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16
mar '12

L’architetto della democrazia

Ne sono passati trentaquattro, eppure ogni anno, il 16 marzo (uccisione dei cinque agenti della scorta e cattura dell’onorevole Moro) e il 9 maggio (ritrovamento del cadavere dello statista democristiano) sono occasione per riflettere non soltanto su una delle pagine più drammatiche della vita della repubblica, ma anche sullo straordinario magistero di uno dei suoi protagonisti più importanti. Moro non è stato infatti soltanto un dirigente di partito e uomo di governo a livelli di massima responsabilità, ma è stato “l’architetto” dell’allargamento e del compimento della democrazia e, come tale, uno dei maggiori pensatori e ideatori di processi politici nuovi. È stato l’uomo che ha respirato con i polmoni della storia, cogliendo anche i sintomi più flebili dei cambiamenti che spesso sovrastavano la “sovranità” della politica, cercando di rintracciare in ognuno di essi ragioni di speranza e fiducia. È stato uomo che ha sempre abitato serenamente il suo tempo, amato come dono della Provvidenza.
Rileggendo la sua immensa produzione culturale, spirituale e politica si trovano pagine che, pur scritte in un tempo assai diverso, possono illuminare quello che stiamo vivendo. A proposito di una emergenza che costrinse alla collaborazione forze politiche che prima di allora si erano sempre contrapposte, scriveva ad esempio: «Abbiamo un’emergenza economica e un’emergenza politica. Io sento parlare di opposizione, del gioco della maggioranza e dell’opposizione. Sono in linea di principio pienamente d’accordo…Ma immaginate cosa avverrebbe in Italia in questo momento storico se fosse condotta fino in fondo la logica dell’opposizione, se questo paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili fosse messo ogni giorno alla prova da una opposizione condotta fino in fondo? Ecco che cosa è l’emergenza, ed ecco che cosa consiglia una sorta di tregua che suggerisce di riflettere su un modo accettabile per uscire da questa crisi» (febbraio 1978).
E, prima ancora, rivolgendosi agli altri partiti, aveva scritto «Non sempre ci siamo trovati concordi nelle stesse posizioni, ma abbiamo saputo sempre di non essere estranei gli uni agli altri, di avere un patrimonio comune che nell’interesse del paese, quali che siano le vicende nei tempi che cambiano, è doveroso non disperdere… Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo lo stesso identico destino, ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiamo il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà e di dialogo» (Il Giorno, 17 aprile 1977).
Pur essendo diversi i tempi e le condizioni storico-politiche, non v’è chi non veda in queste parole la descrizione delle stesse ragioni che hanno portato solo quattro mesi fa alla nascita del governo Monti e della “strana” maggioranza che lo sostiene. Il dibattito di oggi peraltro riguarda già ciò che avverrà dopo questa fase politica, un “dopo” che non sarà identico al “prima”, perché le ragioni profonde, che lo stesso governo Monti sta per alcuni aspetti inaspettatamente rivelando, attengono a un cambiamento già intervenuto nella società italiana, di cui il distanziamento dalla politica e dai partiti è solo un sintomo, in parte giustificato proprio dall’accusa rivolta alla politica e ai partiti di non conoscere più il paese e di temere il confronto con ciò che è cambiato. L’accusa di non amare questo tempo. Scriveva Moro ancora molti anni fa (Al di là della politica e altri scritti, ed. Studium, p.89): «Come ci piace straniarci dal nostro tempo per scuotere da noi pesanti e fastidiose responsabilità! Non amiamo il nostro tempo perché non vogliamo fare la fatica di capirlo nel suo vero significato, in questo emergere impetuoso di nuove ragioni di vita, in questa fresca misteriosa giovinezza del mondo».
Certo per i partiti è sempre stato difficile ripensare se stessi, il modo di farsi, di essere e di rapportarsi con la realtà; di fronte all’esigenza di cambiarsi capita infatti spesso che si richiudano a riccio per fare ciò che già sanno e sperimentare ciò che già fanno. È ancora Moro ad invitare il partito (Scritti e discorsi, volume V, ed. Cinque Lune, p. 3410) ad «aprire finalmente le finestre di questo castello nel quale siamo arroccati per far entrare il vento della vita che soffia intorno a noi. Non è un fatto di vita interna di partito, di distribuzione di potere, ma di necessità di un grande nuovo dibattito con l’intero paese… come condizione essenziale di sviluppo politico, un modo per dominare gli avvenimenti, non costringendoli fin quando si può ma assumendoli come dati importanti inseriti ordinatamente in una attenta dinamica sociale».
E, nel congresso della Dc del 1976, trentasei anni fa, veramente tanti anche se non sembrano così lontani, a proposito delle novità «che si annunciano all’orizzonte», dirà: «Chi non può negare che il riconoscimento del valore della donna, della sua originalità, della sua ricchezza, la sua reale indipendenza ed uguaglianza sia un problema eludibile e cruciale dello sviluppo storico? Chi può ignorare lo spirito dirompente dei giovani e un diritto di successione rivoluzionaria che non può essere contestata né aggirata con false promesse? Chi può disconoscere il peso radicalmente nuovo che i lavoratori hanno nell’organizzazione sociale, il loro incomprimibile diritto di non essere mero strumento, dove si prendono decisioni politiche o si svolge il loro lavoro, del potere altrui? Questo è il compito della nostra epoca.
Il tema dei diritti è ancora centrale nella nostra dialettica politica. Di fronte a questa fioritura la politica deve essere conscia del proprio limite, pronta a piegarsi su questa nuova realtà che le toglie la rigidezza della ragione di stato per darle il respiro della ragione dell’uomo». Mi pare che altro non serva. Serve solo meditare.

aldo_moro_rapimentodi Pierluigi Castagnetti

da Europa del 16 marzo 2012

Ne sono passati trentaquattro, eppure ogni anno, il 16 marzo (uccisione dei cinque agenti della scorta e cattura dell’onorevole Moro) e il 9 maggio (ritrovamento del cadavere dello statista democristiano) sono occasione per riflettere non soltanto su una delle pagine più drammatiche della vita della repubblica, ma anche sullo straordinario magistero di uno dei suoi protagonisti più importanti. Moro non è stato infatti soltanto un dirigente di partito e uomo di governo a livelli di massima responsabilità, ma è stato “l’architetto” dell’allargamento e del compimento della democrazia e, come tale, uno dei maggiori pensatori e ideatori di processi politici nuovi. È stato l’uomo che ha respirato con i polmoni della storia, cogliendo anche i sintomi più flebili dei cambiamenti che spesso sovrastavano la “sovranità” della politica, cercando di rintracciare in ognuno di essi ragioni di speranza e fiducia. È stato uomo che ha sempre abitato serenamente il suo tempo, amato come dono della Provvidenza.

mar
28
feb '12

Oltre Monti ma senza nostalgia

“E dopo ?”. In genere questo è l’incipit di interrogativi più complessi ed esistenziali. Da un po’ di tempo sta diventando anche la domanda che occupa i giorni delle forze politiche oltreché dei commentatori che si interrogano su ciò che ne sarà della politica dopo il governo Monti. In effetti l’interrogativo non sembra infondato sia alla luce di ciò che sta facendo il governo in carica, sia ancor di più di ciò che sembrano non riuscire a fare le forze politiche. Si tratta infatti di un governo “strano” per tante ragioni, compreso il dato che è sostenuto da una coalizione parlamentare non formalizzata in cui le sue componenti non si riconoscono alleate l’una con l’altra. Non è la grosse koalition fra la CDU e la SPD, che vedeva nella compagine governativa esponenti dell’uno e dell’altro partito e nell’assemblea parlamentare un coordinamento fra i due gruppi alleati. In Italia i partiti sono assenti dalla compagine governativa e, nello stesso tempo, rifiutano di dar vita ad una compagine parlamentare. Il rischio oggettivo è quello che alla lunga si insinui la convinzione nell’opinione pubblica di una relativa inutilità dei partiti. Per questo Gustavo Zagrebelsky ha lanciato l’allarme: occorre riportare in onore la politica. E Ilvo Diamanti affonda: la questione vera è se sia possibile una democrazia rappresentativa senza partiti.
Io penso che riportare in onore la politica comporti l’esigenza di riportare in onore la democrazia e a tal fine occorra un impegno “pedagogico” sia dei partiti che dei mezzi di informazione e formazione dell’opinione pubblica. La storia, anche recente, delle democrazie è attraversata infatti dall’illusione di poter realizzare la democrazia senza i partiti, illusione pagata a caro prezzo nel secolo scorso che ci ha mostrato i volti diversi ed uguali di tirannie apparentemente democratiche perché nate dalle elezioni, ma in effetti figlie della degenerazione e della perdita di senso dei partiti. Ho seguito da vicino l’illusione ingenua dello stesso Vaclav Havel, il primo presidente della Cecoslovacchia liberata dal comunismo, che si rifiutò di instaurare una democrazia dei partiti preferendo dar vita a un forum civico (“Obchansky Forum”), un’esperienza che ha evitato una degenerazione letale di quella democrazia solo grazie all’intervento di vecchi leader ex comunisti ed ex popolari, convertiti alla democrazia come Dubcek, Bartoncik e Lux, che non riuscirono peraltro ad evitare che il paese finisse nelle mani di Vaclav Klaus esponente della destra, fortunatamente democratica.
La preoccupazione, dunque, che si insinui la convinzione in questa Italia guidata dai tecnici che si possa fare a meno della politica e dei partiti è veramente seria e le forze politiche non debbono sottovalutarla. Del resto è sempre Zagrebelsky che ci ricorda come in un antico testo anonimo firmato “Il vecchio oligarca” (“La costituzione degli ateniesi”) si sostenesse che la democrazia possa degenerare lentamente “senza rendersene conto e senza avere le energie per autoriformarsi”. Viene alla mente il paradigma di Böckenforde, il grande costituzionalista cattolico e socialdemocratico tedesco, secondo cui la democrazia vive di presupposti che non riesce a generare. Se vogliamo, dunque, essere all’altezza della responsabilità, una volta si sarebbe detto della “vigilanza” su ciò che accade e, ancor più, di un’azione volta a ricostruire e rimotivare ciò che si è consumato, credo che noi democratici dobbiamo osservare il tempo e il processo nel quale siamo inseriti con intelligenza non nostalgica, ma aperta agli apporti che la cultura dei diritti personali e comunitari oltreché delle istituzioni di governance oggi è in grado di offrire alla politica.
Senza nostalgia non significa soltanto rinunciare a precedenti storie e paternità ideologiche, ma significa anche capire che il governo Monti ha compiuto – tra altri – il miracolo di delegittimare e archiviare il modello della politica e dell’uomo politico senza qualità che ha connotato soprattutto l’ultima parte della cosiddetta seconda repubblica. Dell’uomo politico in particolare, come dice Diamanti, “non migliore di noi ma come noi. Anzi: peggio di noi. Reclutato per meriti estetici, piuttosto che etici o per fedeltà al capo”. E’ finito quel modello. Il governo Monti lo ha sostituito con quello della competenza, della sobrietà e della serietà. Tutti dovranno tenerne conto, il Pd in particolare. Guai a noi se si proponesse alle prossime elezioni l’alternativa fra competenza e incompetenza, fra competenza e approssimazione, fra competenza e politica, passaggi scivolosi e non impossibili. Sotto questo profilo il Pd di Bersani che sin da subito ha scelto la strada opposta a quella della personalizzazione della politica e della insostenibile leggerezza  del messaggio politico ci aiuta molto. Ma l’esperienza del governo Monti ci obbliga lungo quella strada ad andare ancora più avanti. Ci obbliga a mostrare il volto di un partito non di carta ma neppure di cemento, un partito che sappia “auscultare” (come diceva Moro) la schiena del paese e raccogliere la domanda nuova di politica seria e competente, cioè affidata a uomini conoscitori della vita dei cittadini ma non di meno dei meccanismi tecnici per risolvere i problemi in questo mondo globalizzato e sfuggito ormai alla sovranità tradizionale della politica. E’ l’unica strada per riacquistare quella fiducia dei cittadini che oggi sarebbe scesa, come dice Mannheimer, all’ 8%.
Il Pd ha sicuramente più possibilità di altri di riuscirci. Qualità del progetto e qualità (culturale, professionale ed etica) del personale sono le sfide che lo attendono alle prossime elezioni.

monti-campanella-e1329850396723di Pierluigi Castagnetti

da Europa del 28 febbraio 2012

“E dopo ?”. In genere questo è l’incipit di interrogativi più complessi ed esistenziali. Da un po’ di tempo sta diventando anche la domanda che occupa i giorni delle forze politiche oltreché dei commentatori che si interrogano su ciò che ne sarà della politica dopo il governo Monti. In effetti l’interrogativo non sembra infondato sia alla luce di ciò che sta facendo il governo in carica, sia ancor di più di ciò che sembrano non riuscire a fare le forze politiche. Si tratta infatti di un governo “strano” per tante ragioni, compreso il dato che è sostenuto da una coalizione parlamentare non formalizzata in cui le sue componenti non si riconoscono alleate l’una con l’altra. Non è la grosse koalition fra la CDU e la SPD, che vedeva nella compagine governativa esponenti dell’uno e dell’altro partito e nell’assemblea parlamentare un coordinamento fra i due gruppi alleati. In Italia i partiti sono assenti dalla compagine governativa e, nello stesso tempo, rifiutano di dar vita ad una compagine parlamentare. Il rischio oggettivo è quello che alla lunga si insinui la convinzione nell’opinione pubblica di una relativa inutilità dei partiti. Per questo Gustavo Zagrebelsky ha lanciato l’allarme: occorre riportare in onore la politica.

sab
25
feb '12

Democratici e socialisti possono fare di più

Le interviste a David Sassoli e Donald Sassoon hanno impostato in modo e totalmente condivisibile il dibattito sul cosiddetto Manifesto di Parigi (che suggerirei di chiamare Dichiarazione: in questi casi la sobrietà non è mai eccessiva). Se si vuole dare un senso a un’alleanza di forze progressiste il tema inevitabile, soprattutto oggi, non può che essere quello dell’Europa. Che Europa hanno in mente i partiti di sinistra, quale importanza ha per la loro identità il tema Europa, e quale Europa poi pensano di declinare in termini tali da segnare una demarcazione rispetto all’approccio di altre forze politiche ? Non conosciamo ancora il testo del documento che ci auguriamo non sia generico e reticente, perché i cittadini hanno una certa “fame” di identità e di identificazione  con forze e iniziative che guardano avanti. Gli Eurobond e la Tobin tax sono sicuramente importanti, ma non sufficienti a dare identità politica. E’ vero che la Merkel oggi si oppone soprattutto agli Eurobond, ma non si costruisce la propria identità contro la posizione momentaneamente assunta da un avversario politico. Ho detto “momentaneamente” sia perché la Merkel potrebbe auspicabilmente uscire di scena, sia perché la Germania democristiana potrebbe riprendere posizioni che l’hanno connotata sino a pochi anni fa. Ricordo di avere assistito a un colloquio tra Kohl e Mino Martinazzoli nei primi anni novanta a Bonn in cui il Cancelliere tedesco fece più o meno questo ragionamento: “Non so se tornerò a vincere le elezioni perché ho chiesto molto al mio paese, gli ho chiesto di rinunciare ai suoi punti di forza per favorire l’unità dell’Europa. Al momento dell’unificazione fra le due Germanie ho imposto, contro il parere della Bundesbank, la parità fra il marco delle due Germanie, a Maastricht abbiamo deciso di dar vita a una nuova moneta mettendo in un unico paniere il marco, cioè la moneta più forte, assieme alle altre più deboli, ho deciso poi di aumentare di cinque punti il prelievo fiscale e di destinare l’intero gettito nell’ex Germania dell’Est perché so che se la Germania non è in pace al proprio interno, rischia di non essere in pace neppure l’Europa. Ho fatto queste cose senza calcoli elettorali, sapendo che era ciò che dovevo fare e basta, per la pace del mio paese e per la pace del continente”. La Germania dunque ha un passato europeista a cui nessun altro paese europeo può paragonarsi e non mi sorprenderei se ad un certo punto, di fronte agli sviluppi della crisi, anche la rigidità odierna della Merkel fosse costretta a ripiegare. E, dunque, è importante che oggi i socialisti e i democratici europei assumano una posizione netta su questo tema, ma deve essere una posizione convinta, organica, se possibile declinata in termini sistemici, consapevole del fatto che nel mondo globalizzato solo un’Europa integrata da istituzioni forti di governance potrà assicurare un qualche futuro. La Dichiarazione di Parigi dovrà dunque rompere nettamente con gli errori, le titubanze e le pigrizie del passato e dovrà indicare la strada di un moderno europeismo: a questo fine per le tradizioni della sinistra sarà più utile recuperare Spinelli che Gramsci. L’altro “mito” (uso intenzionalmente questa parola, utilizzata da De Gasperi in un famoso discorso al Senato del 1949 a proposito dell’Europa, rivendicando per la classe politica la responsabilità di indicare alle nuove generazioni dei “miti” come l’Europa, appunto) che si deve recuperare senza imbarazzi è quello della “libertà”. Questa parola è stata colpevolmente lasciata usurpare e manomettere alla destra, ma è una parola che è alla base dei diritti fondamentali dell’uomo e delle comunità, oltreché di quelli più moderni. Il presidente della BCE Mario Draghi ha detto due giorni fa che il modello di sviluppo europeo è in crisi, e a me pare difficile contestarglielo. Capire dove e perché è andato in crisi e capire come e  perché in un mondo globalizzato sia possibile tenere al centro della proposta politica i diritti dell’uomo a partire da quelli del lavoro della giustizia e dell’uguaglianza, questa è la missione delle forze progressiste oggi. Quando sosteniamo che il tema della libertà ha a che fare con quello della giustizia e della solidarietà vogliamo parlare dell’obiettivo concreto di liberare i cittadini dal peso di soglie di ingresso in primo luogo ai posti di lavoro, di liberarli dagli ingombri che ostruiscono i canali della comunicazione fra Stati e all’interno degli Stati, di liberarli dai rischi della vulnerabilità che ormai affliggono tutti i ceti sociali tranne quelli superprivilegiati. In questo senso mi augurerei che chi è incaricato della stesura definitiva della Dichiarazione di Parigi si misurasse con le indicazioni per un “Piano per la crescita” contenute nella lettera congiunta di dodici leader europei del 20 febbraio scorso. In quella lettera ci sono contenuti meno vaghi di quanto si pensi in ordine alle cose da fare per rafforzare e innalzare gli standard di attuazione di una vera governance europea; per creare entro il 2015 un mercato unico realmente digitale; per creare entro il 2014 il Terzo Pacchetto sull’Energia; per creare un’Area Europea della Ricerca; per costruire mercati globali aperti; per ridurre il peso della normativa europea; per favorire l’accesso al lavoro dei giovani, delle donne e dei lavoratori in rientro occupazionale, oltreché per combattere la vulnerabilità; infine per creare posti di lavoro nel terziario e ridurre la garanzie implicite che consentono di salvare sempre le banche distruggendo il mercato unico. E’ un documento di sollecitazioni piuttosto forti alla Commissione e al Consiglio europeo e, se vogliamo essere più espliciti, a Germania e Francia che non a caso non hanno firmato. Ma in quel documento c’è tanto di messaggio europeista e di impegno per rendere più concreti e fruibili i valori della libertà e della solidarietà.
Il nostro è un tempo chiamato a tenere fermi i principi irrinunciabili che riguardano la centralità della persona umana e a inventare forme nuove di declinazione storica di quei principi. E’ un tempo che rischia di dividere chi ha paura da chi accetta la sfida del cambiamento. Noi non potremo che esser fra questi ultimi.

imagesdi Pierluigi Castagnetti

da l’Unità del 25 febbraio 2012

Le interviste a David Sassoli e Donald Sassoon hanno impostato in modo e totalmente condivisibile il dibattito sul cosiddetto Manifesto di Parigi (che suggerirei di chiamare Dichiarazione: in questi casi la sobrietà non è mai eccessiva). Se si vuole dare un senso a un’alleanza di forze progressiste il tema inevitabile, soprattutto oggi, non può che essere quello dell’Europa. Che Europa hanno in mente i partiti di sinistra, quale importanza ha per la loro identità il tema Europa, e quale Europa poi pensano di declinare in termini tali da segnare una demarcazione rispetto all’approccio di altre forze politiche ? Non conosciamo ancora il testo del documento che ci auguriamo non sia generico e reticente, perché i cittadini hanno una certa “fame” di identità e di identificazione  con forze e iniziative che guardano avanti. Gli Eurobond e la Tobin tax sono sicuramente importanti, ma non sufficienti a dare identità politica.

mer
15
feb '12

Il PSE? Non si va avanti con la testa rivolta all’indietro

Come spesso accade, anche l’intervento di ieri di Alfredo Raichlin si segnala per una sorta di sapienza moderna e antica allo stesso tempo, moderna per la capacità di misurarsi con i cambiamenti intervenuti e in corso, e antica per l’intelligenza della storia sempre necessaria alla politica. Sono mesi che ci richiama a un dibattito serio sul ruolo dei partiti in “questo mondo” che sembra andare avanti prescindendone,  oltreché sottovalutando gli insegnamenti che pure ci vengono dalle esperienze del passato,  per quanto i problemi di oggi siano inediti.
“Anacronistico è diventato tutto il vecchio sistema politico”,  questo è il problema dal quale non possiamo sfuggire. Anacronistiche le risposte delle vecchie tradizioni culturali e non di meno delle vecchie famiglie politiche europee. Continuare a cercare, anche se lo si nega, la nostra identità politica con la testa rivolta al passato rivela solo una carenza di sicurezza emotiva e di responsabilità storica. Sono grato a Pierluigi Bersani perché la chiarezza sul tema contenuta nel suo intervento su “Repubblica” di ieri ha chiuso la  polemica tanto assurda e incomprensibile quanto deviante,  sollevata da chi su “Il Foglio” aveva proposto di fare del Pd un “cazzuto partito di sinistra”.
Ricordo quando, all’inizio degli anni ottanta, il Pci dell’Emilia Romagna aprì coraggiosamente un dibattito in Consiglio regionale sulla provocazione lanciata da un importante rivista culturale della sinistra sul rapporto con “Proteo”, cioè il mercato, con una suggestiva conclusione del presidente Gianfranco Turci secondo cui,  “se Proteo non fosse per definizione inafferrabile,  i comunisti emiliani potrebbero dire di averlo afferrato”. Siamo di fronte oggi a una domanda altrettanto intensa e stimolante: qual’ è il rapporto della sinistra, o se si vuole della politica, con il nuovo “Proteo”, la finanza che dirige il mondo? La finanza che ha messo drammaticamente a nudo l’impotenza di un’Europa che è perennemente in costruzione. La stessa finanza che pretende di dirigere il mondo senza la politica, non solo senza la signoria delle regole, ma senza il controllo, anzi il semplice contatto con la realtà dei popoli fatti di uomini in carne ed ossa.
“Vogliamo interrogarci sul dopo Monti? Benissimo”, dice  ancora Raichlin. I nostri concittadini, anzi in particolare il popolo dei nostri elettori, questa domanda infatti se la pone, accetta e soffre il peso dei provvedimenti governativi consapevole che non esistono alternative, ma si chiede: “ e dopo”? Le forze politiche che per ragioni drammatiche hanno dovuto mostrare tutta la loro responsabilità promuovendo e sostenendo ogni giorno un governo non facile da sostenere, sembrano attendere il dopo con un certo fatalismo e la convinzione che dopo ci sarà il “ripristino”. No, non ci potrà essere il mero ripristino della situazione precedente se non si guarderanno in faccia le “questioni “ vere, preferendo le chiacchiere e le polemiche interne. Anche Genova c’entra con questa  malattia. Non meravigliamoci se il nostro elettorato mostra d’essere più esigente di quello della destra, è così ed è giusto che lo sia, è giusto che pretenda da noi un salto di qualità. Non dimentichiamo che a Genova, come era accaduto a Milano ( non a caso accade soprattutto nelle grandi città dove alle primarie partecipa più opinione pubblica che militanza) la stragrande maggioranza di quanti hanno scelto il candidato vincente Marco Doria è rappresentata da elettori tradizionalmente del Pd. A Genova come a Milano, valutata l’”armonizzabilità”, cioè la vicinanza, del candidato cosiddetto esterno con la identità del Pd stesso, molti elettori Pd hanno scelto quello,  per dire la propria insoddisfazione per le altre candidature democratiche, troppo di establishment e troppo caratterizzate da una incomprensibile linea di continuità e a volte persino di astrattezza politica. Doria non è stato scelto perché era più a sinistra, ma perché era altro. Così come in altre città dove si sono fatte recentemente le primarie, penso a Piacenza ad esempio, il candidato scelto non lo è stato  perché era cattolico,  ma perché mostrava di possedere  un maggior senso di contemporaneità, cioè di conoscenza, dei problemi reali di oggi.
E, dunque, volendo tornare alla proposta avanzata dai cosiddetti “giovani turchi” di un “rafforzamento del rapporto con il PSE”, mi chiedo quanto tutto ciò riguardi le sfide che dovrà fronteggiare il Partito democratico. Quanto possano interessare oggi le famiglie europee del tutto inesistenti nella attuale crisi dell’Europa, è veramente un mistero.  Basterà attendere la campagna elettorale tedesca per capire se e quanto il leader dell’ SPD (che pure ci auguriamo possa avere successo) si allontanerà dalla linea della Merkel, dopo che questa crisi ha “ritedeschizzato” la società di quel paese. Nè avrebbe senso,  a quasi dodici anni di distanza,  ricordare che alla Conferenza Intergovernativa di Nizza, che rappresenta il vero momento di inversione del processo di integrazione politica dell’Europa, dodici dei quindici capi di governo presenti erano socialisti. Almeno fossimo oggi di fronte  a una iniziativa politica europea che si distinguesse per l’intenzione di riprendere il progetto dell’integrazione politica e della rigenerazione del modello di welfare del continente. Non è dunque per una ritrosia dei cattolici del Pd che a me sembra fuori luogo aprire oggi questo file. I cattolici del Pd non hanno una congenita incompatibilità con la socialdemocrazia e, quando hanno concorso a dar vita a questo nuovo partito,  non hanno posto al riguardo un problema ideologico, ma un problema di ambizione, l’ambizione di fare una cosa nuova in Italia e una cosa nuova in Europa. Purtroppo si procede troppo lentamente, sia in Italia che in Europa. Non sono loro, i cattolici, a porre un problema di identità religiosa, che in politica sarebbe fuori luogo. Non sono loro a distinguere, all’interno del partito,  i “socialisti “ dai “cattolici”.  Non sono loro,  quando si tratta di scegliere un relatore in un convegno o in una riunione di circolo,  a porre l’esigenza di un bilanciamento tale per cui quando vi è un relatore cosiddetto cattolico deve essercene anche un altro,  poiché al primo non si riconosce la possibilità di rappresentare tutto il partito. Non sono loro a porre difficoltà per la convivenza pluralistica fra – per dirla con Wittgenstein – chi pensa che “ il mondo non è poi tutto “ e chi pensa il contrario.
E, dunque, non si assuma il tema del più stretto rapporto con il PSE per sparigliare o anche solo per esercitare una forzatura non su chi sarebbe incompatibile ma su chi ritiene che ciò può compromettere l’ambizione più alta che fu di tutti quelli che hanno inventato questo partito,  non per esigenze di accasamento, ma per dare una prospettiva alla civiltà, alla democrazia e alla politica in questo complicatissimo tornante della storia.

reichlindi Pierluigi Castagnetti

da l’Unità del 15 febbraio 2012

Come spesso accade, anche l’intervento di ieri di Alfredo Raichlin si segnala per una sorta di sapienza moderna e antica allo stesso tempo, moderna per la capacità di misurarsi con i cambiamenti intervenuti e in corso, e antica per l’intelligenza della storia sempre necessaria alla politica. Sono mesi che ci richiama a un dibattito serio sul ruolo dei partiti in “questo mondo” che sembra andare avanti prescindendone,  oltreché sottovalutando gli insegnamenti che pure ci vengono dalle esperienze del passato,  per quanto i problemi di oggi siano inediti. “Anacronistico è diventato tutto il vecchio sistema politico”,  questo è il problema dal quale non possiamo sfuggire. Anacronistiche le risposte delle vecchie tradizioni culturali e non di meno delle vecchie famiglie politiche europee. Continuare a cercare, anche se lo si nega, la nostra identità politica con la testa rivolta al passato rivela solo una carenza di sicurezza emotiva e di responsabilità storica. Sono grato a Pierluigi Bersani perché la chiarezza sul tema contenuta nel suo intervento su “Repubblica” di ieri ha chiuso la  polemica tanto assurda e incomprensibile quanto deviante,  sollevata da chi su “Il Foglio” aveva proposto di fare del Pd un “cazzuto partito di sinistra”.  

mar
31
gen '12

Quei “no” anche alla DC

Sarà ricordato come il Presidente che, collocato sul crinale tra la prima e la seconda repubblica, ha saputo evitare all’Italia una deriva anticostituzionale e antidemocratica, rivelando una tempra politica da molti prima non conosciuta. Oscar Luigi Scalfaro, infatti, prima di salire al Quirinale nel 1992 nel mezzo di una stagione drammatica della vita repubblicana per gli attentati della mafia a Falcone e Borsellino e per l’emersione non meno traumatica degli effetti della crisi morale che investiva il sistema politico, pur avendo ricoperto diversi incarichi istituzionali e governativi di rilievo, non era considerato un “cavallo di razza”, a conferma che nei grandi partiti politici, oltre alle ledership più forti e popolari, era disponibile una riserva di dirigenti di altissimo profilo, dotati cioè di grande spessore culturale, spirituale e politico.
Nella Dc, anche nel suo tempo, Scalfaro era rispettato come un “uomo di un altro tempo”, per la sua integrità morale che a volte mostrava il volto della rigidità, per l’ostentazione dell’ ispirazione cristiana e per l’oratoria calda, rotonda e raffinata.
In effetti questo suo apparire ed essere un “uomo di un altro tempo” è stata la sua virtù, la forza che gli ha consentito di resistere e sfidare i venti a volte anche impetuosi di cambiamenti tanto effimeri quanto inutilmente fragorosi. Mentre ad altri è capitato di abbassare la testa di fronte ai nuovi stili di una sedicente modernità politica, Scalfaro ha fortemente ancorato il Quirinale sulla roccia della Carta Costituzionale, scelta non facile dopo il discusso epilogo del settennato cossighiano. I suoi successori, Ciampi e Napolitano, non sono stati da meno nel confermare questa fedeltà alla Carta, ma è giusto riconoscere che il rischio maggiore dell’assalto alla medesima si è registrato proprio negli anni convulsi della nascente cosiddetta seconda repubblica. Perciò quei “no” e quei “non ci sto” di Scalfaro, sono apparsi subito come una nuova “gettata” di cemento costituzionale che ha reso più forti le fondamenta della nostra democrazia, mettendole in sicurezza anche rispetto ai previsti assalti successivi.
La gestione così originale della funzione di massimo garante della Carta gli costò sofferenze anche sotto il profilo umano, oltre a quello politico. Venne sacrificata l’amicizia di tanti uomini del suo stesso partito, la Democrazia Cristiana, che non compresero tanta severità nel giudicare comportamenti soggettivi e scelte politiche che a molti di loro non sembravano meritarla, nè compresero talune scelte presidenziali giudicate troppo aperte alle aspettative delle allora opposizioni, come lo scioglimento anticipato della XI legislatura.
In effetti furono proprio la rigorosa correttezza costituzionale  e l’assoluta assenza di calcoli politici di parte, che connotarono alcune delle sue più importanti decisioni, così come la rigorosa difesa del carattere parlamentare della nostra democrazia, a costituire i presupposti di quella forza morale e politica che illuminò e resse l’intero difficile settennato di Scalfaro.
Papa Benedetto XVI ha giustamente reso onore al grande uomo politico cristiano,  le cui battaglie, in difesa della Costituzione, della libertà, della laicità, della pace e della moralità della classe dirigente non furono peraltro sempre accompagnate da analoghi riconoscimenti, perché Scalfaro – sarebbe ingiusto non ricordarlo – era una persona scomoda e un cristiano scomodo.
Ma in questo momento non serve ricordare incomprensioni, polemiche e amarezze che la vita non gli ha risparmiato.
A me pare più interessante rilevare come, e ciò lo si coglie in modo netto nel magistero scalfariano degli ultimi ventanni, la fedeltà alla ispirazione cristiana di quella generazione che sotto la guida di De Gasperi rese protagonisti i cattolici nella costruzione della democrazia del paese, si sia manifestata e si continui a manifestare in una sorta di difesa “ideologica” della Costituzione. C’è infatti una fermezza e una intransigenza – come si fa a non ricordare la battaglia in difesa della Carta in quegli stessi anni del monaco Giuseppe Dossetti, padre costituente come Scalfaro?- in questi uomini dovuta proprio a una sorta di investimento religioso sui principi della Costituzione,  come se il valore della persona, della vita, della libertà, della pace, del bene comune, non possa essere scritto che nell’unico modo in cui è stato fatto, appunto, nella Carta. La quale, proprio per ciò, è stata ed è vissuta come il punto di convergenza fra l’umanesimo cristiano e l’umanesimo laico, e la sua sacralità consiste appunto in questa miracolosa convergenza, che doveva e deve essere difesa da ogni insidia. Non è un caso che “dall’altra parte”, quella laica,  lo stesso atteggiamento abbiano mostrato e mostrino i presidenti Ciampi e Napolitano. E non è pure un caso che Scalfaro non sia mai riuscito (forse non l’ha neanche cercato) a realizzare un feeling con l’onorevole Berlusconi, che considerava “estraneo” alla cultura e a gran parte della stessa architettura del nostro modello di democrazia costituzionale, non solo per ragioni anagrafiche ma proprio per ragioni profondamente etiche e culturali.
Si capisce, dunque, la goffaggine di alcune interpretazioni superficiali e stucchevoli della supposta discontinuità degli atteggiamenti politici di Scalfaro, prima scelbiano, poi forlaniano e infine progressista, o prima cattolico integralista e poi cattolico dialogante, letture che non colgono la verità del nucleo solido del suo modo di intendere e di vivere la coerenza morale e politica, come coerenza al Vangelo e ineludibilmente alla Costituzione.

scalfaro1di Pierluigi Castagnetti

da Europa del 31 gennaio 2012

Sarà ricordato come il Presidente che, collocato sul crinale tra la prima e la seconda repubblica, ha saputo evitare all’Italia una deriva anticostituzionale e antidemocratica, rivelando una tempra politica da molti prima non conosciuta. Oscar Luigi Scalfaro, infatti, prima di salire al Quirinale nel 1992 nel mezzo di una stagione drammatica della vita repubblicana per gli attentati della mafia a Falcone e Borsellino e per l’emersione non meno traumatica degli effetti della crisi morale che investiva il sistema politico, pur avendo ricoperto diversi incarichi istituzionali e governativi di rilievo, non era considerato un “cavallo di razza”, a conferma che nei grandi partiti politici, oltre alle ledership più forti e popolari, era disponibile una riserva di dirigenti di altissimo profilo, dotati cioè di grande spessore culturale, spirituale e politico. Nella Dc, anche nel suo tempo, Scalfaro era rispettato come un “uomo di un altro tempo”, per la sua integrità morale che a volte mostrava il volto della rigidità, per l’ostentazione dell’ ispirazione cristiana e per l’oratoria calda, rotonda e raffinata. In effetti questo suo apparire ed essere un “uomo di un altro tempo” è stata la sua virtù, la forza che gli ha consentito di resistere e sfidare i venti a volte anche impetuosi di cambiamenti tanto effimeri quanto inutilmente fragorosi.