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	<title>Pierluigi Castagnetti Blog &#187; Articoli</title>
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	<description>Il blog personale di Pierluigi Castagnetti</description>
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		<title>Il degasperismo per la nuova repubblica</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 12:29:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa del 19 agosto 2010
Siamo al cinquantaseiesimo anniversario della morte di De Gasperi. Ha un qualche senso parlarne ancora? Che De Gasperi sotto il profilo storico continui a rappresentare un giacimento di esperienze, pensieri, cultura di governo e magistero di vita mi pare indiscutibile.
Basterebbe consultare &#8211; fra le tante possibili – la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1797" title="degasperi" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/08/degasperi.jpg" alt="degasperi" width="96" height="133" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa del 19 agosto 2010</em></p>
<p>Siamo al cinquantaseiesimo anniversario della morte di De Gasperi. Ha un qualche senso parlarne ancora? Che De Gasperi sotto il profilo storico continui a rappresentare un giacimento di esperienze, pensieri, cultura di governo e magistero di vita mi pare indiscutibile.<br />
Basterebbe consultare &#8211; fra le tante possibili – la monumentale raccolta documentaria promossa dalla Provincia di Trento, diretta dal professor Paolo Pombeni, edita dal Mulino. Ma sotto il profilo politico cosa ha da insegnare De Gasperi all’Italia di oggi, un’Italia alle soglie di una misteriosa “Terza repubblica”? Cosa può dare a un’Italia che ha impiegato più di 15 anni, senza ancora uscirne, forse, a prendere atto della consunzione dell’avventura populistica berlusconiana? <span id="more-1796"></span>Se ci limitassimo a confrontare solo i protagonisti principali dei due periodi storici, quello dell’immediato dopoguerra e quello del primo decennio del nuovo secolo, De Gasperi e Berlusconi, il discorso si chiuderebbe rapidamente per l’impossibilità di impostare un qualsiasi paragone, tanto diverse e distanti sono le due figure.<br />
Se invece allarghiamo il confronto al quadro politico, al clima etico, al modello di democrazia, e alla cultura di governo dominante nei periodi presi in esame, allora si può ben dire – pur tenendo conto della mutata condizione storica – che il “degasperismo” per molti versi può fornire l’indicazione di una via di ripartenza dopo il “berlusconismo”.<br />
Innanzitutto indicando la necessità di un ritorno alla Costituzione, cioè a un modello di stato in cui la separazione e il contrappesamento dei poteri ridiventi l’asse portante del funzionamento Stato stesso.<br />
Poi il “riaggancio” all’Europa, un Europa che dovrebbe essere risospinta proprio dall’Italia (insieme ovviamente alla Germania e alla Francia in primis) verso la sua responsabilità di governo politico del continente nel nuovo contesto – oggettivamente irreversibile – di globalizzazione.<br />
Ciò non può che avvenire attraverso la riscoperta da parte della politica della propria missione di facitrice di futuro e, dunque, della propria capacità di riprogettare obiettivi e cammino, selezionare classe dirigente nuova e “virtuosa”.<br />
Ma vi è una ragione in più per guardare a De Gasperi in questi giorni di profonda crisi politica del nostro paese.<br />
Questi sono infatti anche giorni di vigilia della quarantaseiesima Settimana sociale dei cattolici italiani (Reggio Calabria, 14-17 ottobre 2010), e della celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia (2011). De Gasperi ha cose da dirci su entrambi i temi.<br />
Mi limito a citare due brani dagli unici due interventi da lui fatti all’Assemblea Costituente.<br />
De Gasperi intervenne il 25 marzo 1947 nel dibattito sull’articolo 7, abbandonando il banco del governo per parlare dal suo banco di semplice parlamentare, a sottolineare così la diversità dei due ruoli, cominciando con questa considerazione: «Diceva, a ragione, Dostojewski che la questione principale, la questione cruciale per il mondo moderno è di sapere se quella lontana, remota figura di profeta, ignorato dai grandi uomini politici e storici di Roma antica, sia stato veramente, sia il Cristo che ha fondato una comunità religiosa universale, che nutre ancora oggi della sua linfa vitale, eterna […] Giungiamo ad una risposta affermativa su questa questione cruciale, nessuna diffidenza, nessun sospetto è possibile in confronto di una collaborazione con la chiesa.<br />
Però, anche coloro che si arrestano sulla soglia dei misteri della fede e si preoccupano sostanzialmente della morale sociale, sentono[…], che lo stato non ha la forza, l’autorità di afferrare e dirigere la coscienza della singola persona e sentono il bisogno dell’apporto dell’insegnamento della morale evangelica che viene dalla chiesa, che sul vangelo si fonda. Innegabilmente è opinione comune, ormai, che questa morale evangelica sia necessaria per la fermentazione sociale della giustizia nelle masse popolari. Ma, supponiamo pure che in alcuni o molti di noi non esista nessun vincolo interiore né con la fede della chiesa, né con la sua morale, sta però il fatto storico: primo, delle proporzioni; secondo, di una millenaria tradizione ».<br />
Questa lunga premessa dell’intervento di De Gasperi ci porta nel vivo del dibattito odierno sul rapporto stato/chiesa, ma ci porta nondimeno dentro il dibattito culturale che, non solo in Italia, ma in tutte le democrazie moderne, si è riaperto, a destra come a sinistra, ad esempio attorno al paradigma di Böckenforde (Chiesa e capitalismo, Bazoli e Böckenforde, ed.<br />
Morcelliana): «Le democrazie liberali si alimentano di presupposti che non riescono a produrre». Si capisce allora perché, a mio avviso, quando si parla di laicità dello stato, soprattutto a sinistra, non si possa prescindere da una valutazione rigorosa delle ragioni etiche e culturali che sono ancora oggi alla base della crisi dei nostri sistemi democratici, e, dunque, della necessità e della possibilità concreta di rivitalizzarle.<br />
Da ultimo mi piace ricordare un atto di fede sul principio rappresentativo come strumento di consolidamento dello stato, che De Gasperi pronunciò il 31 gennaio 1948, a chiusura dei lavori dell’assemblea costituente, perché offre ancora oggi un ulteriore suggerimento per il ritrovamento del capo di quel “filo di Arianna” che continuiamo a cercare senza successo: «La fedeltà al sistema del metodo parlamentare ci ha fatto superare molte difficoltà.<br />
Ho le speranza, per non dire la certezza, che nessuno di noi verrà meno a tale direttiva e che nei due rami del parlamento, eguali nell’autorità, e forse […] anche nella vivacità, la fedeltà nel metodo rappresentativo democratico possa condurre al consolidamento della Costituzione repubblicana». Ecco uno spunto prezioso per il dibattito delle prossime settimane.</p>
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		<title>Creò la Seconda repubblica</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 09:58:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa del 18 agosto 2010
La morte di Francesco Cossiga, per quanto annunciata da qualche giorno, ci coglie impreparati oltre che addolorati. Confidavamo che la sua fibra di indomito combattente potesse reggere ancora un po’. Invece no.
Cossiga ci ha lasciato proprio in tempo perché i suoi funerali potessero essere celebrati nel giorno dell’anniversario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1793" title="cossiga" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/08/cossiga.jpg" alt="cossiga" width="161" height="121" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa del 18 agosto 2010</em></p>
<p>La morte di Francesco Cossiga, per quanto annunciata da qualche giorno, ci coglie impreparati oltre che addolorati. Confidavamo che la sua fibra di indomito combattente potesse reggere ancora un po’. Invece no.<br />
Cossiga ci ha lasciato proprio in tempo perché i suoi funerali potessero essere celebrati nel giorno dell’anniversario di Alcide De Gasperi. E perché gli fosse risparmiato l’epilogo della grave crisi politica che sta chiudendo la seconda repubblica. Cioè quella fase politica che in una qualche misura lui stesso aveva contribuito ad aprire.<br />
Gli storici potranno approfondire quei tormentati primi anni Novanta, ma non è difficile intuire che anch’essi faranno risalire la nascita della cosiddetta Seconda repubblica più alle denunce durissime e polemiche del presidente della repubblica Cossiga che, come si è soliti fare, a Tangentopoli. <span id="more-1792"></span>Fu infatti lui, più e prima di tutti, a cogliere i segni della crisi di un sistema politico che aveva smarrito il senso della propria missione e stava definitivamente corrodendosi sotto il peso della inefficienza, dell’autoreferenzialità e della corruzione. Secondo la prassi e il testo della Costituzione non sarebbe toccato proprio a lui questo compito, ma lui non volle sottrarvisi esponendosi consapevolmente al rischio di critiche e polemiche che poi lo indussero ad anticipare di pochi mesi la fine del suo mandato.<br />
Continuò negli anni successivi e per lungo tempo il suo singolare magistero di critica e pungolo alla politica italiana, che ebbe sviluppi da lui raramente condivisi. Ma Cossiga sarà ricordato soprattutto come il ministro dell’interno cui toccò nella primavera del 1978 di gestire la drammatica vicenda della prigionia e dell’assassinio di Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse. Una esperienza che lo segnò duramente nello spirito e anche nel corpo.<br />
In seguito, ricoprì altri incarichi prestigiosi, dalla presidenza del consiglio alla presidenza del senato sino all’elezione al Quirinale, al primo scrutinio e pressoché all’unanimità. Il suo cursus honorum agli inizi era stato quello classico: dirigente della Dc a Sassari, poi il salto in parlamento, la vicinanza alla corrente dorotea, poi a quella dei cosiddetti “pontieri” di Taviani, poi alla Base e infine la sempre maggiore consuetudine di rapporti con Moro, che ne strutturò il profilo di uomo politico capace di visione e di mediazione.<br />
Non faremmo onore alla verità e a lui stesso se non dicessimo che Francesco Cossiga sarà ricordato come personaggio singolare e controverso, comunque sempre in prima linea e protagonista in tutte le battaglie a difesa della libertà e della democrazia.</p>
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		<title>L&#8217;Aquila e il silenzio RAI</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 13:36:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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da Reggio 24 ore del 29 luglio 2010
Rimuovere una colossale rimozione: questa la sfida raccolta dai 150 deputati del Pd che due giorni fa, insieme a Bersani e Franceschini, hanno visitato il centro storico dell’Aquila. Dell’Aquila non si parla più infatti, non si vede più un’immagine, non c’è alcuna traccia di impegno nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1777" title="images" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/07/images.jpg" alt="images" width="118" height="140" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Reggio 24 ore del 29 luglio 2010</em></p>
<p>Rimuovere una colossale rimozione: questa la sfida raccolta dai 150 deputati del Pd che due giorni fa, insieme a Bersani e Franceschini, hanno visitato il centro storico dell’Aquila. Dell’Aquila non si parla più infatti, non si vede più un’immagine, non c’è alcuna traccia di impegno nella manovra finanziaria che sarà approvata proprio oggi alla Camera.<br />
Eppure L’Aquila, quindici mesi dopo il terremoto, è lì, paralizzata, senza vita e senza speranza. Prigioniera di una selva di decine o centinaia di migliaia di ferrotubi ”Marcegaglia”, con macerie nascoste (come nel caso del Palazzo del Governo, in cui sono state semplicemente spostate dalla strada al cortile interno),<span id="more-1776"></span> con serrande e finestre chiuse come erano alle 3,32 di quella terribile notte, i fiori seccati nei vasi sui terrazzi, oltre 10 mila attività commerciali e terziarie che animavano il centro storico morte, definitivamente morte, 15 mila edifici gravemente danneggiati, 90 ettari della zona rossa off limits per il pericolo crolli.<br />
Perché è bene sapere che L’Aquila era e viveva nel e del centro storico. Il centro storico non era semplicemente un quartiere, era il cuore della città e della provincia e quando il cuore si ferma tutto il corpo muore. E negli occhi dei pochi giovani e vecchi che vivono altrove e continuano a vegliare la loro città si legge la assenza di speranza, si legge la disperazione che “con qualche ragione” come ha detto Bersani, è stata urlata in faccia anche a noi non certo malcapitati, ma intenzionalmente capitati lì, a raccogliere rabbia e suggerimenti.<br />
Il centro storico dell’Aquila è oggi la metafora del berlusconismo di governo, un misto di scenografia televisiva persino gioiosa per il pubblico, sì il pubblico televisivo, e di cinismo e abbandono per gli incolpevoli abitanti, usati quando serviva per gli spot e poi definitivamente lasciati a se stessi.<br />
A quindici mesi di distanza non c’è – di fatto – un euro per la ricostruzione: per ottenere lo sblocco di quei primi 700 milioni gli aquilani sono dovuti venire a prendersi le manganellate dalla polizia a Roma. Non c’è un provvedimento tipo la L. 546/77 (quella “Per la ricostruzione e la rinascita del Friuli, colpito dal sisma del maggio 76 o la L. 219/81 per la ricostruzione e sviluppo aree terremotate di Irpinia e Basilicata, e la L. 61/98 recante interventi urgenti in favore delle zone terremotate delle regioni Umbria e Marche colpite dal sisma del settembre ‘97”).<br />
Non ci sono le immagini televisive, dunque, non c’è più il problema. Il sindaco, l’eroico Massimo Cialente, un valente medico che dopo poco tempo di apprezzatissimo lavoro parlamentare per amore della sua gente e della sua città è tornato a casa per fare il sindaco, oggi è solo. Senza mezzi, senza sostegno, senza interlocuzione e ascolto da parte del governo. Tutti gli aquilani sono soli. Gli studenti universitari sopravvissuti alla tragedia per lo più se ne sono andati a completare gli studi altrove e i giovani rimasti sono soli, senza lavoro, senza prospettive, senza spazi disponibili, relegati sulla strada statale ad annegare come possono la loro sofferenza di futuro.<br />
E l’Italia non sa, non vede, non ne parla.<br />
Persino i cimiteri sono lasciati al loro destino, con bare riemerse in quella terribile notte e mai più sistemate: basta andare a Santa Rufina o a S. Demetrio Ne’Vestini.<br />
Abbiamo incontrato una straordinaria fotoreporter, innamorata di questa gente e di questa città, abituata a scavare dietro le immagini, che continua ad andare a L’Aquila a fotografare e a comparare foto dei luoghi a distanza di tempo, foto che raramente vediamo sulla stampa non più interessata a una terra che non è più nel cuore degli italiani.<br />
Ce ne ha mostrare alcune, quelle di Via Tempera ad esempio del luglio 2009 e del luglio 2010: un lato della via un anno fa era stato totalmente puntellato dalla ditta Trasacco, oggi non lo è più. Non riesce a darsi spiegazione, né pace: perché?, perché sono finiti i soldi per il noleggio dei ferrotubi?, perché non è necessario il puntellamento? , allora perché a suo tempo è stato fatto?<br />
Dettagli. Certo dettagli che inquietano e aiutano a capire le cose che non vanno Ci mostra anche la foto di una magnifica chiesa del 1300, S. Erasmo Forconese, a suo tempo mostrata a Putin nella speranza che si potesse mettere una mano al cuore, puntellata nella facciata anteriore e abbandonata in quella posteriore che pure è in evidente pericolo di crollo. Dettagli. Si, ma dettagli che inquietano e aiutano a capire.<br />
Ma non è solo il centro storico ad essere abbandonato. Si potrebbe parlare del quartiere, allora residenziale, di Pettino, raso al suolo.<br />
Gli aquilani giustamente vogliono sapere. Vogliono sapere se il museo a cielo aperto di ciò che fu una grande città è destinato a rimanere tale per sempre, e a quale futuro debbono prepararsi, o se vi è una qualche possibilità di ricostruzione, ed entro quanti anni e con quali risorse. Vogliono sapere se il loro terremoto è solo “loro”, o se è questione nazionale. Vogliono sapere perché da sei mesi non c’è più un rappresentante del governo che metta piede nella loro terra. E vogliono sapere perché nessuna televisione mostra più agli altri italiani le immagini della loro tragedia.<br />
Il governo Berlusconi, nato sulle immagini dei rifiuti di Napoli, deve essere inchiodato alle sue responsabilità, comprese quelle di una cinica censura delle immagini vere de L’Aquila di oggi.<br />
Toccherà a noi occuparcene appena torneremo al governo. Dovremo allora riparare questa colossale ingiustizia, chiedere alle reti RAI di mostrare per giorni e settimane queste immagini agli italiani, perché conoscano e perché sappiano, e poi un nuovo capo del governo con credibilità e autorevolezza morale adeguate dovrà rivolgersi a tutti gli italiani per invitarli a una mobilitazione e a una solidarietà nazionali, le sole che potranno dare risposta efficace a questa tragedia. Anche attraverso una legge di scopo per la quale il Pd è impegnato sin d’ora.</p>
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		<title>Mele marce padane</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2010 12:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa del 24 luglio 2010
Le cronache politiche nazionali di questi giorni oltre alle putrescenti vicende corruttive delle cricche e della P2-P3 ci parlano del preoccupante intreccio di uomini della Lega con personaggi delle ’ndrine nell’area della sanità lombarda guidata da una decina d’anni da propri assessori.
Episodi di corruzione che coinvolgono amministratori locali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1771" title="logo_lega" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/07/logo_lega.jpg" alt="logo_lega" width="113" height="112" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa del 24 luglio 2010</em></p>
<p>Le cronache politiche nazionali di questi giorni oltre alle putrescenti vicende corruttive delle cricche e della P2-P3 ci parlano del preoccupante intreccio di uomini della Lega con personaggi delle ’ndrine nell’area della sanità lombarda guidata da una decina d’anni da propri assessori.<br />
Episodi di corruzione che coinvolgono amministratori locali della Lega cominciano poi a emergere giorno dopo giorno, un po’ ovunque, basta leggere la stampa locale del Veneto e della Lombardia. In tale quadro il caso della nostra provincia, apparentemente piccolo, ma non irrilevante, può spiegare gli effetti della disinvoltura con cui la Lega sta costruendo reti di affari nei comuni amministrati. <span id="more-1770"></span>Non si sa come né perché, ma lo si può immaginare, sia esplosa all’improvviso una lotta intestina all’interno del partito della “nazione emiliana” che ha coinvolto direttamente il presidente, l’onorevole Angelo Alessandri.<br />
L’onorevole è coinvolto per una penosa vicenda di una settantina di multe che lo stesso con vari stratagemmi cerca di evitare di pagare, vicenda evidentemente rivelata da fonti interne al partito le uniche che possedessero la notizia, e la conseguente sua decisione di espellere dal partito il vice sindaco di Guastalla comune conquistato dalla destra solo un anno fa, Marco Lusetti. Si è scoperto in quella circostanza – ricapitoliamo la vicenda – che il Lusetti era stato nominato Commissario a suo tempo dell’Enci, l’ente cinofilo che dipende dal ministero dell’Agricoltura, dal ministro Zaia. Non si sa sulla base di quali criteri essendo nota la sua assoluta incompetenza in materia. E si è saputo che, nel frattempo, il successore di Zaia, il ministro Galan, aveva poi provveduto a destituire il suddetto commissario accusato di gravi irregolarità amministrative nella conduzione dell’ente affidatogli.<br />
Di quali irregolarità si tratti non è dato invece ancora sapere perché il ministro non ha ritenuto a tutt’oggi di rispondere alle interpellanze dei parlamentari del Pd. Sono trapelate solo alcune notizie grazie allo stesso Lusetti e a rivelazioni recapitate nottetempo in modo anonimo a consiglieri del Pd del comune di Guastalla. Si è così avuta notizia che, appena nominato, il Lusetti ha deciso con decreto commissariale di raddoppiare la propria indennità e ha assegnato una serie di inutili consulenze, per un preventivo di 1.700.000 euro, ad amici di partito e a due colleghi assessori della stessa giunta di Guastalla, tutti rigorosamente lontani da competenze zoologiche.<br />
La vicenda è apparentemente piccola cosa, si direbbe un episodio di malcostume che coinvolge poche mele marce, ma che lambisce e intreccia i protagonisti più rappresentativi della disinvolta campagna di penetrazione della Lega in Emilia Romagna: di questa regione, infatti, l’onorevole Alessandri è “Presidente nazionale” e Marco Lusetti è stato “Segretario nazionale”. Una piccola vicenda di cui la magistratura non sembra interessarsi, che viene gestita tutta in foro interno, ma che rivela che dietro gli schiamazzi quotidiani che riempiono le pagine della stampa locale, i leghisti sono stati capaci in questi anni di inventare piccoli modelli di governo municipale imperniati sulla clientela e la tessitura di reti d’interessi.<br />
Sarebbe fin troppo facile soffermarsi sulle contraddizioni di un movimento che in periferia alza le bandiere del federalismo e le polemiche contro “Roma ladrona” e che contemporaneamente a Roma tiene bordone agli uomini e alle strategie di governo più centralistiche nella storia della Repubblica. A me pare invece più interessante mettere in evidenza questi piccoli scenari periferici perché sono rivelatori di una concezione del potere a dir poco disinvolta, comunque esclusivamente funzionale agli interessi del partito. Una gestione affidata non di rado a uomini spregiudicati, spesso impreparati, che cercano di coprire con gli schiamazzi e le calunnie personali rivolte agli avversari il poco, anzi il nulla, della loro cultura di governo.<br />
Sappiamo bene che il consenso della Lega è il frutto, come dice il professor Feltrin, di un’adesione «a un senso comune » di intolleranza e menefreghismo che sta dilatandosi nel nord del paese, ma sappiamo anche che l’opposizione a questa ondata non invincibile dovrà costruirsi anche attorno a una conoscenza e a un giudizio documentato di questo fenomeno, la cui supposta novità assomiglia sempre più a cose che abbiamo visto nei tempi peggiori della vita della repubblica.</p>
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		<title>Basta essere complici dell’inerzia socialista</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 07:16:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa del 03 luglio 2010
Nel 1999, anno in cui Romano Prodi fu nominato presidente della Commissione europea, i governi a guida socialista nel continente erano tredici su quindici. Dal 1979, anno delle prime elezioni europee, al 1999, i socialisti sono stati ininterrottamente il maggiore gruppo parlamentare europeo. Nel luglio 2010 i governi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1734" title="ParlamentoEuropeo1" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/07/ParlamentoEuropeo1.jpg" alt="ParlamentoEuropeo1" width="117" height="108" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa del 03 luglio 2010</em></p>
<p>Nel 1999, anno in cui Romano Prodi fu nominato presidente della Commissione europea, i governi a guida socialista nel continente erano tredici su quindici. Dal 1979, anno delle prime elezioni europee, al 1999, i socialisti sono stati ininterrottamente il maggiore gruppo parlamentare europeo. Nel luglio 2010 i governi europei a guida Pse sono 5 su 27, nessuno dei quali è un “grande paese”. Questi 5 paesi rappresentano all’incirca il 15% del totale della popolazione europea e solo il 12,7% del Pil europeo. Di questo 12,7%, l’8,8% è dato dalla Spagna, dove però Zapatero è in forte calo dei consensi e si prevede che ci saranno elezioni anticipate già nella primavera 2011. Nell’assemblea di Strasburgo, il gruppo socialista è in persistente regressione.<span id="more-1733"></span> Dopo 21 anni di predominio, a partire dalle elezioni del 1999 il gruppo Pse è scavalcato dal gruppo Ppe. Oggi, il divario fra socialisti e Ppe è di circa 80 deputati; 100 se si escludono i deputati del Pd. Già nella metà degli anni ’90 la sinistra europea si interrogava su “What’s Left”, che ha un duplice significato: cosa è la sinistra ma anche cosa è rimasto.<br />
Erano gli anni della terza via di Blair e del Neue Mitte (Nuovo centro) di Schroeder. Oggi quella fase è stata archiviata.<br />
Se si legge Next Left, una raccolta di discorsi dei leader di tutti partiti Pse in Europa, pubblicato a fine aprile 2010 dalla Feps, la fondazione oggi guidata da D’Alema, il paradigma dominante è ancora quello del contrasto tra socialismo e liberismo. Ma in cosa consista il socialismo ed in cosa si differenzi, in campo economico, rispetto alla politica di quasi tutti governi europei in questa fase di crisi e di ricorso all’interventismo statale, non si capisce bene. Senza dire che il socialismo europeo di oggi è mal posizionato rispetto ai nuovi cleavages della politica del XXI secolo.<br />
Se si prendono in considerazione i principali issues che hanno caratterizzato il dibattito politico degli ultimi 10 anni: globalizzazione; ambiente/cambiamento climatico; immigrazione/ conflitto di identità e localismi, nessuno di questi è di “matrice socialista”. Rispetto all’emergere di questi nuovi conflitti sociali, la destra si é trovata quantomeno meglio attrezzata e più flessibile in termini politici se non culturali. Ciò che del Pse preoccupa maggiormente in questa fase è il giudizio sulla natura di questa crisi. I socialisti sono sì consapevoli della crisi della sinistra in Europa, ma i più sono convinti che questa sia una crisi ciclica, non storica. La sinistra socialista tradizionale e la stessa socialdemocrazia a me sembrano a fine corsa, non perché abbiano fallito ma perché, per lo più, hanno compiuto la loro missione storica e le loro istanze sono sempre più divenute patrimonio comune. Non significa che non ci siano più i malestanti, i disoccupati i disagiati, i diritti calpestati, anzi. Significa rendersi conto che oggi la società è molto più complessa, “lunga”, “larga” e “mobile” e che la dialettica al suo interno non è più riconducibile allo scontro lavoratori/capitalisti o pubblico/privato.<br />
Parafrasando Ralf Dahrendorf, non basta trovare la quadratura del cerchio, serve far quadrare l’elicoide.<br />
Il socialismo europeo oggi rischia infatti di apparire come il Barone di Muenchausen, che cerca di risollevarsi tirandosi per i capelli.<br />
Ma è difficile poter riuscire nell’impresa. Anche perché sembra paralizzato dal cosiddetto “paradosso” (di cui hanno cominciato a parlaredopo le europee del 2009 Marc Lazar e Anthony Giddens, e da ultimo Andrea Peruzy, segretario della fondazione “Italianieuropei”), secondo cui non si spiega come mai «l’indebolimento delle forze socialdemocratiche si sia manifestato nel momento in cui la crisi economica, politica e sociale ha sancito il fallimento del liberismo sfrenato e, attraverso l’intervento dello stato nell’economia sono tornate al centro del dibattito politico le idee fondamentali della tradizione socialista».<br />
Si tratta di un paradosso annunciato e spiegabile, frutto di una crisi che – come ha osservato Michele Salvati – viene da lontano, almeno dagli anni ’70, da quando di fronte alla svolta della signora Thatcher e di Reagan sino alla ultima crisi finanziaria, la sinistra s’è trovata senza parole e senza idee, senza parole perché senza idee, cioè senza la capacità di darsi quel nuovo paradigma di cui nel dibattito italiano di questi giorni hanno parlato Mauro Cerruti e Giorgio Tonini (sia detto, per inciso, che taluni discorsi ascoltati nel o a lato dell’ultimo Congresso di Praga del Pse, come quello del presidente del gruppo parlamentare europeo, Martin Schulz, ripreso dall’Economist del 7 dicembre 2009, fanno accapponare la pelle, quando afferma che il gruppo che lui presiede è «anticapitalista» e che anzi «si debba avere il coraggio di dire che siamo una forza anticapitalista»).<br />
Ma torniamo al nuovo paradigma, per dire che i contenuti sono tutti indicati nell’intervento di Andrea Peruzy (una più equilibrata distribuzione fra reddito e lavoro, capitale e rendite; una nuova declinazione dell’obiettivo dell’uguaglianza; un ripensamento del modello sociale europeo; l’immigrazione). A cui, ovviamente è possibile aggiungerne altri. Solo per titoli: l’esigenza di rifondare con la forza di Kohl e Mitterand, non tanto il tema di una generica governance, ma quello di un governo politico dell’Europa. Purtroppo il Pse è bloccato, insieme al Ppe, entrambi paralizzati dalle loro contraddizioni interne, al punto che oggi nel parlamento europeo le posizioni più autenticamente federaliste sono quelle minoritarie del leader dei verdi Cohn Bendit e da quello dei liberali Guy Verhofstadt. Noi democratici italiani a mio avviso non possiamo essere in alcun modo complici di tale inerzia socialista che non può che portare fra non molti anni ad una pesante sentenza della storia. Ma potremmo aggiungere – a maggior ragione dopo il crescente fenomeno dell’astensionismo elettorale – il tema della crisi delle nostre democrazie e la lungimiranza della nostra scelta di appellarci semplicemente, come dovrebbe fare il fronte europeo dei riformisti, Partito “democratico”. Ne ha parlato recentemente il nostro amico, filosofo e segretario del Pd di Trento, Michele Nicoletti, in questi termini: «Chi oggi dice che il Pd non ha un’identità ideale non sa che cosa dice. O meglio parla di se stesso e del proprio disorientamento e ignora le grandi correnti ideali della storia. Il semplice fatto di aver posto il partito sotto l’egida – finalmente – di una democrazia senza aggettivi (e dunque non più la democrazia liberale o la socialdemocrazia o la democrazia cristiana, ma la democrazia e basta, perché – verrebbe da dire con il Marx della questione ebraica – «la democrazia politica è cristiana») rappresenta la consapevolezza che l’idea di democrazia è il luogo dell’inveramento delle aspirazioni dei liberali, dei democristiani, dei socialisti.<br />
La democrazia non è una tappa intermedia verso altro, ma è l’ideale verso cui essa stessa tende, la politica sottratta all’essere strumento per la realizzazione di altre mete e restituita alla sua natura originaria: autogoverno di donne e uomini che si vogliono liberi e si riconoscono uguali. In uno sforzo perenne, mai del tutto raggiunto perché sempre nuovi esseri umani si aggiungono alla nostra convivenza, e abbiamo l’eterno compito di riconoscere anche ad essi pari opportunità».<br />
Ecco il nuovo paradigma che può salvare anche il Pse! Ma il “paradosso” resta. Perchè proprio ora che perde la destra noi perdiamo ancora di più? È scandaloso eppure doveroso guardare in faccia la realtà. Forse è la credibilità che il socialismo non trasmette più, la sua incapacità di reinventarsi in questo tempo che considera irrimediabilmente alle proprie spalle tutto il novecento. E allora, senza iattanza e sopravvalutazione di noi stessi, a me pare che proprio a noi italiani tocchi la responsabilità di continuare, anzi accentuare, la nostra originalità e, per un tempo lungo ancora, la nostra apparente solitudine in Europa. Non solo per non compromettere il cammino intrapreso qui in Italia, ma per aiutare i nostri compagni di strada nel parlamento Ue a guardare a noi come a un “diversità” anticipatrice, e non un fastidio da fingere di assecondare.<br />
Alle ultime elezioni europee hanno votato per la prima volta giovani italiani, tedeschi, francesi, dell’est, etc. che sono nati nel 1991 ed hanno iniziato ad andare a scuola nel 1997.<br />
Alle prossime elezioni politiche italiane voteranno per la prima volta i figli dell’Ulivo, i giovani nati quando Prodi decise di scendere in campo. Questi giovani, nati dopo il crollo del muro di Berlino, non sanno neanche cosa sia stato il socialismo, cosa siano state le varie democrazie cristiane. Ma hanno conosciuto Clinton, Blair, Obama, Al Gore, il Dalai Lama, Prodi, Bossi e Berlusconi. Hanno imparato a mandare email e sms prima di imparare a scrivere un tema di italiano. Chi oggi pensasse alla rigenerazione della pur gloriosa socialdemocrazia europea dovrebbe chiedersi se pensa ad un progetto di breve periodo (giusto il tempo di andarsene in pensione e poter dire di essere morti socialisti) o se intenda ipotecare il futuro di una potenziale generazione di nostri elettori giovani che sappiamo non essere interessati a un progetto che rischia di apparire come la proiezione sfuocata dell’esperienza giovanile dei loro padri.</p>
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		<title>Un uomo libero</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 14:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Reggio Emilia, 29 giugno 2010
Vorrei unire a quelli dei tanti che hanno parlato in questi giorni anche un mio breve ricordo di Romolo Fioroni.
Mi pare giusto ricordare che lo spessore morale e il carattere forte del maestro Fioroni furono temprati in un ambiente familiare singolarissimo di cui lui stesso parlava con orgoglio: la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1731" title="fioroni_romolo" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/06/fioroni_romolo1.jpg" alt="fioroni_romolo" width="127" height="95" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Reggio Emilia, 29 giugno 2010</em></p>
<p>Vorrei unire a quelli dei tanti che hanno parlato in questi giorni anche un mio breve ricordo di Romolo Fioroni.<br />
Mi pare giusto ricordare che lo spessore morale e il carattere forte del maestro Fioroni furono temprati in un ambiente familiare singolarissimo di cui lui stesso parlava con orgoglio: la mamma maestra, vedova con cinque figli da crescere, ha avuto un ruolo straordinario nell’educazione di tutti allo spirito di libertà e di carità. La porta della loro casa era sempre aperta e, in particolare, a chi si trovava in difficoltà, senza mai calcolo dei rischi. <span id="more-1729"></span>I fratelli Giuseppe ed Ermanno Dossetti trovarono proprio in quella casa riparo, accoglienza e sostegno. Così come Ermanno Gorrieri che operava però in Val d’Asta. Non a caso alla frazione di Costabona Dossetti legò il suo nome per due episodi importanti: è da lì che scrisse la lettera ai parroci della montagna, un documento fondamentale nella storia della Resistenza reggiana, ed è in quella chiesetta parrocchiale che decise durante un assedio, di forzare il tabernacolo ed assumere tutte le ostie contenute nella pisside per sottrarle alla profanazione dei nazisti, una scelta così drammatica e sconvolgente a cui – confiderà anni dopo a un amico – fece risalire la sua decisione di farsi poi sacerdote. Quelli erano appunto i giorni in cui era ospite in casa Fioroni.<br />
Ma di Romolo mi pare che debba essere ricordato, oltre al suo ardimento e alla sua profonda cultura popolare, il servizio reso alle istituzioni. E’ stato infatti amministratore della Cassa di Risparmio, consigliere provinciale per la DC e, per lunghi anni, presidente del Consorzio di Bonifica Tresinaro Secchia, distinguendosi sempre per dedizione, competenza e distacco personale.<br />
Fioroni è sempre stato uomo libero, anche quando faceva politica e insieme ad altri amici aveva fondato nella DC una corrente territoriale, il “Gruppo della Montagna” appunto.<br />
Era orgoglioso della sua origine e della sua natura di uomo indipendente, così fuori dagli schemi, testardo nel difendere le sue posizioni ( “io sono montanaro!”, qualche volta si compiaceva di ricordarlo con tono vagamente intimidatorio) combattente, sino all’ultimo per la causa della libertà e della giustizia.<br />
Finita la stagione dell’impegno politico si è dedicato al giornalismo, anche a quello televisivo, alla ricerca, all’associazionismo partigiano e ad ogni altro mondo possibile per continuare a servire la sua terra e la sua gente. “Vietato fermarsi” si può giustamente dire di lui, sotto tanti profili.</p>
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		<title>L&#8217;immagine più vera dell&#8217;Italia di oggi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 10:25:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Pierluigi Castagnetti
Roma, 23 giugno 2010
Quel tessuto “gelatinoso” descritto dai magistrati fiorentini che hanno avviato le indagini sulla “cricca” è diventato l’immagine più vera dell’Italia di oggi.
Paragonare questa stagione a tangentopoli e dissertare sulle differenze (“quelli rubavano per il partito, questi per sé”) a me pare ozioso.
La “gelatina” forse, alla fine della fiera, non porterà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1721" title="lapr_10745671_28280" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/06/lapr_10745671_28280.jpg" alt="lapr_10745671_28280" width="101" height="152" />Di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Roma, 23 giugno 2010</em></p>
<p>Quel tessuto “gelatinoso” descritto dai magistrati fiorentini che hanno avviato le indagini sulla “cricca” è diventato l’immagine più vera dell’Italia di oggi.<br />
Paragonare questa stagione a tangentopoli e dissertare sulle differenze (“quelli rubavano per il partito, questi per sé”) a me pare ozioso.<br />
La “gelatina” forse, alla fine della fiera, non porterà a condanna penale nessuno: non si sa, lo vedremo. Ma rappresenta ormai un costume, un modo di essere e di fare, una spessissima coltre di fumo che nasconde godurie e ingiurie di varie specie, lo sfilacciamento di un ordine pulito e riconoscibile, l’accasciamento dello Stato per dissolutezza e sfinimento, il fascino della sregolatezza (nel senso letterale di assenza di regole). <span id="more-1720"></span>Insomma la metafora di una società flaccida e dell’accomodamento: “sì, si puo’ fare!”.<br />
E’ il risultato ultimo (ultimo ma non ultimo, temo) di un processo di spegnimento della morale come cardine della vita pubblica.<br />
L’amicizia, la compaesanità, il loggismo, la consonanza politica, la transigenza di una religiosità civile, hanno finito per prendere il posto non solo delle regole e delle virtù civiche, ma hanno preteso di rappresentare la modernità di un costume politico che si è fatto supremo referente e giudice di se stesso.<br />
Un costume politico che, se dapprincipio destava almeno qualche stupore, con il passare del tempo ha prodotto assuefazione, connivenza ed evirazione di una virtù irrinunciabile in democrazia: la capacità di indignazione di fronte al male.<br />
Ricordo con nostalgia i tempi in cui i partiti – era il secolo delle ideologie! – commettevano tanti errori ma erano anche capaci di verità (seppure la loro, ovviamente), di “sì sì” e “no no”, di divieti, di denuncia dei lobbismi, delle opacità, delle doppie appartenenze.<br />
I tempi in cui i giovani venivano educati allo impegno politico attraverso la coltivazione dello spirito di discernimento e la ricerca di abiti virtuosi. I tempi in cui gli uomini di Chiesa si segnalavano per la loro attitudine a formare giovani e<br />
adulti alla virtù della fortezza (che è forza psichica, morale e spirituale) e non familiarizzavano mai con i mollaccioni, anzi, prediligevano gli uomini rigorosi. E sapevano che, soprattutto nella vita pubblica, solo una presenza importante di laici competenti e servi della legalità poteva aiutare anche i chierici a non cedere alla seduzione (sempre in agguato) della indifferenza morale.<br />
Non so perché (o, forse, lo so molto bene) di questi tempi mi viene sempre a mente Nino Andreatta.</p>
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		<title>Colleghi, siamo seri</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 09:33:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa del 16 giugno 2010 
Anche i parlamentari hanno un cuore. Per fortuna. In questi tempi di crisi economica che tanti sacrifici richiedono a una parte (purtroppo solo a una parte) di italiani, guai al cielo se deputati, senatori, consiglieri regionali non dessero l’esempio. Parlo ai miei colleghi.
Ricordo ancora quando il gruppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1701" title="Aula_emiciclo_01" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/06/Aula_emiciclo_01.jpg" alt="Aula_emiciclo_01" width="163" height="108" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa del 16 giugno 2010 </em></p>
<p>Anche i parlamentari hanno un cuore. Per fortuna. In questi tempi di crisi economica che tanti sacrifici richiedono a una parte (purtroppo solo a una parte) di italiani, guai al cielo se deputati, senatori, consiglieri regionali non dessero l’esempio. Parlo ai miei colleghi.<br />
Ricordo ancora quando il gruppo regionale della Dc dell’Emilia Romagna sotto lo stimolo di Ermanno Gorrieri propose che la indennità dei consiglieri regionali fosse commisurata alla media delle retribuzioni di dieci categorie di lavoratori, dal magistrato al manovale. Un tale criterio, anche per la indennità parlamentare, forse sarebbe stato più equo, ma dubito che avrebbe evitato le polemiche di questi tempi.<span id="more-1700"></span><br />
Oggi si propone di commisurare l’indennità parlamentare alla media delle indennità dei parlamenti dell’Europa: da uno studio riservato della camera (che ha considerato le indennità più gli altri benefit) risulterebbe peraltro che i parlamentari italiani sarebbero già in linea o addirittura al di sotto di tale media. Ma il problema resta vivo e continua a imbarazzare gli interessati.<br />
A causa della mia età ed esperienza, mi capita sovente di raccogliere il tormento di tanti colleghi, per la loro indennità così “diseguale” rispetto al salario dei ceti più poveri. Un tormento che personalmente apprezzo e condivido. Normalmente mi permetto qualche consiglio (non è difficile immaginarlo) su come alleggerire almeno sul piano personale il conflitto interiore, insieme a qualche suggerimento su come affrontare la questione pubblicamente.<br />
Tempo fa un collega romagnolo mi raccontò l’aggressione subita da un gruppo di iscritti Pd proprio riguardo all’indennità parlamentare, e il modo come l’affrontò: «Perché non avete mai posto la questione a Zaccagnini, a Boldrini o a Andreatta?», chiese loro. Il problema a me pare stia proprio in questa domanda e nella riposta a questa domanda. A Zaccagnini, Boldrini e Andreatta nessuno l’ha mai posta perché la loro qualità “professionale” oltre che il loro riconosciuto disinteresse personale non hanno mai consentito neppure il sospetto che godessero un privilegio. Quella loro qualità soggettiva certificava, infatti, in modo incontrovertibile la singolarità e la nobiltà della funzione parlamentare. La funzione della rappresentanza appunto, della rappresentanza avvertita dagli elettori come una duplicazione “di sé”, rappresentanza di sé in quel luogo sacro in cui si fanno le leggi che servono alla convivenza e alla crescita della comunità, rappresentanza come capacità di portare “là dentro” ciò che io penso per cercare di farlo diventare legge per tutti: funzione difficilissima che merita d’essere pagata a “peso d’oro”, poiché richiede preparazione, dedizione, studio, capacità di ascolto. E di lavoro. Sette giorni la settimana, fino a non molti anni fa. Il lavoro nel collegio era infatti senza orari e senza risparmio di fatica.<br />
Un giorno capitò (cambiamo settore d’impegno) a un famoso cardiochirurgo americano di vedersi contestata la parcella da un paziente: «Professore lei mi chiede 300 dollari per una visita di un quarto d’ora». E la risposta fu: «Un quarto d’ora, più una vita».<br />
Quanti di noi oggi di fronte alla contestazione della pesante indennità parlamentare «per soli due o tre giorni di lavoro settimanale» sono in grado di rispondere: «Non tre, ma sette giorni la settimana, 10/12 ore la giorno, più una vita»? «Sette giorni la settimana» no, perché non ci sono più i collegi elettorali e molti di noi quando rientrano a casa si imboscano. «Più una vita no», almeno per molti che arrivano in parlamento non proprio a seguito di una selezione di qualità e di esperienze. Se poi si aggiunge che il parlamento sta trasformandosi da luogo di confronto e fabbricazione collegiale del prodotto legislativo in mero “votificio” di testi determinati altrove, allora si capisce perchè i nostri concittadini ci considerino – normalmente non a torto – come dei semplici impiegati della fabbrica delle leggi, che lavorano una settimana corta, spesso cortissima, per di più pagati assai bene. È un sentimento che talvolta finisce per essere condiviso da noi stessi, diretti interessati, e per questo tentati da illusori riscatti nella gara a chi fa sparate più clamorose: tagli del 10%? No, del 20%, del 30% ! L’automobile di servizio se sei ministro o assessore? No, il tram, il treno o l’auto propria! («Dov’è il ministro, ché dobbiamo cominciare il convegno?», «Sta cercando un parcheggio »).<br />
La questione è un’altra, e precisamente questa: dobbiamo decurtare le indennità parlamentari per farle corrispondere al degrado e alla crescente irrilevanza della funzione, o dobbiamo invece combattere il degrado e l’irrilevanza della funzione? Può una democrazia sopravvivere a lungo all’esaurimento della funzione della rappresentanza? Può continuare una situazione in cui i parlamentari non sono selezionati dagli elettori, ma imposti dall’alto? Possono i rappresentanti esercitare il loro mandato senza un rapporto, un contatto costante con i loro elettori (a questo riguardo ripropongo a Bersani ciò che avevo già fatto con Veltroni, di assegnare a ogni parlamentare del Pd, in attesa di una nuova legge elettorale che verrà quando verrà, la cura di uno dei vecchi collegi elettorali ex mattarellum)? Può un parlamento continuare a subire la confisca della funzione legislativa da parte dell’esecutivo, senza una reazione forte e senza nemmeno tentare di inventarsi modalità di lavoro nuove, come ad esempio di sindacato dell’azione governativa, di grandi inchieste sui problemi del paese o di possibilità di partecipazione alla fase ascendente della formazione legislativa comunitaria e nazionale?<br />
E, da ultimo, può la classe politica continuare a non rendersi conto che tutte le clamorose campagne di delegittimazione in corso non sono iniziative casuali, ma finalizzate proprio alla trasformazione in direzione presidenzial- populistica del nostro modello democratico? Come peraltro è avvenuto in altri settori, dove talune campagne erano finalizzate ad obiettivi “altri”. La battaglia generalizzata contro i fannulloni ad esempio è servita a screditare tutto il pubblico impiego, condizione che ha reso possibili gli ultimi provvedimenti governativi. Quella contro la sanità pubblica, idem: era, cioè, prodromica alla apertura verso la sanità privata. Quella contro gli amministratori locali, il numero degli assessori, le loro indennità, ha preparato a sua volta la nuova campagna contro gli stipendi dei dirigenti degli enti locali, con la conseguenza di determinarne la fuga e, dunque, l’ impoverimento delle strutture pubbliche a vantaggio di quelle private.<br />
Quando si sarà ulteriormente svilita la funzione della politica, quando cioè nessuno vorrà più occuparsi di politica perché screditata, che ne sarà della democrazia? E noi dirigenti politici dobbiamo proprio (seppur a volte inconsapevolmente) continuare a partecipare a questo gioco?</p>
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		<title>Più alternativi e più credibili</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 13:37:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa del 21 maggio 2010
Da qualche settimana il Tg di Emilio Fede si occupa con particolare insistenza del funzionamento del sistema sanitario con notizie, interviste, commenti, più o meno tutti finalizzati a far passare una “morale”: questa sanità, che noi paghiamo tre volte, con le tasse, con i contributi e con i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1681" title="bandiere-pd2555_img" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/05/bandiere-pd2555_img.jpg" alt="bandiere-pd2555_img" width="172" height="100" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa del 21 maggio 2010</em></p>
<p>Da qualche settimana il Tg di Emilio Fede si occupa con particolare insistenza del funzionamento del sistema sanitario con notizie, interviste, commenti, più o meno tutti finalizzati a far passare una “morale”: questa sanità, che noi paghiamo tre volte, con le tasse, con i contributi e con i tickets, non funziona…! Batti, ribatti, e ribatti ancora, il messaggio entra nella testa anche di chi è più riluttante. Non è difficile intuire cosa stia covando sotto la cenere. Allacciamo le cinture e attendiamo il botto !<br />
Intanto noi all’Assemblea nazionale sul tema del lavoro cerchiamo di trovare una mediazione fra le nostre quattro proposte di legge e il decalogo di Stefano Fassina. Sono due modi diversi di fare politica e di costruire consenso.<br />
Gli slogan che verranno proposti all’assemblea su Etica pubblica, Istituzioni, Università, Lavoro, Green economy, Giustizia ed Europa per “preparare giorni migliori per l’Italia”<span id="more-1680"></span> sono certamente belli e suggestivi, ma siamo sicuri che il nostro sia un problema di comunicazione ? O è questione dei contenuti del messaggio ? Oppure ancora c’è un problema di credibilità ? La gente non ci vota perché siamo poco sexy o perché non ci fila o non si fida più?<br />
Sono dirigente da troppo tempo per non rispettare profondamente il lavoro di chi guida il partito, ma ciò non può impedire una riflessione seria e corale sui nostri problemi (anche per questo da tempo manifesto preoccupazione per la permanenza di gabbie correntizie che impediscono una vera utilizzazione di tutta l’intelligenza di cui potremmo disporre).<br />
Ci sono numeri che dovrebbero infatti inquietarci, e molto: al nord il 48% degli operai vota Lega e solo il 12% Pd, più o meno lo stesso tra i lavoratori autonomi, gli imprenditori, eccetera.<br />
Quegli operai hanno smesso di votarci perché c’è troppo poco colore rosso nel logo del partito, o perché quando il gioco si fa duro (cioè quando c’è crisi economica) noi parliamo d’altro e, soprattutto, in noi non vedono più una possibile alternativa, capace di esprimere un governo affidabile ? Perché ?<br />
Beh, intanto, io credo per le insopportabili e paralizzanti divisioni fra quanti stanno a sinistra: in questo senso la tanto discussa vocazione maggioritaria di Veltroni è servita, e come !, e quegli oltre 10 milioni di voti conquistati nel 2008, restano una potenzialità, distante dai 6 milioni di oggi, ma pur sempre riagganciabile. Così come  è sicuramente giusta la scelta di Bersani di rifocalizzarci sui temi economici, proprio perché questo è il terreno su cui si possono reincontrare gli italiani. Ma temo non basti.<br />
Penso che occorra proporci il tema della solidità e, dunque, della credibilità del ceto dirigente. Occorre ridefinire una nostra forte alterità etica rispetto alla destra. Non è vero che il paese, chiuso entro gli egoismi e menefreghismi individuali e corporativi, non ponga più alla politica e ai politici una domanda di responsabilità e moralità. Ed è qui che si pone per noi una sfida alta. E’ il tema del distacco personale, della virtù personale di dirigenti, parlamentari e amministratori, ma, nondimeno, della qualità morale del nostro progetto. Riflettiamo solo sul fatto che, mentre la “cricca” sta evidenziando la putrescenza di un ordito sociale e istituzionale (la gelatina di cui parlano i magistrati di Firenze) realizzantosi negli anni di governo della destra, e cresce un senso di rigetto nel paese, la sinistra non riesce ad essere percepita come l’altra metà del cielo.<br />
E così la nostra difficoltà “ad uscire” si fa involontariamente complicità agli occhi degli italiani. Al Sud non so quale potrà essere la reazione, al Nord è più facile immaginarlo: si creerà una  nuova miscela esplosiva fatta di ulteriore astensionismo e radicalismo (Lega, grillismo e antipolitica di ogni tipo).<br />
Per ciò è urgente, a maggior ragione di fronte agli esiti imprevedibili della crisi finanziaria in atto e – in particolare – alla drammatica ricaduta sociale dei provvedimenti che sta prendendo in queste ore il governo, puntare su un discorso di credibile alterità morale e politica alla destra.<br />
Per fare questo occorre compattezza nel partito (bando alla pretese di autosufficienza della maggioranza, ai settarismi, alle regressioni organizzative, alle rassegnazioni di ogni tipo), occorre “fortezza” nella leadership (la fortezza è il nome di una virtù cristiana che allude alla forza interiore) e  occorre “duende” (è un termine spagnolo che letteralmente significa “folletto”, ma che Garcia Lorca ha interpretato come energia vitale, psichica, quella che nei momenti di difficoltà ce ne fa uscire se, appunto, sappiamo andarla a cercare dentro noi stessi, giù giù nelle nostre radici “ en las últimas habitaciones de la sangre”).</p>
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		<title>Noi cattolici nella ditta</title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 13:23:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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da Europa del 20 maggio 2010
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<p><em>da Europa del 20 maggio 2010</em></p>
<p>Sull’ultimo numero la rivista Reset pubblica, tra altri, un interessante intervento di Massimo D’Alema dal titolo “La fede è fattore di coesione”, in cui si affronta il complesso tema della laicità, alla luce anche dei problemi posti dal più recente magistero della Chiesa. Già il titolo dice il giudizio positivo che l’esponente Pd esprime sul ruolo delle religioni e, in particolare di quella cattolica, come forze integratrici all’interno di società prigioniere di spinte opposte. Vi è un passaggio importante nel quale si afferma l’esigenza che il discorso pubblico non consideri la fede come «altro da sé» ma come risorsa da «includere in sé», senza ovviamente imprigionarla o appropriarsene.<br />
«Una laicità inclusiva – sostiene D’Alema – è quella che considera la religione come uno dei fondamenti del discorso pubblico…. <span id="more-1676"></span>Non vedo un discorso pubblico laico che non comprenda il cattolicesimo italiano come una delle componenti forti e imprescindibili e, (a tal fine, ndr)… è importante che i credenti rinuncino alla convinzione di avere il monopolio dell’etica». «C’è un umanesimo non religioso che ben può essere fondamento di comportamenti pubblici e privati virtuosi». Non c’è dubbio che D’Alema abbia ragione. Il problema sorge quando credenti e non credenti convivono all’interno dello stesso partito e debbono fare un passo ulteriore rispetto al mero reciproco riconoscimento, per fare delle diversità un patrimonio comune.<br />
E, peraltro, la strada dell’“inclusione” non ha alternative se non si vuole perpetrare all’infinito la convivenza fra vite parallele e separate (com’è noto l’immagine delle “convergenze parallele” che venne arbitrariamente cucita addosso a Moro, fu dallo stesso sempre rifiutata come non-senso).<br />
Per favorire l’obiettivo è necessario allora un esercizio prolungato e profondo di vero dialogo, senza pregiudizi e furbizie. È per ciò necessario (come sostiene Giancarlo Bosetti sullo stesso numero della rivista) che i laici di ogni genere stiano alla larga dai laicisti, cioè dagli «intransigenti contrari al dialogo» presunti «titolari di un’erica (!) e forse di una politica. Che gli astri ci proteggano da questi pericolosi missionari della sconfitta». Così com’è necessario, per tornare al testo di D’Alema, che dall’altra parte si rinunci ad ogni forma di «intransigenza della verità », a maggior ragione oggi essendosi enormemente indebolita quella capacità di “traduzione” dei valori cristiani che un tempo veniva assicurata dalla Democrazia cristiana che sapeva realizzare «una forte mediazione tra l’esperienza religiosa, intesa nella sua potenza e autonomia, e il cattolicesimo politico come grande esperienza laica….». I tempi sono effettivamente cambiati, quel partito non c’è più e non ha senso vagheggiarne la rinascita, ma resta l’esigenza che i cattolici in politica sappiano essere loro – come giustamente sostiene D’Alema – i protagonisti di una ancora oggi necessaria “traduzione” dei valori religiosi nella pratica laica dell’agire politico.<br />
Questo il punto centrale, che ovviamente condivido, del ragionamento di D’Alema e che deve essere assunto da tutto il Partito democratico. Se la politica non può rifiutare o dissipare la dimensione religiosa (anzi, la deve “includere” in sé) e se ciò implica la condizione di una sua “traduzione” in termini comprensibili e accettabili anche da chi credente non è (diceva a tal proposito Aldo Moro «i dati della coscienza morale e religiosa sono costretti a compiere un salto qualitativo quando essi pensano di esprimersi sul terreno del contingente….»), e se ancora tale compito deve essere assolto proprio dai credenti, allora la loro presenza nel Pd non è solo una risorsa, ma è “la risorsa” che consente al partito di darsi quella pluralità culturale ed etica necessaria ad agire in “questo” contesto temporale e spaziale. I credenti, dunque, nel Pd non sono una presenza marginale e da sopportare, da ridurre cioè a simbolica rappresentanza di una parte minoritaria del proprio elettorato, ma sono parte integrante e consunstanziale della sua ragione costitutiva oltreché del suo tessuto connettivo.<br />
A questo punto qualcuno sospetterà che io stia strumentalizzando il discorso di D’Alema per arrivare alla questione che da un po’ di tempo ripropongo quasi ossessivamente, quella del rapporto del e nel Pd con i cattolici. Non è assolutamente vero, anche se utilizzo intenzionalmente l’interlocuzione con le cose dette da D’Alema per richiamare l’attenzione, alla vigilia dell’Assemblea nazionale, su un tema che rappresenta una “questione” tanto veramente presente quanto pudicamente taciuta nell’attuale dibattito interno. Oggi infatti, lo dico in modo pacato ma fermo, al di là delle rassicurazioni contrarie e certamente delle stesse intenzioni del segretario Pier Luigi Bersani, una parte importante (non ho alcun titolo per parlare a nome di tutti) dei militanti che provengono dalla tradizione del cattolicesimo-democratico, sente ridursi l’ossigeno intorno a sé, sente cioè crescere nei propri confronti una certa diffidenza a ogni livello della vita del partito, al centro come in periferia. È come se la riduzione dell’orizzonte del partito, frutto di un malinteso “spirito della ditta” – che, come accadeva in un certo passato della sinistra italiana, sembra portarla anche oggi a rassegnarsi e ad accontentarsi di amministrare le quote del proprio mercato elettorale storico senza ambizioni ulteriori – comportasse l’inevitabile sacrificio di chi è considerato “estraneo” a quello spazio.<br />
Sarebbe un errore imperdonabile! Tutte le analisi dei risultati elettorali ci dicono, infatti, che il Pd è un partito che, sia al nord che al sud, sta perdendo quote importanti di elettorato nei comuni al di sotto dei 15.000 abitanti (che sono quelli in cui al nord spadroneggia invece la Lega e, purtroppo per noi, rappresentano il 50% dell’elettorato) mentre resiste solo in quelli al di sopra dei 100.000 abitanti, dove guarda caso i risultati dei candidati cattolici anche nelle recenti gare delle preferenze dimostrano proprio la decisività del loro apporto. Ma è comunque sbagliata, e asfittica per il Pd la prospettiva del rattrappimento delle proprie ambizioni elettorali entro i confini dell’Italia centrale, dove peraltro, anche lì, si sa che le ragioni del consenso non coincidono più con quelle del passato, quando erano assicurate da forme organizzative del partito (una struttura compatta, fortemente controllata attraverso modelli operativi e reti di funzionari professionisti) finalizzate a tenere e mantenere un tessuto elettorale fortemente fidelizzato.<br />
È giusto osservare che questi sono discorsi troppo interni, che non parlano cioè ai cittadini. Può essere vero. Ma non è meno vera la esigenza che, mentre si puntualizza il linguaggio e il progetto di una “nuova Italia” da proporre agli italiani, non vi sia chi, lo ripeto: al centro e in periferia, si senta autorizzato a cambiare non solo la struttura ma anche la natura del partito. Perché questa sì è patrimonio comune e indisponibile, essendo la ragione costitutiva del Pd, quella che ha consentito a ognuno di noi di aderirvi, sentendosi a casa propria.</p>
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