, 1935 e Il problema dell’uomo 1942), Maritain (Umanesimo integrale, 1936) e Mounier (Rivoluzione personalista e comunitaria, 1934).</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">È importante conoscere gli autori che hanno contribuito a formare il pensiero di Sturzo perché sono gli stessi che formeranno la cultura democratica di buona parte dei nostri padri costituenti. Il loro merito non consistette solo nell’“importare” quel pensiero ma nel trasformarlo e adeguarlo alle esigenze storiche del nostro paese. Erano soprattutto i costituenti cattolici, più liberi di altri nell’aprirsi al nuovo e più capaci di altri nel trasformarlo in fatti, istituzioni, costume civile, senso comune.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La importante attualità del pensiero sturziano è accentuata dalla necessità che oggi abbiamo di riscoprire il valore della comunità. Sappiamo che il sostantivo latino communitas ha come corrispondente greco koinonia (comunanza, partecipazione) e la aristotelica koinonia politikè, tradotta in latino societas politica, diventa infatti in italiano società politica, ma ancor meglio comunità.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Secondo Roberto Esposito (Communitas, 1998), communitas deriva dall’unione della preposizione cum col sostantivo munus (che significa al tempo stesso dono e dovere), e la communitas risulta quindi dall’insieme di persone vincolate da obbligazioni reciproche, dal debito di riconoscenza che unisce l’una con l’altra. Per Esposito il contrario della communitas è l’immunitas cioè l’emancipazione dall’obbligo di gratitudine derivato dall’accettazione di un dono, e legge non a caso la modernità in chiave di “progetto immunitario”, un progetto che «non si rivolge soltanto contro gli specifici munera – oneri, vincoli, prestazioni gratuite – che gravano sugli uomini&#8230;ma contro la stessa legge della loro convivenza associata.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">La gratitudine che sollecita il dono non è più sostenibile dall’individuo moderno che assegna ad ogni prestazione il suo specifico prezzo». A partire da Hobbes poi, al dono subentra il contratto e la comunità cede il posto allo stato. Potremmo dire che lo sforzo di Sturzo è stato quello di evitare l’alternativa comunità-stato, dono-contratto, e di trovare anzi un punto di sintesi: ecco cos’è “la Repubblica delle città”.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">L’intuizione fondamentale di Buber (il filosofo, teologo, esegeta ebreo, noto soprattutto per i suoi studi sul chassidismo) sarà quello di individuare la comunità come il luogo in cui si incontrano l’io e il tu, «la vera comunità non nasce dal semplice fatto che le persone nutrono sentimenti reciproci ma dal fatto che tutti siano in reciproca relazione vivente con un centro vivente, e che siano tra loro in una vivente relazione reciproca».</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">È evidente che l’inserimento del “centro vivente” introduce nella comunità un elemento religioso importante, che non la limita, ma la rafforza e le dà senso. Questo principio viene di fatto ripreso da Maritain e da Mounier, sia pure con accentuazioni diverse, ma entrambi preoccupati di precisare che tale dimensione religiosa non contraddice il principio di laicità e di riconoscimento del valore ontologico delle realtà terrene.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Per Mounier in particolare «è impossibile arrivare alla comunità senza la persona», anzi, «se è vero che solo le persone creano comunità è anche vero che solo attraverso la comunità – la relazione di amore che, svelando il volto dell’altro, aiuta a capire il nostro – si diventa persone».</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">E, aggiunge ancora Mounier, «il noi segue sempre dall’io, o per meglio dire, poiché non si costituiscono uno indipendentemente dall’altro, il noi deriva dall’io e non potrebbe precederlo».</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Non è difficile cogliere in questo gioco di precedenze fra l’io e il noi una precisa cultura democratica e più in generale dello stato. Quella appunto che ci ha lasciato Sturzo.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">(illustrazione di Giancarlo Montelli)</div>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2474" title="Luigi Sturzo3403_img" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2012/01/Luigi-Sturzo3403_img-150x150.jpg" alt="Luigi Sturzo3403_img" width="150" height="150" />di <strong>Perluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa del 14 gennaio 2012</em></p>
<p>Come tutti gli anni, domani a Caltagirone, nel 93esimo anniversario dell’appello “ai liberi e forti”, sarà ricordato sotto il profilo storico e politico il valore del messaggio di Luigi Sturzo. Il convegno promosso dal Partito democratico e dall’Associazione “I Popolari” quest’anno avrà come titolo “La Repubblica delle città”, allo scopo evidente di conciliare l’autonomismo sturziano con l’idea di stato repubblicano. Com’è noto per Sturzo il valore delle autonomie locali coincide con l’esigenza di riconoscere (viene alla mente l’articolo 5 della nostra Costituzione) la soggettività primaria della comunità: si parte dall’uomo, poi si passa alle sue relazioni primarie e, dunque, alla famiglia e alla comunità locale, cioè a quell’insieme di persone relazionate “naturalmente” l’una con l’altra, partendo dai rapporti “al di qua della legge” per proiettarsi a quelli disciplinati dalla legge. Così al soggetto primario “uomo” si aggiunge il soggetto primario “comunità”, cioè l’autonomia locale, la città. <span id="more-2473"></span>Il consorzio delle città darà vita alla dimensione provinciale, quello delle province alla regione, quello delle regioni allo stato nazionale, quello degli stati nazionali alla comunità sopranazionale. Non si può comprendere il pensiero di Sturzo se non partendo da questa sua idea di uno stato che segue la società, al punto da definire «lo stato come forma organizzativa della società». Pensavo a Sturzo ascoltando il presidente Mario Monti il 7 gennaio scorso a Reggio Emilia quando diceva, a proposito dell’Europa, che personalmente avrebbe preferito la conservazione della denominazione precedente, Comunità anziché Unione.Il processo di globalizzazione comporta infatti l’esigenza di riscoprire la dimensione comunitaria, non solo a livello istituzionale, ma prima ancora a livello sociale. Non è un caso che nel dibattito filosofico e politologico nord americano sia stato riscoperto il valore del comunitarismo, proprio perché la communitas rende l’idea di un luogo concreto, naturale e perciò “caldo”, fatto di relazioni corte, che sanno veicolare sentimenti di solidarietà, di condivisione e di reciproca protezione, di “scambio di sguardi” come diceva Martin Buber.Sturzo all’inizio del Novecento quando proponeva il suo pensiero sociologico e politico fortemente intriso di personalismo e comunitarismo aveva conosciuto l’apporto di Tönnies (Comunità e società, 1887), di Durkheim (La divisione del lavoro, 1893), di Proudhon (Soluzione del problema sociale, 1848), ed era entrato in un dialogo ideale che coltiverà in tutta la prima metà del secolo con Weber (Economia e società, 1922), Plessner (I limiti della comunità, 1924), Kelsen (Socialismo e stato, 1923), Buber (Il principio dialogico ed altri saggi, 1935 e Il problema dell’uomo 1942), Maritain (Umanesimo integrale, 1936) e Mounier (Rivoluzione personalista e comunitaria, 1934). È importante conoscere gli autori che hanno contribuito a formare il pensiero di Sturzo perché sono gli stessi che formeranno la cultura democratica di buona parte dei nostri padri costituenti. Il loro merito non consistette solo nell’“importare” quel pensiero ma nel trasformarlo e adeguarlo alle esigenze storiche del nostro paese. Erano soprattutto i costituenti cattolici, più liberi di altri nell’aprirsi al nuovo e più capaci di altri nel trasformarlo in fatti, istituzioni, costume civile, senso comune. La importante attualità del pensiero sturziano è accentuata dalla necessità che oggi abbiamo di riscoprire il valore della comunità. Sappiamo che il sostantivo latino communitas ha come corrispondente greco koinonia (comunanza, partecipazione) e la aristotelica koinonia politikè, tradotta in latino societas politica, diventa infatti in italiano società politica, ma ancor meglio comunità. Secondo Roberto Esposito (Communitas, 1998), communitas deriva dall’unione della preposizione cum col sostantivo munus (che significa al tempo stesso dono e dovere), e lacommunitas risulta quindi dall’insieme di persone vincolate da obbligazioni reciproche, dal debito di riconoscenza che unisce l’una con l’altra. Per Esposito il contrario della communitas è l’immunitas cioè l’emancipazione dall’obbligo di gratitudine derivato dall’accettazione di un dono, e legge non a caso la modernità in chiave di “progetto immunitario”, un progetto che «non si rivolge soltanto contro gli specifici munera – oneri, vincoli, prestazioni gratuite – che gravano sugli uomini&#8230;ma contro la stessa legge della loro convivenza associata. La gratitudine che sollecita il dono non è più sostenibile dall’individuo moderno che assegna ad ogni prestazione il suo specifico prezzo». A partire da Hobbes poi, al dono subentra il contratto e la comunità cede il posto allo stato. Potremmo dire che lo sforzo di Sturzo è stato quello di evitare l’alternativa comunità-stato, dono-contratto, e di trovare anzi un punto di sintesi: ecco cos’è “la Repubblica delle città”. L’intuizione fondamentale di Buber (il filosofo, teologo, esegeta ebreo, noto soprattutto per i suoi studi sul chassidismo) sarà quello di individuare la comunità come il luogo in cui si incontrano l’io e il tu, «la vera comunità non nasce dal semplice fatto che le persone nutrono sentimenti reciproci ma dal fatto che tutti siano in reciproca relazione vivente con un centro vivente, e che siano tra loro in una vivente relazione reciproca». È evidente che l’inserimento del “centro vivente” introduce nella comunità un elemento religioso importante, che non la limita, ma la rafforza e le dà senso. Questo principio viene di fatto ripreso da Maritain e da Mounier, sia pure con accentuazioni diverse, ma entrambi preoccupati di precisare che tale dimensione religiosa non contraddice il principio di laicità e di riconoscimento del valore ontologico delle realtà terrene. Per Mounier in particolare «è impossibile arrivare alla comunità senza la persona», anzi, «se è vero che solo le persone creano comunità è anche vero che solo attraverso la comunità – la relazione di amore che, svelando il volto dell’altro, aiuta a capire il nostro – si diventa persone». E, aggiunge ancora Mounier, «il noi segue sempre dall’io, o per meglio dire, poiché non si costituiscono uno indipendentemente dall’altro, il noi deriva dall’io e non potrebbe precederlo». Non è difficile cogliere in questo gioco di precedenze fra l’io e il noi una precisa cultura democratica e più in generale dello stato. Quella appunto che ci ha lasciato Sturzo.</p>
<p>(illustrazione di Giancarlo Montelli)</p>
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		<title>Le facce di questo 25 dicembre</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 12:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa del 27 dicembre 2011
Gli attentati islamici contro i cristiani in Nigeria nel giorno di Natale lasciano veramente senza parole. Alla violenza fondamentalista siamo preparati e, in particolare, a quella contro i cristiani, in Pakistan, India, Iraq, Somalia, Nigeria. Ma questi ultimi colpiscono per la scelta del giorno, importante per i cristiani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2471" title="088edac9-963c-4d5d-911a-b7d3e21bd683" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2012/01/088edac9-963c-4d5d-911a-b7d3e21bd6831-150x150.jpg" alt="088edac9-963c-4d5d-911a-b7d3e21bd683" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><strong></strong><em>da Europa del 27 dicembre 2011</em></p>
<p><em></em>Gli attentati islamici contro i cristiani in Nigeria nel giorno di Natale lasciano veramente senza parole. Alla violenza fondamentalista siamo preparati e, in particolare, a quella contro i cristiani, in Pakistan, India, Iraq, Somalia, Nigeria. Ma questi ultimi colpiscono per la scelta del giorno, importante per i cristiani ma privo di significato ostile per i musulmani. Oramai i cristiani, nel mondo globalizzato che li ha resi relativamente più minoranza, rappresentano un bersaglio prevedibile e facile. Prevedibile perché evocano simbolicamente la fede maggioritaria in un passato che si vorrebbe cancellare, facile perché trattasi di un bersaglio indifeso ed inerme. Per loro il sacrificio e il martirio tornano ad essere il prezzo e lo stigma di una scelta  sicuramente esigente. <span id="more-2469"></span>La domanda che allora si pone per i cristiani che abitano nei paesi tutto sommato tranquilli dell’occidente attiene la loro responsabilità, i loro comportamenti, le scelte, le iniziative che anche non intenzionalmente possono aggravare o alleviare la condizione dei loro fratelli più esposti nel “nuovo mondo”. E, per chi non lo è, si pone la necessità anche in Italia di osservare  in modo oggettivo e storicizzato il cristianesimo non come la religione del potere e del privilegio, ma come la fede oggi più perseguitata nel mondo. La chiesa cattolica è per definizione universale, e i due ultimi pontificati l’hanno sicuramente aiutata a dilatare il suo orizzonte. Tuttavia tentare, come pretenderebbero taluni, anche uomini politici, di rattrappire la prospettiva del magistero a una geografia domestica è un grave errore ancor più se ciò comportasse  una certa disattenzione verso quella parte del mondo in cui il cristianesimo è chiamato a giocare un nuovo costoso protagonismo.</p>
<p>Un secondo ordine di pensieri mi è venuto, nello stesso giorno di Natale, davanti al presepio. Il presepio da secoli ci racconta il senso del cristianesimo con quel linguaggio delle immagini che tanto coinvolge i bambini e interpella gli adulti. Il senso e la “differenza” della fede cristiana rispetto ad altre  &#8211; pur rispettabili s’intende – fedi nell’unico Dio. Il cristiano infatti crede in un Dio che per amore dell’uomo  si fa anch’Egli uomo. Anzi bambino. L’uomo-Dio infatti avrebbe potuto materializzarsi sulla terra apparendo improvvisamente tra gli uomini, da uomo adulto. Invece ha scelto di nascere come tutti gli uomini bambino, chiedendo il permesso ad una donna. L’idea che Dio chieda il permesso ad una donna di venire tra noi, a me pare straordinario: non un Dio potente e prepotente, ma un Dio che chiede l’autorizzazione ad essere accolto come uomo tra gli uomini. Trovo che si tratti di un atto di riconoscimento della libertà dell’uomo che non ha eguali. Diceva Don Primo Mazzolari: “Se il mondo vorrà avere ancora uomini liberi, uomini giusti, uomini che sentono la fraternità, bisognerà che mai dimentichiamo la strada del presepio”. Per questo penso che il presepio non sia uno spettacolo (solo) per bambini e che parli agli adulti anche non credenti, uomini politici compresi.</p>
<p>Ne ho avuto personalmente conferma in questo Natale in due occasioni.</p>
<p>La sera della vigilia sono andato a Messa nella mia città, Reggio Emilia, in una Parrocchia in cui un vecchio sacerdote, un gigante di sapienza cristiana, aveva preparato un presepe “sconvolgente”: una enorme carta geografica disegnata sul pavimento in cui sono dipinte senza nome tutte le nazioni, tranne l’Italia, con un bambino sospeso a due metri di altezza sulla geografia del mondo. Ma, mancava l’Italia. All’ingresso della chiesa un cartello che ne riassumeva il significato: “o mia patria, sì bella e perduta”. L’Italia si è perduta, inabissata appunto. Un pugno nello stomaco. Soprattutto per chi a vario titolo ne porta la responsabilità . Mi sono sentito colpito come uomo politico, oltreché come uomo tra gli altri uomini. Descrizione più forte della crisi che ci sta investendo non è possibile, e insieme dello sforzo che ci è richiesto per fare riemergere dall’abisso dei mari questa “patria, sì bella…”.</p>
<p>Il giorno di Natale poi ho assistito alla messa in carcere, come sempre bella e commovente. C’erano tutti i detenuti, credenti, diversamente credenti, non credenti. Ognuno a recitare il Padre nostro nella propria lingua e a cantare le canzoni della propria tradizione. Di tanto in tanto un detenuto dell’ultima fila che, approfittando della distrazione più o meno complice delle guardie, si avvicina a un amico della prima fila (e viceversa) per abbracciarlo. I ritmi del gruppo dei detenuti africani che creano l’atmosfera di un Natale che non ha bisogno di essere spiegato. Poi, in una stanza accanto, il presepe, apparentemente simile a quello delle nostre case, muschio, angeli, pastori, e la capanna isolata da un muro sottile e alto che deve essere rimosso per poter vedere quella famiglia lì ospitata, come sappiamo, in quell’alloggio di fortuna oggi separato dal resto del paesaggio dal muro. Di nuovo mi sono sentito interpellato come politico, come rappresentante di quella politica che ormai ha fatto l’abitudine a quel muro, a quella divisione che, nonostante Erode e il resto, duemila anni fa non c’era.  Ecco perché penso che il presepe non sia roba (solo) da bambini. E che quel Bambino continui a scuotere e a scandalizzare chi ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare.</p>
<p>Io mi sono sentito gratificato e colpito. E quel “groppo in gola” mi auguro continui a tormentarmi a lungo, ogni giorno sui banchi della mia responsabilità personale, in primo luogo quella politica.</p>
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		<title>Presepio e politica</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 10:43:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da 24emilia.com del 25 dicembre 2011
Il presepio da secoli ci racconta il senso del cristianesimo con quel linguaggio delle immagini che tanto coinvolge i bambini e interpella gli adulti. Il senso e la “differenza” della fede cristiana rispetto ad altre &#8211; pur rispettabili s’intende – fedi nell’unico Dio. Il cristiano infatti crede in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2465" title="museo_del_presepio_02" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/12/museo_del_presepio_02-150x150.jpg" alt="museo_del_presepio_02" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da 24emilia.com del 25 dicembre 2011</em></p>
<p>Il presepio da secoli ci racconta il senso del cristianesimo con quel linguaggio delle immagini che tanto coinvolge i bambini e interpella gli adulti. Il senso e la “differenza” della fede cristiana rispetto ad altre &#8211; pur rispettabili s’intende – fedi nell’unico Dio. Il cristiano infatti crede in un Dio che per amore dell’uomo si fa anch’Egli uomo. Anzi bambino. L’uomo-Dio infatti avrebbe potuto materializzarsi sulla terra apparendo improvvisamente tra gli uomini, da uomo adulto. Invece ha scelto di nascere come tutti gli uomini bambino, chiedendo il permesso a una donna.<br />
L’idea che Dio chieda il permesso a una donna di venire tra noi, a me pare straordinario: non un Dio potente e prepotente, ma un Dio che chiede l’autorizzazione a essere accolto come uomo tra gli uomini. Trovo che si tratti di un atto di riconoscimento della libertà dell’uomo che non ha eguali.<br />
Diceva Don Primo Mazzolari: “Se il mondo vorrà avere ancora uomini liberi, uomini giusti, uomini che sentono la fraternità, bisognerà che mai dimentichiamo la strada del presepio”. <span id="more-2464"></span>Per questo penso che il presepio non sia uno spettacolo (solo) per bambini e che parli agli adulti anche non credenti, uomini politici compresi.<br />
Ne ho avuto personalmente conferma in questo Natale in due occasioni.<br />
La sera della vigilia sono andato a Messa nella mia città, Reggio Emilia, in una parrocchia in cui un vecchio sacerdote, un gigante di sapienza cristiana, aveva preparato un presepe “sconvolgente”: un’enorme carta geografica disegnata sul pavimento in cui sono dipinte senza nome tutte le nazioni, tranne l’Italia, con un bambino sospeso a due metri di altezza sulla geografia del mondo. Ma, mancava l’Italia. All’ingresso della chiesa un cartello che ne riassumeva il significato: “O mia patria, sì bella e perduta”. L’Italia si è perduta, inabissata appunto. Un pugno nello stomaco. Soprattutto per chi a vario titolo ne porta la responsabilità.<br />
Mi sono sentito colpito come uomo politico, oltreché come uomo tra gli altri uomini. Descrizione più forte della crisi che ci sta investendo non è possibile e insieme dello sforzo che ci è richiesto per fare riemergere dall’abisso dei mari questa “patria, sì bella…”.<br />
Il giorno di Natale poi ho assistito alla messa in carcere, come sempre bella e commovente. C’erano tutti i detenuti, credenti, diversamente credenti, non credenti. Ognuno a recitare il Padre nostro nella propria lingua e a cantare le canzoni della propria tradizione. Di tanto in tanto un detenuto dell’ultima fila che, approfittando della distrazione più o meno complice delle guardie, si avvicina a un amico della prima fila (e viceversa) per abbracciarlo. I ritmi del gruppo dei detenuti africani che creano l’atmosfera di un Natale che non ha bisogno di essere spiegato.<br />
In una stanza accanto, il presepe, apparentemente simile a quello delle nostre case, muschio, angeli, pastori, e la capanna isolata da un muro sottile e alto che deve essere rimosso a mano per poter vedere quella famiglia lì ospitata, come sappiamo, in quell’alloggio di fortuna oggi separato dal resto del paesaggio dal muro. Di nuovo mi sono sentito interpellato come politico, come rappresentante di quella politica che ormai ha fatto l’abitudine a quel muro, a quella divisione che, nonostante Erode e il resto, duemila anni fa non c’era.<br />
Ecco perché penso che il presepe non sia roba (solo) da bambini. E che quel Bambino continui a scuotere e a scandalizzare chi ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare.<br />
Io mi sono sentito gratificato e colpito. E quel “groppo in gola” mi auguro continui a tormentarmi a lungo, ogni giorno sui banchi della mia responsabilità personale, in primo luogo quella politica.</p>
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		<title>Per i laici credenti anche la fedeltà alla coscienza non è &#8220;negoziabile&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 16:38:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da l&#8217;Unità del 19 dicembre 2011
Come spesso accade le parole della Chiesa vengono trascinate in una direzione o in un’altra.
Soprattutto quando si attribuiscono loro significati necessariamente politici. Altre volte, invece, possono risultare criptiche e persino ambigue: in quei casi personalmente cerco di andare alla fonte, apro il Vangelo e lì trovo la chiarezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2453" title="untitled" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/12/untitled.bmp" alt="untitled" width="193" height="148" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da l&#8217;Unità del 19 dicembre 2011</em></p>
<p>Come spesso accade le parole della Chiesa vengono trascinate in una direzione o in un’altra.<br />
Soprattutto quando si attribuiscono loro significati necessariamente politici. Altre volte, invece, possono risultare criptiche e persino ambigue: in quei casi personalmente cerco di andare alla fonte, apro il Vangelo e lì trovo la chiarezza della Parola e provo a lasciarmici guidare, dopotutto vi si legge, “Uno solo è il vostro maestro” (Mt. 23,8). Così è capitato anche per le dichiarazioni del cardinal Bagnasco sul “ Valore della coscienza nell’impegno sociale e politico” pronunciate due giorni fa al convegno di “Retinopera”, che sono state interpretate, appunto, in modo diverso. C’è stato chi, soprattutto a sinistra, ha guardato al bicchiere mezzo vuoto. Io invece preferisco vedere l’altra metà. <span id="more-2452"></span>Ho apprezzato, infatti, nelle parole del cardinale l’esaltazione del valore della coscienza e della sua libertà. I ripetuti riferimenti agli studi del card. Newman sono un fatto decisamente importante, trattandosi di un “dottore” della chiesa che ha dedicato gran parte della sua ricerca proprio al primato della coscienza, cioè “l’originario vicario di Cristo”. Sul tema, il professore di Oxford, che oggi la chiesa ha dichiarato “beato”, scrive pagine memorabili: “ L’uomo in sé stesso non ha potere su di essa, oppure solo con estrema difficoltà; non è lui a crearla, né la può distruggere. Può farla tacere in casi o direzioni particolari; può deformarne gli enunciati; ma non può emanciparsene. Può disobbedirle; può (potrebbe) rifiutarsi di usarla; ma essa rimane. Questa è la Coscienza morale, e per natura, la sua stessa esistenza conduce la nostra mente ad un Essere esterno a noi stessi;…è un Essere superiore a noi stessi, altrimenti da dove deriva la sua strana, fastidiosa perentorietà;…”.<br />
E come dimenticare, nella famosa “Lettera al Duca di Norfolk” quel passo, da cui ha voluto iniziare anche il card. J. Ratzinger nel bell’ “Elogio della coscienza”, in cui Newman polemizza con l’imprudente primo ministro inglese Gladstone: “senza dubbio, se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete , al Papa; tuttavia prima alla Coscienza, poi al Papa”.<br />
E, dunque, se la chiesa riconosce il primato della coscienza per ogni uomo, perché sorprendersi se riserva a sé il compito di aiutarlo a formare la propria coscienza in modo da liberarla veramente da condizionamenti mondani, per riconoscere la Voce che solo conta, quella della Parola del suo creatore? E come sorprendersi se il card. Bagnasco, richiamando l’esortazione di Paolo ai credenti a raggiungere l’età adulta della fede, li invita a farsi aiutare dal magistero per evitare “slittamenti semantici” dell’adultezza? È evidente che il presidente della Cei si riferisce espressamente al proprium della fede, non volendo la chiesa “esercitare un potere politico né eliminare la libertà di opinione”. In altra parte del discorso poi viene ribadita la nota teoria dei “principi” (si noti il passaggio, non privo di significato, dalla precedente locuzione che parlava di valori, essendo i valori già una traduzione storica dei principi) non negoziabili, definiti anche “beni fondamentali e fondativi” o, ancora, “beni primari”. Piccoli aggiustamenti lessicali che non mutano la posizione, ma la definiscono in modo più preciso e rispettoso della diversità dei piani tra il magistero e la storia. È evidente che il credente non può rinunciare ai principi della propria fede, ma a lui compete la responsabilità – davanti a Dio e alla storia- di calarli nella concretezza della realtà, in modo da riuscire, per quanto possibile, a farli riconoscere e condividere anche da chi non ha la sua stessa fede. Come si vede l’autonomia del credente laico in taluni casi restringe il proprio spazio, ma non lo annulla, si dà rendere difficile e ancora più preziosa la responsabilità personale. Si tratta di una discussione che ha attraversato il dibattito politico sin dai tempi del Risorgimento italiano, quando il cattolico liberale Manzoni cercava di contestare i cattolici “laici” Constant, Madame de Stael, Guizot e Sismondi: “l’unite de foi, qui ne peut resultér que d’un asservissement absolu de la raison à la crojance…”. Per Manzoni, invece, l’assenso del fedele alla morale cattolica non implica la sottomissione della ragione, perché sollecita una ricerca sulla caratteristiche essenziali di quella, l’unita e la verità, che implica la consapevolezza della loro intrinseca razionalità, “la fede sta nell’assentimento dato dall’intelletto alle cose rivelate come rivelate da Dio…Ora ripugna alla ragione che Dio riveli cose contrarie tra di loro: se la verità è una, la fede deve esserlo pure, purché sia fondata sulla verità”.<br />
Ma, per concludere, se una osservazione è possibile fare al ragionamento del card. Bagnasco (che emerge ancor più nell’intervista al “Corriere della Sera” di due giorni fa, quando parla del Pd) è quella che riguarda le incertezze che talvolta mostra la Chiesa, che pure è “esperta di umanità”, nel valutare tempestivamente le vicende della storia. Mi ha sempre colpito, ad esempio, il fatto che il riconoscimento dell’importanza storica, oltreché della validità intrinseca, del lavoro di tanti uomini politici cristiani, sia arrivato quasi sempre con decenni di ritardo. E, se penso (sia consentita l’immodestia e riconosciuta la consapevolezza delle proporzioni) alle recenti vicende politiche italiane, non so quanti anni dovranno passare prima che venga dato atto della tempestività di giudizio sulla gravità del berlusconismo come “malattia antropologica “del paese, che gruppi consistenti di credenti impegnati in politica, o anche solo elettori, espressero sin dall’emergere del fenomeno. E quanti anni dovranno passare prima che sia riconosciuto che la difesa della vita, “dal suo primo istante fino alla morte”, è stata esercitata in modo(diciamo prudentemente) apprezzabile, da quei politici che si sono occupati di difendere la vita non solo all’inizio e alla fine, ma in tutto il tratto dell’esistenza, sotto il profilo della giustizia e della dignità. La vita, infatti, tutta la vita! , che, come ricordava Martinazzoli “è più importante della politica”, ma ha pur sempre bisogno anche di una politica lineare e coerente per essere difesa.</p>
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		<title>Quella Praga magica</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Dec 2011 09:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da 24Emilia.com del 19 dicembre 2011
Se n’è andato con passo lieve e rapido, come era il suo incedere, Vaclav Havel, il leader della “rivoluzione di velluto” cecoslovacca. E’ stato il simbolo, assieme a Lech Walesa, di quel dissenso che, corrodendo dall’interno i regimi comunisti del centro Europa, ne accelerò la caduta. E insieme [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2449" title="vaclav-havel-velvet-revolution" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/12/vaclav-havel-velvet-revolution-150x150.jpg" alt="vaclav-havel-velvet-revolution" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da 24Emilia.com del 19 dicembre 2011</em></p>
<p>Se n’è andato con passo lieve e rapido, come era il suo incedere, Vaclav Havel, il leader della “rivoluzione di velluto” cecoslovacca. E’ stato il simbolo, assieme a Lech Walesa, di quel dissenso che, corrodendo dall’interno i regimi comunisti del centro Europa, ne accelerò la caduta. E insieme il simbolo dell’utopia di una democrazia senza partiti che non riuscì a realizzarsi. Un uomo affascinante, fantasioso, poeta, drammaturgo di vocazione e per quanto gli fu possibile di professione, Havel rappresentò la speranza che la democrazia fragrante che nasceva nei paesi ex comunisti potesse innescare una sorta di rigenerazione per tutte le vecchie democrazie europee.<br />
Quella che lui guidò fu una rivoluzione incredibile, combattuta con la forza e l’entusiasmo dei giovani, senza una goccia di sangue, semplicemente con il dialogo notturno tra le finestre che in una notte improvvisamente e progressivamente si illuminarono nei palazzi della “malà strana”, il cuore della Praga magica, come se l’una dicesse all’altra “anch’io ci sono”, sino a costituire l’esercito inerme di tutta la popolazione che chiedeva solo di poter finalmente respirare la libertà. <span id="more-2448"></span><br />
Sono passati poco più di vent’anni da quella stagione e personalmente ho ricordi straordinari: avevo già “visitato” la primavera di Dubcek nel 1968 in un gruppo di giovani guidati da Gilberto Bonalumi, ma fu l’esperienza della primavera del 1989 (dal 19 al 24 marzo) e quella dell’anno successivo (dal 2 al 5 gennaio) che depositarono in me ricordi indelebili e per molti versi i più importanti della mia non breve esperienza politica.<br />
Nel 1989, infatti, insieme a due colleghi, Michelangelo Agrusti e Beppe Matulli, decidemmo di andare a Praga per assistere al processo ad Havel, fondatore di “Charta 77”. La visita fu in parte avventurosa, perché non era facile in quel tempo visitare i dissidenti, o anche solo trovarli nelle loro abitazioni, per la stretta sorveglianza della polizia e la non sufficiente autorevolezza della delegazione anche a causa dalla diffidenza della Dc e del governo italiano e, conseguentemente, dell’ambasciata italiana, che vedevano in questa nostra iniziativa un eccesso di velleitarismo e impoliticità.<br />
Ma alla fine riuscimmo a incontrare chi avevamo deciso di incontrare.<br />
Il vecchio Hayech, ministro degli esteri della primavera del 1968, che ci aiutò a inanellare una serie di altri incontri con dissidenti, socialisti e cattolici, spesso accompagnandoci personalmente e facendoci da interprete (era professore di storia contemporanea e di diritto internazionale e parlava correttamente sette lingue): Vaclav Benda, un professore di filosofia, cattolico, costretto a fare il minatore e poi privato anche di questa possibilità, che incontrammo a casa sua; Josef Bartoncick, presidente del Partito Popolare; Ladislay Lis, un ex comunista convertito alla socialdemocrazia. A Bratislava invece incontrammo, oltre al dissidente Jan Carnogusky, Alexander Dubceck.<br />
Ma l’incontro più importante di quel viaggio lo facemmo con la signora Havlova, la moglie di Vaclav Havel, nella sua casa al centro della città, al quinto piano senza ascensore di un importante palazzo ancora semidistrutto dal tempo della guerra, un incontro che ci servì a capire la vicenda umana del futuro presidente della Cecoslovcchia, in quel momento recluso in carcere in attesa del giudizio d’appello dopo la prima condanna a nove mesi di detenzione. E finalmente, il 21 marzo, la possibilità di assistere &#8211; unici esponenti politici stranieri &#8211; a quel processo farsa in un&#8217;atmosfera che sembrava anticipare la fine del sistema, che in effetti implose pochi mesi dopo.<br />
Fu questa nostra partecipazione al processo che ci spalancò le porte del castello di Praga il 4 gennaio, solo cinque giorni dopo l’elezione di Vaclav Havel a presidente della Cecoslovacchia. Ricordo ancora quell’incontro, con il nuovo presidente in jeans e maglione, che si concluse con questo saluto: “So che siete democratici cristiani, quindi dovreste credere in Dio, se così è vi chiedo anche di pregare per me e per la Cecoslovacchia”. Richiesta analoga a quella che ci fece il giorno dopo il novantenne cardinale di Praga Tomaseck. In questa seconda visita fummo accompagnati anche da alcuni giornalisti (Paolo Ruffini, Paolo Palma e Guglielmo Nardocci) e, soprattutto, dal collega Guido Bodrato che per il suo profilo politico e di governo conferiva alla delegazione un alone di ufficialità che la prima visita non poteva avere.<br />
L’amicizia con Havel si strutturò successivamente in altri incontri, nella partecipazione alla campagna elettorale delle prime elezioni democratiche e persino in una visita ufficiale del governo italiano in cui fummo invitati come “testimoni” di una solidarietà tempestiva anche se per la verità, quando la esprimemmo, fummo costretti a farlo a titolo personale.<br />
Potrei raccontare mille episodi, ma c’è una risposta che Havel mi diede, in uno di questi incontri, alla domanda un po’ impertinente alla presenza di Dubcek: “Perché la rivoluzione l’hai fatta tu e non Dubcek?”. “Perché le rivoluzioni le possono fare solo quelli che non sanno che le rivoluzioni non serve farle”. In questa risposta c’era tutta la carica e la forza di un&#8217;utopia che superava ogni ragione di un realismo politico che non era più in grado di capire e fronteggiare ciò che stava accadendo. Havel si è sin da subito circondato di un gruppo di ragazzi, poco più che studenti universitari, con i quali fondò un movimento che pretendeva di non essere un partito, l’Obcanske Forum, il forum civico, i cui maggiori esponenti abbiamo voluto incontrare per capire meglio che tipo di sistema politico si stesse insediando da quelle parti.<br />
Tornammo dalla Cecoslovacchia dopo aver assistito allo spettacolo di una rivoluzione non violenta e vittoriosa, con il presentimento che anche il nostro paese, che pure non soffriva carenza di libertà e democrazia e poteva contare su un sistema istituzionale democratico, sarebbe stato investito, più prima che poi, da una domanda di cambiamento altrettanto profonda. Ci rendevamo conto che questa sensazione non era trasmissibile, proprio perché era più un sentimento che un ragionamento. Ciò che successe poi negli anni ‘90 in Italia è inutile ricordarlo, se non per rilevare che mancò in quel caso il carico di utopia, di potenzialità spirituale, di leadership paragonabile a ciò che la personalità di Vaclav Havel riuscì a sprigionare a Praga e in Europa.<br />
Anche per questo oggi salutiamo, con il ricordo e il rimpianto, una delle maggiori personalità europee della fine del ‘900 che tentò, per molti versi invano, di scuotere il torpore del vecchio continente, divenuto incapace di vedere le cose nuove e di leggerle con gli occhi “ingenui” di chi non sa che le rivoluzioni è inutile farle. Ma se, nonostante tutto, una speranza di rigenerazione e rinnovamento culturale prima che politico l’Europa oggi è in grado di esprimerla, costretta anche dall’imprevedibilità e dall&#8217;incontenibilità della globalizzazione, questo lo deve a statisti solidi come Kohl e Mitterand e a politici fantasiosi e sorridenti come Vaclav Havel.</p>
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		<title>Dialogo con il card. Bagnasco.</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 20:31:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Come spesso accade le parole della Chiesa vengono trascinate in una direzione o in un’altra.
Soprattutto quando si attribuiscono loro significati necessariamente politici. Altre volte, invece, possono risultare criptiche e persino ambigue: in quei casi personalmente cerco di andare alla fonte, apro il Vangelo e lì trovo la chiarezza della Parola e provo a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2446" title="Bagnasco" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/12/Bagnasco-150x150.jpg" alt="Bagnasco" width="150" height="150" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></span></p>
<p><span>Come spesso accade le parole della Chiesa vengono trascinate in una direzione o in un’altra.</span></p>
<p><span>Soprattutto quando si attribuiscono loro significati necessariamente politici. Altre volte, invece, possono risultare criptiche e persino ambigue: in quei casi personalmente cerco di andare alla fonte, apro il Vangelo e lì trovo la chiarezza della Parola e provo a lasciarmici guidare, dopotutto vi si legge, “Uno solo è il vostro maestro” (Mt. 23,8). Così è capitato anche per le dichiarazioni del cardinal Bagnasco sul “ Valore della coscienza nell’impegno sociale e politico” pronunciate due giorni fa al convegno di “Retinopera”, che sono state interpretate, appunto, in modo diverso. C’è stato chi, soprattutto a sinistra, ha guardato al bicchiere mezzo vuoto. Io invece preferisco vedere l’altra metà. Ho apprezzato, infatti, nelle parole del cardinale l’esaltazione del valore della coscienza e della sua libertà. I ripetuti riferimenti agli studi del card. Newman sono un fatto decisamente importante, trattandosi di un “dottore” della chiesa che ha dedicato gran parte della sua ricerca proprio al primato della coscienza, cioè “l’originario vicario di Cristo”. <span id="more-2445"></span>Sul tema, il professore di Oxford, che oggi la chiesa ha dichiarato “beato”, scrive pagine memorabili: “ L’uomo in sé stesso non ha potere su di essa, oppure solo con estrema difficoltà; non è lui a crearla, né la può distruggere. Può farla tacere in casi o direzioni particolari; può deformarne gli enunciati; ma non può emanciparsene. Può disobbedirle; può (potrebbe) rifiutarsi di usarla; ma essa rimane. Questa è la Coscienza morale, e per natura, la sua stessa esistenza conduce la nostra mente ad un Essere esterno a noi stessi;…è un Essere superiore a noi stessi, altrimenti da dove deriva la sua strana, fastidiosa perentorietà;…”. </span></p>
<p><span>E come dimenticare, nella famosa “Lettera al Duca di Norfolk” quel passo, da cui ha voluto iniziare anche il card. J. Ratzinger nel bell’ “Elogio della coscienza”, in cui Newman polemizza con l’imprudente primo ministro inglese Gladstone: “senza dubbio, se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete , al Papa; tuttavia prima alla Coscienza, poi al Papa”.</span></p>
<p><span>E, dunque, se la chiesa riconosce il primato della coscienza per ogni uomo, perché sorprendersi se riserva a sé il compito di aiutarlo a formare la propria coscienza in modo da liberarla veramente da condizionamenti mondani, per riconoscere la Voce che solo conta, quella della Parola del suo creatore? E come sorprendersi se il card. Bagnasco, richiamando l’esortazione di Paolo ai credenti a raggiungere l’età adulta della fede, li invita a farsi aiutare dal magistero per evitare “slittamenti semantici” dell’adultezza? È evidente che il presidente della Cei si riferisce espressamente al proprium della fede, non volendo la chiesa “esercitare un potere politico né eliminare la libertà di opinione”. In altra parte del discorso poi viene ribadita la nota teoria dei “principi” (si noti il passaggio, non privo di significato, dalla precedente locuzione che parlava di valori, essendo i valori già una traduzione storica dei principi) non negoziabili, definiti anche “beni fondamentali e fondativi” o, ancora, “beni primari”. Piccoli aggiustamenti lessicali che non mutano la posizione, ma la definiscono in modo più preciso e rispettoso della diversità dei piani tra il magistero e la storia. È evidente che il credente non può rinunciare ai principi della propria fede, ma a lui compete la responsabilità – davanti a Dio e alla storia- di calarli nella concretezza della realtà, in modo da riuscire, per quanto possibile, a farli riconoscere e condividere anche da chi non ha la sua stessa fede. Come si vede l’autonomia del credente laico in taluni casi restringe il proprio spazio, ma non lo annulla, si dà rendere difficile e ancora più preziosa la responsabilità personale. Si tratta di una discussione che ha attraversato il dibattito politico sin dai tempi del Risorgimento italiano, quando il cattolico liberale Manzoni cercava di contestare i cattolici “laici” Constant, Madame de Stael, Guizot e Sismondi: “l’unite de foi, qui ne peut resultér que d’un asservissement absolu de la raison à la crojance…”. Per Manzoni, invece, l’assenso del fedele alla morale cattolica non implica la sottomissione della ragione, perché sollecita una ricerca sulla caratteristiche essenziali di quella, l’unita e la verità, che implica la consapevolezza della loro intrinseca razionalità, “la fede sta nell’assentimento dato dall’intelletto alle cose rivelate come rivelate da Dio…Ora ripugna alla ragione che Dio riveli cose contrarie tra di loro: se la verità è una, la fede deve esserlo pure, purché sia fondata sulla verità”. </span></p>
<p><span>Ma, per concludere, se una osservazione è possibile fare al ragionamento del card. Bagnasco (che emerge ancor più nell’intervista al “Corriere della Sera” di due giorni fa, quando parla del Pd) è quella che riguarda le incertezze che talvolta mostra la Chiesa, che pure è “esperta di umanità”, nel valutare tempestivamente le vicende della storia. Mi ha sempre colpito, ad esempio, il fatto che il riconoscimento dell’importanza storica, oltreché della validità intrinseca, del lavoro di tanti uomini politici cristiani, sia arrivato quasi sempre con decenni di ritardo. E, se penso (sia consentita l’immodestia e riconosciuta la consapevolezza delle proporzioni) alle recenti vicende politiche italiane, non so quanti anni dovranno passare prima che venga dato atto della tempestività di giudizio sulla gravità del berlusconismo come “malattia antropologica “del paese, che gruppi consistenti di credenti impegnati in politica, o anche solo elettori, espressero sin dall’emergere del fenomeno. E quanti anni dovranno passare prima che sia riconosciuto che la difesa della vita, “dal suo primo istante fino alla morte”, è stata esercitata in modo(diciamo prudentemente) apprezzabile, da quei politici che si sono occupati di difendere la vita non solo all’inizio e alla fine, ma in tutto il tratto dell’esistenza, sotto il profilo della giustizia e della dignità. La vita, infatti, tutta la vita! , che, come ricordava Martinazzoli “è più importante della politica”, ma ha pur sempre bisogno anche di una politica lineare e coerente per essere difesa.</span></p>
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		<title>Introduzione alla riedizione di &#8220;Controcorrente DC&#8221;, di Mino Martinazzoli.</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 00:14:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti 
Ha fatto bene l’Arel a ristampare il volumetto “controcorrente Dc”, uscito la prima volta nel settembre 1979. Una pubblicazione apparentemente senza pretese che contiene alcuni interventi e scritti di Mino Martinazzoli, membro e presidente dell’associazione per alcuni anni. Martinazzoli era legato all’Arel non solo per la forte amicizia con Nino Andreatta, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2442" title="Mino_Martinazzoli" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/12/Mino_Martinazzoli-150x150.jpg" alt="Mino_Martinazzoli" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti </strong></p>
<p><strong></strong>Ha fatto bene l’Arel a ristampare il volumetto “controcorrente Dc”, uscito la prima volta nel settembre 1979. Una pubblicazione apparentemente senza pretese che contiene alcuni interventi e scritti di Mino Martinazzoli, membro e presidente dell’associazione per alcuni anni. Martinazzoli era legato all’Arel non solo per la forte amicizia con Nino Andreatta, ma perché gli piaceva l’ambiente, gli piaceva trovare persone con cui discutere in modo non banale, gli piaceva il tentativo di pensare in termini concreti all’incontro fra cattolicesimo e liberalismo che rendeva così strane e sospettate queste due figure agli occhi della sinistra Dc in cui pure militavano con convinzione. Liberali e di sinistra, laici e credenti, fedeli alla chiesa e nondimeno alla propria coscienza come Newman, Andreatta e Martinazzoli sembravano fatti per capirsi e completarsi. A Nino piaceva quel linguaggio vagamente esoterico con cui Martinazzoli accarezzava e cristallizzava pensieri solidi; a Mino piaceva l’intelligenza geniale e colorita con cui Andreatta ti metteva in mano il bandolo delle più difficili matasse macroeconomiche e con cui cercava di trasformare in politica anche le intuizioni apparentemente più stravaganti. Entrambi erano, se pur in modo diverso, figure borderline tra l’intellettuale e il politico, con la pretesa di essere pienamente intellettuali e pienamente politici. E lo erano. Per questo erano ammirati e temuti dal resto della compagnia dei politici. <span id="more-2441"></span>Ma in quegli anni non si sentivano a disagio per la loro eccentricità, perché di quella eccentricità sentiva il  bisogno di alimentarsi la politica. Quando i tempi diventavano più opachi e complicati, venivano affidate proprio a loro le relazioni introduttive ai seminari e ai convegni in cui si cercava di ritrovare e dare un senso alle cose che si facevano. Erano Andreatta, Martinazzoli, Elia, Scoppola, Ardigò e altri ancora gli uomini a cui ci si affidava, lo stesso Aldo Moro si affidava, per leggere i tempi e i problemi. Mentre altri uomini politici frequentavano salotti dislocati nei pressi di un potere senza volto e senza responsabilità, l’Arel era il luogo austero e gratificante per l’intelligenza e lo spirito di chi lo frequentava, non di rado aperto anche a giovani come il sottoscritto in larga parte appagati di “assistere” a uno spettacolo intellettuale impagabile. Ma non c’era solo esibizione e speculazione accademica, in quegli anni in Arel si faceva vero laboratorio politico. La riproduzione di questo volumetto non è, dunque, solo un omaggio a una figura politica da poco scomparsa che ci ha lasciato un’eredità di pensiero e di esperienza per molti versi originale. È anche l’omaggio alla memoria di un farsi e un discutere il senso della politica quando, appunto, la politica era solita interrogarsi. Ed è un omaggio per la generazione dei politici di oggi, che potranno scoprire nelle riflessioni di Martinazzoli di oltre trent’anni fa in considerevole misura un’attualità insospettata. È, infatti, proprio delle grandi personalità leggere i problemi del presente con occhi transtemporali per cui, anche il semplice commento a un risultato elettorale, contiene tracce di pensiero intenzionalmente presbite e, dunque, utilizzabile anche nel futuro.</p>
<p>Ma come è possibile parlare di attualità di Martinazzoli, cioè di un personaggio talmente “impolitico” da essere spesso considerato inattuale anche nel suo tempo.</p>
<p>“Impolitico” era un’aggettivazione che toccava la sua suscettibilità, e spesso lui reagiva anche con durezza ritenendosi al contrario <em>Homo politicus</em> a tutto tondo, al massimo- per parafrasare un’immagine di Scoppola- un politico a modo suo. Tranne le volte in cui per civetteria era lui a definirsi impolitico, ma lo faceva contornandone il significato o costruendo un paragone con figure storiche che lui amava, come Manzoni ad esempio, del quale dirà: “impolitico non perché ignorasse Machiavelli, ma perché non gli riusciva di comprendere un potere disgiunto dalla ragione morale. Impolitico perché la convinzione cristiana e l’attitudine liberale lo opponeva alla pretesa ideologica. Impolitico perché era certo che la politica ripiega nella demagogia e nella finzione, se le si pongono domande eccessive. Sapeva, al contrario, che tocca  a ciascuno affinare e condividere il proprio talento in modo che sia appagato il bisogno di giustizia e risulti persuasiva la regola comune, perché sia più umana la società e più veritiera la politica”.</p>
<p>No, Martinazzoli, era personaggio politico in senso proprio.</p>
<p>Politico è stato il suo impegno amministrativo, prima nel comune di Orzinuovi(“la politica per noi era discutere come illuminare meglio la piazza del paese”), e nell’amministrazione provinciale di Brescia e da ultimo in quella comunale essendo stato sindaco dal 1994 al 1998. Politico è stato il suo modo di gestire i ministeri della Giustizia, della Difesa e delle Regioni. Politico è stato il suo modo di essere parlamentare dal 1972 al 1994 e consigliere regionale della Lombardia dal 2000 al 2005. Politico è stato il suo modo di antevedere il logoramento progressivo del suo partito, la Democrazia Cristiana. Politico è stato il suo tentativo di affidarsi “solo” all’intelligenza e alla generosità personale e non al potere delle tessere, nella gestione del partito, quando gli è toccata. “Non ho scelto la politica per vocazione e non considero la politica una professione. Ho vissuto la politica come un servizio-richiesto e insieme dovuto- verso la comunità”. Questo in effetti fu lo spirito con cui accettò il disperato mandato di salvare la Dc, nell’ottobre del 1992, da un destino che sembrava segnato. Ma il tempo non c’era più. Accettò ugualmente la scommessa un po’ per un senso di debito verso le generazioni che avevano fatto la Dc e, con la Dc, avevano concorso a fare l’italia, e un po’ per farsi carico- in una sorta di espiazione generazionale- di errori gravi che non erano stati i suoi, e un po’ infine per un debito di onore e di responsabilità verso il quadro europeo.</p>
<p>La vicinanza e l’amicizia con il cancelliere Kohl lo costringeva a riflettere infatti sulle conseguenze che la fine della Dc avrebbe avuto anche sul piano europeo. L’europeismo che aveva portato il cancelliere tedesco e gli altri capi di Stato a definire la scommessa della moneta unica a Maastricht solo due anni prima, poggiava più di quanto non si dicesse anche allora, sul sostegno della Dc italiana negli equilibri interni al Ppe. Anche per questo Martinazzoli sentiva sulle spalle il peso di una responsabilità enorme da sopportare inevitabilmente e in gran parte in solitudine.</p>
<p>Dicevamo dei tanti spunti che questa pubblicazione offre alla riflessione e al dibattito politico di oggi. Gli esempi sono tanti.</p>
<p>A proposito del risultato elettorale delle elezioni del giugno 1975 Martinazzoli scrive infatti:” è possibile dire che il paese ha sopravanzato i partiti&#8230;e solo chi è accecato da ragioni parziali può ritenere che tutti gli uomini del progresso abbiamo votato a sinistra e tutti quelli della conservazione del parassitismo abbiano votato per la Democrazia Cristiana”. I fattori, ovviamente, cambiano, o non si chiamano più nello stesso modo, ma come non fare un paragone con questo nostro tempo e la contestazione, che definiamo antipolitica, dei partiti e delle istituzioni della rappresentanza? “Perchè forse la durezza delle contestazioni- dice ancora Martinazzoli- non si accompagna ad un vero consenso costruttivo ma nasconde piuttosto un’offerta di comando e un disperato bisogno di obbedienza”. E, ancora, nello stesso capitolo, Martinazzoli parlando del centrosinistra(siamo nel 1975 o nel 2011?) dice del “dramma di un’alleanza che si è consumata assai lontano dai luoghi di un incontro autentico fra forze politiche ed ideali, distinte per tradizioni e cultura, ma unite in una prospettiva di crescita e di avanzata democratica della società italiana. Se quell’incontro si fosse realizzato ben altra sarebbe riuscita la presa, l’efficacia, l’autorevolezza dei governi del centrosinistra…Per cambiare la storia del centrosinistra non servono intenti di rianimazione; non è qualcosa di vecchio che va rianimato, ma qualcosa di nuovo che deve nascere”.</p>
<p>Colpisce poi l’annotazione con cui Martinazzoli ha voluto chiosare il capitolo”1968-1978: crisi delle ideologie e destabilizzazione. I valori della società civile”, che riproduce la relazione introduttiva al convegno culturale Dc svoltosi a St. Vincent nel luglio 1968:”celebrazioni del decennale, sbrigativi necrologi o enfatiche apoteosi vanno arricchendo una già robusta bibliografia e comunque accertano che il mitico 68 è pure esistito, ha lasciato traccia e durata negli anni successivi, propone, ancora oggi, la necessità di confronti taglienti. Su alcune di queste tracce intende muoversi questo testo, necessariamente frammentario, certamente ellittico e- tributo persino ovvio alla “moda delle crisi”- assolutamente aperto ed insicuro”.</p>
<p>In questa nota c’è tutto Martinazzoli, c’è cioè la sua riluttanza con il testo scritto, le sue esitazioni e le sue insicurezze.</p>
<p>Mino era solito frequentare il dubbio quando si trattava di mettere nero su bianco giudizi storici con il carattere della definitività, per questo cercava di sottrarsi alla scrittura nonostante le sollecitazioni e le lusinghe di tanti amici che ne apprezzavano la “grafia”, preferiva la parola parlata che riusciva meglio a cesellare con la maestria più dell’artista che dell’artigiano e che gli consentiva di nascondere titubanze e incertezze. I suoi testi manoscritti, come quelli di Moro, erano pieni di cancellazioni e ripensamenti, spesso più correzioni si sovrapponevano sulla stessa parola sia per un’esigenza estetica che per un‘incertezza valutativa; lo faceva, mi confidò un giorno, per la responsabilità morale che sentiva nei confronti di chi lo leggeva e lo ascoltava. In questa nota c’è tutta la insoddisfazione di un testo che forse avrebbe voluto rifare daccapo, ma la pigrizia glielo ha impedito. E gliene siamo grati, perché è un testo tutto da leggere in cui si tenta di scavare in profondità, per cogliere le ragioni di una rivoluzione non riuscita eppur tentata, e gli intrecci fra la storia politica e quella religiosa di quella stagione(bella la citazione del Kennedy nel discorso del 10 giugno del 1963 all’università di Washington, quando incrocia le mani sul petto ripetendo le parole di Giovanni XXIII: “parlare con gli uomini, non accusarli”) sino al punto da fare l’autopsia alle parole di quel tempo, per capire cosa nascondessero e a cosa preludessero. A un certo punto del testo Martinazzoli parla, in un contesto di esame delle problematiche istituzionali connesse a quei movimenti di contestazione, del tema della giustizia, in modo che trovo stimolante per capire taluni limiti che si renderranno più evidenti solo anni dopo:” non è forse vero che il tema centrale del garantismo è in gioco anche dentro l’area più propria, quella dell’attività giudiziaria così come si è venuta sviluppando in Italia in questi ultimi 10 anni? Con un preciso ancoraggio alla norma contenuta nell’art. 3 della Costituzione si sono sviluppate, all’interno della magistratura italina, nel dibattito teoretico ma, in modo assai più pungente, sul terreno pratico, linee di tendenza che comportano-per dirla in termini sintetici- il superamento dell’””uguaglianza della legge”” a vantaggio della “”uguaglianza della giustizia””. Linea di tendenza, si badi, concretamente legata all’ispirazione costituzionale e tuttavia, anch’essa-tanto più se viziata da una preversa impostazione della <em>politicità della giustizia</em>- esposta a rischiosi travisamenti, tanto più micidiali perché sostenuti da un potere praticamente incontrollato”. Non c’è, come si vede, né un pregiudizio né una polemica, ma una seria preoccupazione per le conseguenze cui avrebbe potuto portare, appunto, una certa politicità della giustizia con cui toccherà proprio all’ultimo segretario della Dc misurarsi, anche drammaticamente, sedici anni più tardi.</p>
<p>Per non parlare, rimanendo sempre al testo qui pubblicato, del capitolo che riproduce una sua commemorazione di Aldo Moro tenuta a Brescia a una anno dalla scomparsa, che anticipa alcune delle tematiche che meglio svilupperà nell’introduzione agli scritti politici dello statista barese. Di Moro Martinazzoli ha sempre apprezzato la capacità di leggere la storia, i sgni dei tempi, i cambiamenti già intervenuti e quelli che si annunciavano e la capacità, dopo averli filtrati e ben studiati, di adeguarvisi, di auscultarli come i sintomi della condizione di salute del paese. Ha sempre apprezzato la autorevolezza della sua riflessione che gli consentiva di coinvolgere e conquistare anche i colleghi più dubbiosi e resistenti, quasi si “arrendessero” alla logica di un ragionamento che qualche volta avrebbero voluto, ma riconoscevano di non essere in grado, contrastare. E Martinazzoli cita questo Moro: ”dobbiamo essere un partito che cambia con la vita che cambia, un partito che si rinnova con la vita che si rinnova” o, in altro modo, “esser dalla parte della storia”, o ancora “ siamo un partito di molti, non di pochi, un partito che non rinnega, ma insieme un partito che non intristisce con le cose che muoiono”. In queste citazioni c’è la tematica martinazzoliana del rapporto vita e politica(“la politica è importante, ma la vita lo è ancora di più”) e ancor più del rapporto tra la vita e il potere della politica. Nel Commento alla “storia della colonna infame”, che Martinazzoli considera una requisitoria contro il potere, dirà” Manzoni sa che il male esiste e sa che c’è ma che non è spiegabile, che non è addebitabile al gesto dell’uomo, ma sa che c’è un male che degli uomini possono infliggere ad altri uomini a sa che lo strumento per cui questo male può essere inflitto è, appunto, il potere”. Tema che Martinazzoli riprende ne ”L’elogio di Nicodemo”  quando dice “nell’incontro con Gesù gli era fatalmente apparita una speranza più alta di quella che aveva cercato. E poiché la sua ragione era umile, aveva imparato, in quell’incontro, che la ragione sa tutto ma non sa nient’altro. Non avrà diradato i dubbi, che sono i compagni di un’esistenza consapevole, ma si può pensare che lo abbia consolato e convinto una conquistata certezza: quella di chi sa che, alla fine, il mistero s’illuminerà della sua stessa luce e sa che lo strumento per cui questo male può essere inflitto è, appunto, il potere.”</p>
<p>Ma in quella citazione di Moro vi è anche il rapporto fra radici e futuro che dilania spesso, anzi dilaniava, la vita dei partiti nati per durare. Il Moro che dice “un partito non intristisce con le cose che muoiono” insegna a guardare avanti, non con disinvoltura, ma con la responsabilità della responsabilità. Guardare avanti senza rinnegare, sapendo cogliere nel presente i segni della novità che la Provvidenza mette sul tuo cammino. Questo, dopotutto, è il senso del passaggio dalla Democrazia Cristiana al Partito Popolare, alla cui fatica Martinazzoli non volle e non potè sottrarsi, sapendo che a lui era toccata quella scelta e a lui era stato assegnato di vivere in quel tempo. Martinazzoli sapeva che un cristiano dovrà dare conto del cammino fatto, della direzione del cammino, più ancora che dei risultati; citava spesso Elliot “per noi non c’è che tentare. Il resto non ci riguarda”. “Nella nostra storia – dico, da cattolico, nella nostra storia terrena- dobbiamo negarci la certezza dell’approdo; il senso del viaggio non è la meta, ma è la strada”. Tutto questo Martinazzoli sapeva ma non gli era facile rinunciare a tenere gli occhi sulla meta e a soffrirne l’irraggiungibilità. Il suo “chiamarsi fuori” degli ultimi anni non fu certo il segno di un’indifferenza o una disattenzione, quanto piuttosto il contrario, il segno di una delusione e di un dubbio, ancora una volta sopravvenuto. Preferiva non parlarne e quando era costretto a farlo non riusciva a tacere giudizi molto severi sul percorso intrapreso da chi aveva ricevuto dalle sue mani il Partito Popolare. Per rasserenarsi faceva esercizi di allargamento dello sguardo, pensava a tempi lunghi nei quali vengono assorbiti e trasformati anche gli errori degli uomini e a orizzonti larghi in cui tutto, anche gli errori, rimpicciolisce e perde, e insieme acquista, senso. Gli capiterà di citare(anche nel testo che qui viene pubblicato) a proposito dell’allargamento dello sguardo alla dimensione planetaria, uno scritto di Umberto Segre in cui si osservava “siamo sicuri che quanto si scorge all’orizzonte è davvero il nuovo? Non rischieremo di confondere un alba col tramonto?”, perché in questo dubbio ci si specchiava e, alla fine, trovava la ragione per rinunciare a un giudizio ancor più duro e definitivo.</p>
<p>Probabilmente se Martinazzoli non si fosse imposta l’interruzione dell’attività politica in prima linea dopo il 1994, avrebbe potuto giocare ancora un ruolo importante, almeno in tutti gli anni novanta, vivendo in prima persona l’esperienza dell’Ulivo insieme a Prodi e ad Andreatta e forse avrebbe potuto determinare altri sviluppi nella vicenda politica italiana. Forse, ma con i forse è difficile ricostruire la storia. Di certo si può dire che anche dal suo “eremo” di Brescia ha continuato ad esercitare un’influenza e un magistero di pensiero che giorno dopo giorno riscopriamo. La sua partenza definitiva chiude anche plasticamente la stagione di un certo cattolicesimo democratico, quello che aveva l’ambizione, e l’intelligenza proporzionata all’ambizione, di “fare storia”, cioè di incidere sul corso degli avvenimenti, era la cosiddetta terza generazione della Dc e del cattolicesimo montiniano che ha prolungato la scia di un’influenza culturale, politica ed ecclesiale, cominciata all’inizio del secolo scorso da Sturzo, ripresa dopo la seconda guerra mondiale da De Gasperi e Dossetti, e poi proseguita da Moro e Fanfani e infine completata, appunto, da Andreatta, Ardigò, Scoppola, Elia, Bachelet, Ruffilli e Martinazzoli stesso. Dopo di loro è iniziata la fase attuale caratterizzata da una ricerca non facile e non sempre lucida di un nuovo percorso. La lettura del testo, che grazie all’Arel viene oggi ristampato, può sicuramente servire a illuminare almeno un po’ questo nuovo percorso.</p>
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		<title>Vi aspettiamo a Roma</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Nov 2011 11:53:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<title>Renzi è una risorsa del Pd, un democratico a modo suo, ma democratico.</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Nov 2011 17:21:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sono un renziano, non foss’altro per ragioni anagrafiche.Se lo fossi mi sentirei ridicolo come le signore cinquantenni che vestono la minigonna.Appartengo infatti a un altro secolo, quando la politica era un&#8217;altra cosa, era cioè un’esperienza più impegnativa ed esigente. Quanto all’oggi mi sento un po’ come Dossetti dell’intervista a Bailamme: ” Viviamo in una crisi epocale. Io credo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2380" title="DownloadedFile" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/11/DownloadedFile1-150x150.jpg" alt="DownloadedFile" width="150" height="150" />Non sono un renziano, non foss’altro per ragioni anagrafiche.Se lo fossi mi sentirei ridicolo come le signore cinquantenni che vestono la minigonna.Appartengo infatti a un altro secolo, quando la politica era un&#8217;altra cosa, era cioè un’esperienza più impegnativa ed esigente. Quanto all’oggi mi sento un po’ come Dossetti dell’intervista a Bailamme: ” Viviamo in una crisi epocale. Io credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi(…).Siamodinnanzi all’esaurimento delle culture. Non vedo nascere un pensiero nuovo né da parte laica, né da parte cristiana(…). L’unico grido che vorrei far sentire oggi è il grido di chi dice: aspettatevi delle sorprese ancora più grosse e più globali e dei rimescolii più totali, attrezzatevi per tali situazioni. Convocate delle giovani menti che siano predisposte per questo e che abbiano, oltre che l’intelligenza,il cuore, cioè lo spirito cristiano.</p>
<p><span id="more-2377"></span> Non cercate nella nostra generazione delle risposte(….)”.E , dunque, ho imparato a non giudicare i giovani. Cerco di capire e ascoltare.Con tale atteggiamento ho cercato di ascoltare l’evento della Leopolda. E confesso di aver colto delle parole che non riesco ad ascoltare. Sostenere che berlusconismo e antiberlusconismo sono la stessa cosa è fuori dalla mia possibilità di accettazione, ad esempio.Altre parole, che pure non sono le mie, invece mi hanno incuriosito e interessato.Cerco di capirle. Non mi permetterei di dire che sono inaccettabili, o che sono di destra, o che sono incompatibili con l’appartenenza al Pd. Avverto che esprimono un altro modo di sentire e vivere la politica rispetto al mio. Ma mi interessano. Colgo la novità di una sensibilità altra, di una sintonia emotiva prima ancora che culturale con il modo di pensare di gran parte dei giovani, e non solo, che “ stanno fuori”, con cui peraltro mi interessa dialogare e verificare la possibilità di “includerli.” Mi chiedo pure se proprio il nostro modo di ragionare e agire la politica non abbia la responsabilità di averle indotte, anche solo come reazione e persino rifiuto. Mi interessa dialogare, come dicevo, e capire. In questo senso la Leopolda di quest’anno mi è parsa essere, più ancora della precedente edizione(quella della rottamazione) un evento, un fatto, una rappresentazione, (non la sola) di uno stato d’animo e di una realtà presentinel paese, con cui tutta la politica , non solo il Pd , deve fare i conti.Siamo infatti stati sorpresi troppe volte, nei tempi recenti, dalla realtà (basti pensare ai risultati dei referendum o delle comunali, Milano in particolare)per commettere l’errore di pensare che noi conosciamo già tutto, sappiamo già tutto. Per questo confesso che le reazioni alla Leopolda che vedo prendere corpo nel Pd mi preoccupano non meno della Leopolda stessa. Sento affiorare atteggiamneti di chiusura e persino di intolleranza che non vanno bene e che posso approdare ad errori fatali.Quando si dice “ o lui o io “ mi preoccupo, e ne ho ragioni. Mi viene alla mente la parafrasi che B. Brecht fece di Martin Niemöller: prima lui…. era uno zingaro ,poi un altro… era omosessuale, poi … era un comunista, poi quando è toccato ame.. non c’era più nessuno che mi difendeva.Un partito nuovo e diverso non ha paura di niente e di nessuno, e non induce ad uscire niente e nessuno. Questa ha voluto essere la novità del Pd e tale deve restare.</p>
<p>La Leopolda diventa allora il paradigma di ciò che deve essere un partito pluralista, un partito cioè che accetta e sopporta la fatica di fare convivere sensibilità diverse e di farle dialogare. Poi si decide, certamente, qual deve essere la linea del partito. Ma poi, non prima. In questo senso penso che sarebbe stato importante che dalla scuola di Napoli sabato scorso fosse partito un saluto e un augurio di buon lavoro “ ai 5000 che sono riuniti a Firenze”, e viceversa ovviamente. Non è il mio un atteggiamento ingenuo e buonista, ma semplicemente responsabile e – io penso – utile al Pd.Ha ragione il direttore di Europa Menichini: gli anatemi no, non vanno bene.</p>
<p>Oggi in piazza S. Giovanni saremo in tanti e fra di noi, tanti quelli di Napoli e tanti quelli della Leopolda: questo è un partito popolare moderno.</p>
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