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	<title>Pierluigi Castagnetti Blog &#187; Discorsi</title>
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	<description>Il blog personale di Pierluigi Castagnetti</description>
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		<title>Collegamento tra nord e sud</title>
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		<comments>http://www.pierluigicastagnetti.it/2012/01/collegamento-tra-nord-e-sud/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 17:12:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>

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		<description><![CDATA[Al Ministro  dello Sviluppo Economico, delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro per la coesione territoriale, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport
Per sapere, premesso che
le infrastrutture di trasporto &#8211; e ancor più &#8211; il «sistema» di trasporto è condizione necessaria allo sviluppo e alla crescita equilibrata dei territori meridionali, e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Al Ministro  dello Sviluppo Economico, delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro per la coesione territoriale, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Per sapere, premesso che</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">le infrastrutture di trasporto &#8211; e ancor più &#8211; il «sistema» di trasporto è condizione necessaria allo sviluppo e alla crescita equilibrata dei territori meridionali, e in particolare delle regioni, come la Calabria, che per condizioni geomorfologiche, ma soprattutto per disponibilità e accessibilità di infrastrutture di trasporto si trova in una condizione di elevata perifericità territoriale;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">la Calabria e, in particolare, città come Cutro, in provincia di Crotone, non ha collegamenti efficienti tra comuni, anche contermini, e soprattutto con il Nord del paese e con importanti nodi ferroviari come Bologna; i residenti di questa vitale e popolosa località dell&#8217;entroterra ionico calabrese, sono emigrati, nella seconda metà del novecento, in Germania e nell&#8217;Italia settentrionale, in particolare in Emilia-Romagna e in Lombardia, dove  attualmente risiedono circa 10 000 persone d&#8217;origine cutrese; la più folta comunità d&#8217;origine cutrese si trova a Reggio Emilia (le due città, tra l&#8217;altro, sono anche gemellate) dove è presente da più generazioni ed è integrata nel tessuto sociale, anche imprenditoriale;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">nonostante l&#8217;insufficiente dotazione ferroviaria, per la Calabria le prospettive di adeguamento delle reti nelle tecnologie e negli standard di servizio restano orientate nel lunghissimo termine e impostate su logiche incomprensibili anche nella programmazione degli orari e del servizio con soppressione senza preavviso delle corse, carenza di informazione e guasti tecnici che affliggono l&#8217;ormai obsoleto materiale rotabile delle linee ancora in servizio;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">le politiche “anticicliche”  adottate dal precedente Governo, “neutrali” sotto il profilo dell’equilibrio di bilancio, si sono rivelate molto onerose per il sistema Paese, soprattutto perché in aperta competizione con le politiche di sviluppo delle aree sottoutilizzate già concordate con l’Unione europea; in particolare, hanno ridotto in misura rilevante le risorse per i servizi di trasporto e per le infrastrutture connesse,  con il taglio dei trasferimenti operata con  le varie manovre finanziarie e, in particolare, con il decreto legge 78/2010, che ha ridotto del 15% le risorse destinate al trasporto pubblico locale, penalizzando in particolare il trasporto ferroviario regionale;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">a partire dal decreto-legge 112/2008 e con i successivi provvedimenti anticrisi il Governo ha avviato un’incisiva riprogrammazione, riallocazione e rimodulazione delle risorse del Fondo Aree sottoutilizzate del Quadro Strategico Nazionale (QSN) 2007-2013 , anche per la quota di competenza regionale; le risorse assegnate per tale periodo di programmazione erano riservate, per una quota non inferiore al 30 per cento, al finanziamento di infrastrutture e servizi di trasporto di rilievo strategico nelle regioni meridionali; non si è realizzata, di contro, nemmeno l’annunciata concentrazione delle suddette risorse FAS su interventi di rilevanza strategica nazionale, quali i corridoi transeuropei intermodali di trasporto;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">nel trasporto ferroviario, in particolare,  si registra un grave taglio dell’offerta dei servizi a fronte di un rincaro delle tariffe e della riduzione degli addetti; il trasporto pubblico locale si trova in una situazione di vera emergenza; il decreto 78/2010, ha sostanzialmente “azzerato” i trasferimenti alle Regioni per il  trasporto pubblico locale, per complessivi 1635 milioni, di cui  1181 milioni destinati al servizio ferroviario svolto da Trenitalia;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">il taglio complessivo dei trasferimenti destinati al Trasporto pubblico locale è di 1665 milioni di euro, al netto dei 400 milioni di dotazione del nuovo fondo per il finanziamento del trasporto pubblico locale, anche ferroviario; gran parte dei tagli ricadono sui contratti relativi al servizio ferroviario, con una decurtazione pari a 1200 milioni; le Regioni denunciano di non poter sostenere tale riduzione, anche contenendo le risorse destinate agli altri servizi di trasporto locale (ferrovie regionali e autolinee);</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">le conseguenze di tali tagli sono insostenibili e minacciano il diritto universale alla mobilità: si prospetta un forte ridimensionamento del servizio; l’azzeramento degli investimenti in materiale rotabile; l’aumento delle tariffe, oltre a quelli già intervenuti nel corso del 2011 e in misura socialmente insostenibile; l’esubero di migliaia di dipendenti del comparto, con gravi ricadute sul sistema sociale ed economico del territorio, sugli utenti, sulla congestione e sull’inquinamento; si prevedono effetti significativi anche sull&#8217;indotto, e in particolare sulle imprese di fornitura del materiale rotabile e su quelle di manutenzione del servizio; si prospettano ulteriori costi anche in termini di contenzioso con le aziende ferroviarie e di trasporto pubblico locale,  per il mancato rispetto dei  contratti sottoscritti;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">il diritto universale alla mobilità appare minacciato anche dalla totale assenza di risorse per la sicurezza e la manutenzione delle infrastrutture ferroviarie;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">considerato che</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">risulta che dall’11 dicembre 2011 Trenitalia abbia disposto la riorganizzazione dei servizi a contratto e, in particolare, di sopprimere il servizio cuccette e vagoni letto nei treni notturni che garantiscono il collegamento tra il Nord e il Sud del Paese, nonostante il servizio sia tuttora attivo e ampiamente fruito da oltre un milione e mezzo di viaggiatori all’anno, con un incremento della domanda del 12% nel 2010; la decisione di Trenitalia implica la perdita del posto di lavoro per oltre 800 lavoratori, tra addetti al servizio e lavoratori dell’indotto;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Trenitalia, oltre alla soppressione dei treni a lunga percorrenza, ha disposto la soppressione di numerose fermate per i treni ES e Intercity, mentre vi è totale incertezza sulla futura programmazione delle linee e degli orari dei treni IC;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">nel territorio nazionale i servizi a lunga percorrenza, IC ed ES City, si integrano e fanno sistema con i servizi di trasporto regionale; pertanto la riclassificazione e la soppressione di molti Intercity (IC) ed Eurostar (ES City) penalizzano i collegamenti regionali e determinano inevitabili pressioni per servizi ferroviari e su gomma sostitutivi, sulle regioni, già in grave difficoltà per i tagli al trasporto pubblico locale, in particolare ferroviario;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">le conseguenze della soppressione dei treni notturni e di treni a lunga percorrenza IC ed ES City hanno gravi ricadute sui collegamenti nord-sud, sul trasporto merci –prevalentemente notturno &#8211; sui flussi legati al lavoro e al turismo;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">nel mese di ottobre alcuni lavoratori Servirail del Gruppo Newrest-Wagon Lits  che gestisce per Trenitalia il servizio notturno sulle vetture con cuccette e letti, hanno ricevuto preavviso di licenziamento; a partire dal mese di dicembre 2011 sono stati disposti licenziamenti per 480 persone; il taglio dell’occupazione nel servizio ferroviario notturno ricade anche sull’indotto &#8211; imprese di pulizie e servizi connessi – che impiega circa 350-400 lavoratori in Italia; tagliati inevitabilmente anche i posti di lavoro di macchinisti, manovratori, capotreni, e dipendenti delle stazioni;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">il servizio ferroviario di trasporto notturno ha un ruolo essenziale nel collegamento tra il Nord e il Sud del Paese, anche per i ricongiungimenti familiari, e interessa in particolare relazioni di pendolarismo non giornaliero; peraltro, il trasporto notturno implica costi elevati, sia in termini di personale che di materiale, che, per la valenza sociale del servizio, non possono essere compensati da tariffe elevate;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">la soppressione del servizio ferroviario notturno di lunga percorrenza non sembra poter essere sostituito dal trasporto aereo “low-cost” sulle medesime tratte; le rilevanti innovazioni normative nel sistema di regolazione economica e sui diritti aeroportuali rischiano peraltro di determinare concrete difficoltà di esercizio del servizio di voli low cost nel nostro paese;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">molti dei principali collegamenti tra il Nord e il Sud del Paese, sono stati concentrati nella fascia notturna a causa della lunghezza del tempo di percorrenza, e per le caratteristiche del servizio sono stati i primi ad essere inseriti nell’ambito dei servizi di interesse collettivo dopo la liberalizzazione del mercato avviata nel 2001;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">tali servizi sono tuttora inclusi nel perimetro dei servizi di utilità sociale e, come tali, rientrano nell’ambito dei servizi “contribuiti”: sono questi i servizi con un livello di capillarità elevato, volti a soddisfare la domanda di mobilità più “debole”, dislocata e frammentata sul territorio, con una limitata capacità a pagare;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">nonostante le risorse scarse – e lo squilibrio tra costi e ricavi (inclusi tra questi, i contributi pubblici)- restano servizi essenziali, anche in ragione delle alternative modali esistenti; l’insufficiente livello della domanda e la velocità commerciale più limitata (anche a motivo della caratteristiche dell&#8217;infrastruttura), il gap strutturale tra costi e ricavi non giustificano ulteriori riduzioni o tagli al servizio;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">sottolineato che,</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">l’intero mezzogiorno d’Italia e la Regione Calabria in particolare, riscontrano un elevato deficit di infrastrutture di trasporto che rendono assai gravose le condizioni di perifericità geografica, logistica ed economica di tali territori; in Calabria le infrastrutture di trasporto – soprattutto del comparto ferroviario &#8211; non sono in grado di fornire un servizio adeguato alla vita civile e produttiva, in termini di accessibilità, di potenzialità di collegamenti regionali e interregionali tra province e a sostegno della logistica dei Sistemi produttivi locali;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">la Calabria  si presenta come caso esemplare, nel mezzogiorno,  di  «non sistema» nei trasporti: la considerazione del solo indice sintetico relativo alle “reti” (strade, ferrovie) non integrato con quello relativo ai “nodi di scambio” (porti, aeroporti, centri intermodali) presenta la Calabria in una situazione apparentemente migliore rispetto ad altre regioni italiane e meridionali; ma se all’analisi della dotazione “fisica” (espressa, ad esempio, dalla lunghezza delle strade di interesse nazionale o delle reti ferroviarie in rapporto alla popolazione) si affianca la valutazione di “maglie” essenziali del reticolo del trasporti come i nodi di interscambio merci o le reti di trasporto su rotaia in aree urbane, nonché la considerazione dei “vuoti” nella filiera delle infrastrutture fisiche e della bassa produttività dei servizi appare evidente che la Calabria non riesce ad attivare scambi ed interazioni efficienti con le Regioni del Centro-Nord e tra le diverse aree dello stesso territorio regionale per l’insufficienza  di vincoli strategici tra gli assi portanti di collegamento e per l’assenza di nodi di scambio tra le principali modalità di trasporto;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">viene così preclusa all’economia calabrese ogni ragionevole prospettiva di sviluppo, soprattutto se si pensa al Mezzogiorno, e alla Calabria in particolare, come «porta di accesso» ai mercati europei dei traffici commerciali dell’Est asiatico, attraverso la rotta del Canale di Suez ed il Mediterraneo; la Calabria è infatti in una posizione centrale che si configura come nodo di transito privilegiato fra tre continenti;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">con la soppressione del servizio ferroviario notturno viene di fatto, interrotta o ridotta in modo drastico ogni possibilità di collegamento tra nord e sud, aggravata   anche dall’insufficienza di efficaci sistemi di trasporto tra i capoluoghi di regione, in Calabria e in tutte le regioni del sud;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">nel Sud non esistono distretti   (industriali, tecnologici, di servizio)  con adeguati sistemi di trasporto e di collegamento  in grado di configurarsi come  un assetto geografico-economico efficiente; un sistema di trasporto inefficiente conferma e ricrea il  circolo vizioso del sottosviluppo: sistemi di comunicazione inadeguati scoraggiano l’utenza (soprattutto l’iniziativa economica che ha bisogno di contare su un servizio regolare ed affidabile) sicché – considerato il basso livello di domanda, scoraggiata dall’inefficienza, dalla precarietà e dall’insicurezza del servizio  - tendono ad essere sempre più sacrificati dai soggetti – quali ANAS, Ferrovie – che danno impulso alla realizzazione di infrastrutture solo se stimolati da una forte domanda dei potenziali utilizzatori di quell’opera;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">domanda e offerta di infrastrutture sono infatti legate da una forte interdipendenza: da un lato, l’assenza, la scarsità o l’inaccessibilità delle infrastrutture di trasporto e per la logistica (si pensi agli interporti o ai terminali intermodali) sono un vincolo rilevante allo sviluppo economico e alla domanda di infrastrutturazione; dall’altro, sono le stesse dinamiche di sviluppo che agiscono da stimolo ad ulteriore crescita che genera domanda di infrastrutturazione; mancano interventi e politiche pubbliche industriali e di trasporto che diano impulso alla crescita dei territori sottoutilizzati e creino le condizioni essenziali al benessere economico, sociale e civile delle popolazioni;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">valutato che</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">sia per i territori meridionali che per le aree sviluppate occorre programmare gli interventi infrastrutturali necessari a colmare il deficit esistente e a  superare, per rafforzare la competitività della produzione nazionale, gli svantaggi di contesto, primo fra tutti l’inefficienza delle comunicazioni;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">la soppressione dei treni notturni a lunga percorrenza contrasta con l’esigenza di creare un effettivo “sistema” di trasporti che supporti le logiche di rete e di integrazione e interconnessione tra le reti alle diverse scale territoriali: europea, nazionale, regionale e locale;  la capacità di “fare sistema” tra i diversi ambiti territoriali è infatti non solo un vantaggio competitivo, ma può essere considerato un fattore di produzione al pari di altri, soprattutto tra territori che presentino caratteristiche complementari per risorse naturali, capitale umano, capacità di interscambio;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">le conseguenze economiche, sociali e civili del non-sistema dei trasporti per la popolazione del mezzogiorno, in particolare della Calabria fa emergere l’esigenza di “mettere in rete” prioritariamente i territori meridionali, creando un tessuto locale di interconnessioni che consenta di far circolare in tempi compatibili uomini e merci, una condizione che consenta di migliorare subito la dipendenza economica delle regioni del sud e di attrarre nuove iniziative produttive anche per lo stimolo offerto dalla domanda interna; la stessa geografia del mezzogiorno- soprattutto se considerata all’interno del più ampio “sistema mediterraneo”- sollecita la creazione di un sistema fortemente integrato con le grandi reti di trasporto nazionali, che consenta di superare le profonde discontinuità territoriali, la dispersione delle risorse, la fragilità dei sistemi locali;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">si chiede di sapere:</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">quali le ragioni del drastico ridimensionamento di un servizio essenziale, quale quello dei treni notturni a lunga percorrenza;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere:</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">per continuare a mantenere i servizi di collegamento notturno tra Nord e Sud del Paese di «utilità sociale» e per garantire una sufficiente copertura del territorio, in particolare per le località come Cutro, che soffrono per una elevata perifericità, a ragione della configurazione geografica e degli insufficienti servizi di trasporto;</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">per assicurare un congruo sostegno pubblico al trasporto ferroviario notturno di lunga percorrenza, in misura sufficiente anche al finanziamento dei contratti dei lavoratori che operano nell’ambito del trasporto ferroviario notturno e nell’indotto e in modo da garantire pieno rispetto degli standard qualitativi “europei” in merito a puntualità, affidabilità, affollamento, pulizia, comfort, decoro e informazione.</div>
<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2479" title="70_2002" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2012/01/70_2002-150x150.jpg" alt="70_2002" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong> e <strong>Oliverio Nicodemo</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 19 gennaio 2012</em></p>
<p>Al Ministro  dello Sviluppo Economico, delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro per la coesione territoriale, al Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport</p>
<p>Per sapere, premesso che</p>
<p>le infrastrutture di trasporto &#8211; e ancor più &#8211; il «sistema» di trasporto è condizione necessaria allo sviluppo e alla crescita equilibrata dei territori meridionali, e in particolare delle regioni, come la Calabria, che per condizioni geomorfologiche, ma soprattutto per disponibilità e accessibilità di infrastrutture di trasporto si trova in una condizione di elevata perifericità territoriale;  la Calabria e, in particolare, città come Cutro, in provincia di Crotone, non ha collegamenti efficienti tra comuni, anche contermini, e soprattutto con il Nord del paese e con importanti nodi ferroviari come Bologna; i residenti di questa vitale e popolosa località dell&#8217;entroterra ionico calabrese, sono emigrati, nella seconda metà del novecento, in Germania e nell&#8217;Italia settentrionale, in particolare in Emilia-Romagna e in Lombardia, dove  attualmente risiedono circa 10 000 persone d&#8217;origine cutrese; <span id="more-2478"></span>la più folta comunità d&#8217;origine cutrese si trova a Reggio Emilia (le due città, tra l&#8217;altro, sono anche gemellate) dove è presente da più generazioni ed è integrata nel tessuto sociale, anche imprenditoriale;nonostante l&#8217;insufficiente dotazione ferroviaria, per la Calabria le prospettive di adeguamento delle reti nelle tecnologie e negli standard di servizio restano orientate nel lunghissimo termine e impostate su logiche incomprensibili anche nella programmazione degli orari e del servizio con soppressione senza preavviso delle corse, carenza di informazione e guasti tecnici che affliggono l&#8217;ormai obsoleto materiale rotabile delle linee ancora in servizio; le politiche “anticicliche”  adottate dal precedente Governo, “neutrali” sotto il profilo dell’equilibrio di bilancio, si sono rivelate molto onerose per il sistema Paese, soprattutto perché in aperta competizione con le politiche di sviluppo delle aree sottoutilizzate già concordate con l’Unione europea; in particolare, hanno ridotto in misura rilevante le risorse per i servizi di trasporto e per le infrastrutture connesse,  con il taglio dei trasferimenti operata con  le varie manovre finanziarie e, in particolare, con il decreto legge 78/2010, che ha ridotto del 15% le risorse destinate al trasporto pubblico locale, penalizzando in particolare il trasporto ferroviario regionale; a partire dal decreto-legge 112/2008 e con i successivi provvedimenti anticrisi il Governo ha avviato un’incisiva riprogrammazione, riallocazione e rimodulazione delle risorse del Fondo Aree sottoutilizzate del Quadro Strategico Nazionale (QSN) 2007-2013 , anche per la quota di competenza regionale; le risorse assegnate per tale periodo di programmazione erano riservate, per una quota non inferiore al 30 per cento, al finanziamento di infrastrutture e servizi di trasporto di rilievo strategico nelle regioni meridionali; non si è realizzata, di contro, nemmeno l’annunciata concentrazione delle suddette risorse FAS su interventi di rilevanza strategica nazionale, quali i corridoi transeuropei intermodali di trasporto; nel trasporto ferroviario, in particolare,  si registra un grave taglio dell’offerta dei servizi a fronte di un rincaro delle tariffe e della riduzione degli addetti; il trasporto pubblico locale si trova in una situazione di vera emergenza; il decreto 78/2010, ha sostanzialmente “azzerato” i trasferimenti alle Regioni per il  trasporto pubblico locale, per complessivi 1635 milioni, di cui  1181 milioni destinati al servizio ferroviario svolto da Trenitalia; il taglio complessivo dei trasferimenti destinati al Trasporto pubblico locale è di 1665 milioni di euro, al netto dei 400 milioni di dotazione del nuovo fondo per il finanziamento del trasporto pubblico locale, anche ferroviario; gran parte dei tagli ricadono sui contratti relativi al servizio ferroviario, con una decurtazione pari a 1200 milioni; le Regioni denunciano di non poter sostenere tale riduzione, anche contenendo le risorse destinate agli altri servizi di trasporto locale (ferrovie regionali e autolinee);</p>
<p>le conseguenze di tali tagli sono insostenibili e minacciano il diritto universale alla mobilità: si prospetta un forte ridimensionamento del servizio; l’azzeramento degli investimenti in materiale rotabile; l’aumento delle tariffe, oltre a quelli già intervenuti nel corso del 2011 e in misura socialmente insostenibile; l’esubero di migliaia di dipendenti del comparto, con gravi ricadute sul sistema sociale ed economico del territorio, sugli utenti, sulla congestione e sull’inquinamento; si prevedono effetti significativi anche sull&#8217;indotto, e in particolare sulle imprese di fornitura del materiale rotabile e su quelle di manutenzione del servizio; si prospettano ulteriori costi anche in termini di contenzioso con le aziende ferroviarie e di trasporto pubblico locale,  per il mancato rispetto dei  contratti sottoscritti;</p>
<p>il diritto universale alla mobilità appare minacciato anche dalla totale assenza di risorse per la sicurezza e la manutenzione delle infrastrutture ferroviarie;</p>
<p>considerato che</p>
<p>risulta che dall’11 dicembre 2011 Trenitalia abbia disposto la riorganizzazione dei servizi a contratto e, in particolare, di sopprimere il servizio cuccette e vagoni letto nei treni notturni che garantiscono il collegamento tra il Nord e il Sud del Paese, nonostante il servizio sia tuttora attivo e ampiamente fruito da oltre un milione e mezzo di viaggiatori all’anno, con un incremento della domanda del 12% nel 2010; la decisione di Trenitalia implica la perdita del posto di lavoro per oltre 800 lavoratori, tra addetti al servizio e lavoratori dell’indotto;Trenitalia, oltre alla soppressione dei treni a lunga percorrenza, ha disposto la soppressione di numerose fermate per i treni ES e Intercity, mentre vi è totale incertezza sulla futura programmazione delle linee e degli orari dei treni IC; nel territorio nazionale i servizi a lunga percorrenza, IC ed ES City, si integrano e fanno sistema con i servizi di trasporto regionale; pertanto la riclassificazione e la soppressione di molti Intercity (IC) ed Eurostar (ES City) penalizzano i collegamenti regionali e determinano inevitabili pressioni per servizi ferroviari e su gomma sostitutivi, sulle regioni, già in grave difficoltà per i tagli al trasporto pubblico locale, in particolare ferroviario; le conseguenze della soppressione dei treni notturni e di treni a lunga percorrenza IC ed ES City hanno gravi ricadute sui collegamenti nord-sud, sul trasporto merci –prevalentemente notturno &#8211; sui flussi legati al lavoro e al turismo; nel mese di ottobre alcuni lavoratori Servirail del Gruppo Newrest-Wagon Lits  che gestisce per Trenitalia il servizio notturno sulle vetture con cuccette e letti, hanno ricevuto preavviso di licenziamento; a partire dal mese di dicembre 2011 sono stati disposti licenziamenti per 480 persone; il taglio dell’occupazione nel servizio ferroviario notturno ricade anche sull’indotto &#8211; imprese di pulizie e servizi connessi – che impiega circa 350-400 lavoratori in Italia; tagliati inevitabilmente anche i posti di lavoro di macchinisti, manovratori, capotreni, e dipendenti delle stazioni;  il servizio ferroviario di trasporto notturno ha un ruolo essenziale nel collegamento tra il Nord e il Sud del Paese, anche per i ricongiungimenti familiari, e interessa in particolare relazioni di pendolarismo non giornaliero; peraltro, il trasporto notturno implica costi elevati, sia in termini di personale che di materiale, che, per la valenza sociale del servizio, non possono essere compensati da tariffe elevate; la soppressione del servizio ferroviario notturno di lunga percorrenza non sembra poter essere sostituito dal trasporto aereo “low-cost” sulle medesime tratte; le rilevanti innovazioni normative nel sistema di regolazione economica e sui diritti aeroportuali rischiano peraltro di determinare concrete difficoltà di esercizio del servizio di voli low cost nel nostro paese; molti dei principali collegamenti tra il Nord e il Sud del Paese, sono stati concentrati nella fascia notturna a causa della lunghezza del tempo di percorrenza, e per le caratteristiche del servizio sono stati i primi ad essere inseriti nell’ambito dei servizi di interesse collettivo dopo la liberalizzazione del mercato avviata nel 2001;    tali servizi sono tuttora inclusi nel perimetro dei servizi di utilità sociale e, come tali, rientrano nell’ambito dei servizi “contribuiti”: sono questi i servizi con un livello di capillarità elevato, volti a soddisfare la domanda di mobilità più “debole”, dislocata e frammentata sul territorio, con una limitata capacità a pagare; nonostante le risorse scarse – e lo squilibrio tra costi e ricavi (inclusi tra questi, i contributi pubblici)- restano servizi essenziali, anche in ragione delle alternative modali esistenti; l’insufficiente livello della domanda e la velocità commerciale più limitata (anche a motivo della caratteristiche dell&#8217;infrastruttura), il gap strutturale tra costi e ricavi non giustificano ulteriori riduzioni o tagli al servizio;</p>
<p>sottolineato che,</p>
<p>l’intero mezzogiorno d’Italia e la Regione Calabria in particolare, riscontrano un elevato deficit di infrastrutture di trasporto che rendono assai gravose le condizioni di perifericità geografica, logistica ed economica di tali territori; in Calabria le infrastrutture di trasporto – soprattutto del comparto ferroviario &#8211; non sono in grado di fornire un servizio adeguato alla vita civile e produttiva, in termini di accessibilità, di potenzialità di collegamenti regionali e interregionali tra province e a sostegno della logistica dei Sistemi produttivi locali; la Calabria  si presenta come caso esemplare, nel mezzogiorno,  di  «non sistema» nei trasporti: la considerazione del solo indice sintetico relativo alle “reti” (strade, ferrovie) non integrato con quello relativo ai “nodi di scambio” (porti, aeroporti, centri intermodali) presenta la Calabria in una situazione apparentemente migliore rispetto ad altre regioni italiane e meridionali; ma se all’analisi della dotazione “fisica” (espressa, ad esempio, dalla lunghezza delle strade di interesse nazionale o delle reti ferroviarie in rapporto alla popolazione) si affianca la valutazione di “maglie” essenziali del reticolo del trasporti come i nodi di interscambio merci o le reti di trasporto su rotaia in aree urbane, nonché la considerazione dei “vuoti” nella filiera delle infrastrutture fisiche e della bassa produttività dei servizi appare evidente che la Calabria non riesce ad attivare scambi ed interazioni efficienti con le Regioni del Centro-Nord e tra le diverse aree dello stesso territorio regionale per l’insufficienza  di vincoli strategici tra gli assi portanti di collegamento e per l’assenza di nodi di scambio tra le principali modalità di trasporto; viene così preclusa all’economia calabrese ogni ragionevole prospettiva di sviluppo, soprattutto se si pensa al Mezzogiorno, e alla Calabria in particolare, come «porta di accesso» ai mercati europei dei traffici commerciali dell’Est asiatico, attraverso la rotta del Canale di Suez ed il Mediterraneo; la Calabria è infatti in una posizione centrale che si configura come nodo di transito privilegiato fra tre continenti; con la soppressione del servizio ferroviario notturno viene di fatto, interrotta o ridotta in modo drastico ogni possibilità di collegamento tra nord e sud, aggravata   anche dall’insufficienza di efficaci sistemi di trasporto tra i capoluoghi di regione, in Calabria e in tutte le regioni del sud;  nel Sud non esistono distretti   (industriali, tecnologici, di servizio)  con adeguati sistemi di trasporto e di collegamento  in grado di configurarsi come  un assetto geografico-economico efficiente; un sistema di trasporto inefficiente conferma e ricrea il  circolo vizioso del sottosviluppo: sistemi di comunicazione inadeguati scoraggiano l’utenza (soprattutto l’iniziativa economica che ha bisogno di contare su un servizio regolare ed affidabile) sicché – considerato il basso livello di domanda, scoraggiata dall’inefficienza, dalla precarietà e dall’insicurezza del servizio  - tendono ad essere sempre più sacrificati dai soggetti – quali ANAS, Ferrovie – che danno impulso alla realizzazione di infrastrutture solo se stimolati da una forte domanda dei potenziali utilizzatori di quell’opera; domanda e offerta di infrastrutture sono infatti legate da una forte interdipendenza: da un lato, l’assenza, la scarsità o l’inaccessibilità delle infrastrutture di trasporto e per la logistica (si pensi agli interporti o ai terminali intermodali) sono un vincolo rilevante allo sviluppo economico e alla domanda di infrastrutturazione; dall’altro, sono le stesse dinamiche di sviluppo che agiscono da stimolo ad ulteriore crescita che genera domanda di infrastrutturazione; mancano interventi e politiche pubbliche industriali e di trasporto che diano impulso alla crescita dei territori sottoutilizzati e creino le condizioni essenziali al benessere economico, sociale e civile delle popolazioni;</p>
<p>valutato che</p>
<p>sia per i territori meridionali che per le aree sviluppate occorre programmare gli interventi infrastrutturali necessari a colmare il deficit esistente e a  superare, per rafforzare la competitività della produzione nazionale, gli svantaggi di contesto, primo fra tutti l’inefficienza delle comunicazioni; la soppressione dei treni notturni a lunga percorrenza contrasta con l’esigenza di creare un effettivo “sistema” di trasporti che supporti le logiche di rete e di integrazione e interconnessione tra le reti alle diverse scale territoriali: europea, nazionale, regionale e locale;  la capacità di “fare sistema” tra i diversi ambiti territoriali è infatti non solo un vantaggio competitivo, ma può essere considerato un fattore di produzione al pari di altri, soprattutto tra territori che presentino caratteristiche complementari per risorse naturali, capitale umano, capacità di interscambio; le conseguenze economiche, sociali e civili del non-sistema dei trasporti per la popolazione del mezzogiorno, in particolare della Calabria fa emergere l’esigenza di “mettere in rete” prioritariamente i territori meridionali, creando un tessuto locale di interconnessioni che consenta di far circolare in tempi compatibili uomini e merci, una condizione che consenta di migliorare subito la dipendenza economica delle regioni del sud e di attrarre nuove iniziative produttive anche per lo stimolo offerto dalla domanda interna; la stessa geografia del mezzogiorno- soprattutto se considerata all’interno del più ampio “sistema mediterraneo”- sollecita la creazione di un sistema fortemente integrato con le grandi reti di trasporto nazionali, che consenta di superare le profonde discontinuità territoriali, la dispersione delle risorse, la fragilità dei sistemi locali;</p>
<p>si chiede di sapere:</p>
<p>quali le ragioni del drastico ridimensionamento di un servizio essenziale, quale quello dei treni notturni a lunga percorrenza;</p>
<p>quali iniziative urgenti il Governo intenda assumere: per continuare a mantenere i servizi di collegamento notturno tra Nord e Sud del Paese di «utilità sociale» e per garantire una sufficiente copertura del territorio, in particolare per le località come Cutro, che soffrono per una elevata perifericità, a ragione della configurazione geografica e degli insufficienti servizi di trasporto; per assicurare un congruo sostegno pubblico al trasporto ferroviario notturno di lunga percorrenza, in misura sufficiente anche al finanziamento dei contratti dei lavoratori che operano nell’ambito del trasporto ferroviario notturno e nell’indotto e in modo da garantire pieno rispetto degli standard qualitativi “europei” in merito a puntualità, affidabilità, affollamento, pulizia, comfort, decoro e informazione.</p>
<div></div>
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		<title>Modifiche all’art. 41 della Costituzione</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 15:49:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Roma, Camera dei Deputati, 19 ottobre 2011
Signor Presidente, vorrei interloquire con il presidente Bruno e con l&#8217;onorevole Calderisi. Non sfugge a nessuno, presidente Bruno, che l&#8217;operazione che state facendo non è un&#8217;operazione equivalente. Tutti gli articoli della Costituzione sono vincolati al rispetto dei principi fondamentali, tutti gli articoli, non è necessario prevederlo espressamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2374" title="Costituzione" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/10/Costituzione-150x150.jpg" alt="Costituzione" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 19 ottobre 2011</em></p>
<p>Signor Presidente, vorrei interloquire con il presidente Bruno e con l&#8217;onorevole Calderisi. Non sfugge a nessuno, presidente Bruno, che l&#8217;operazione che state facendo non è un&#8217;operazione equivalente. Tutti gli articoli della Costituzione sono vincolati al rispetto dei principi fondamentali, tutti gli articoli, non è necessario prevederlo espressamente in questo caso, è pleonastico quello che avete scritto. Non è senza motivo se avete deciso di sopprimere all&#8217;articolo 41 il riferimento all&#8217;utilità sociale: c&#8217;è una ragione specifica che non osate dichiarare <em>(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro per il Terzo Polo)</em>. È quell&#8217;utilità sociale che dà fastidio. Pertanto, consentitemi di rivolgermi al segretario, onorevole Alfano, e a tutti quelli a cui stanno a cuore i principi della dottrina sociale della chiesa, di cui tutti sono soliti parlare e a cui tutti fanno riferimento.<span id="more-2368"></span><br />
La locuzione «utilità sociale» è frutto della cultura che ha prodotto l&#8217;ideologia dell&#8217;economia sociale di mercato. Non a caso questa locuzione è prevista nella Costituzione italiana e in quella della Repubblica tedesca. Se voi oggi sopprimete questa locuzione fate una scelta ben precisa, una scelta politica ed ideologica, prendete le distanze dall&#8217;economia sociale di mercato.<br />
Pertanto, mi rivolgo ai tanti colleghi cattolici che stanno nel Popolo della Libertà e che non condividono l&#8217;operazione che state facendo: alzate la voce, non rassegnatevi <em>(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro per il Terzo Polo)</em>, non possono cambiare le cose se continuate ad essere ubbidienti anche di fronte ad assurdità, come quella che si sta consumando in questo momento <em>(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Italia dei Valori, Unione di Centro per il Terzo Polo</em> e <em>Misto-Alleanza per l&#8217;Italia)</em>!</p>
<p><!--more--></p>
<p><strong>Ripresa discussione</strong></p>
<p>PIERLUIGI CASTAGNETTI. Signor Presidente, intervengo per motivare il voto contrario del gruppo del Partito Democratico. Colleghi, sono cambiate anche le ragioni del nostro voto contrario, perché è cambiato il testo. Siccome si dice che il diavolo aiuta a fare le pentole, ma non i coperchi, voi avete avviato questo processo di riforma dell&#8217;articolo 41 della Costituzione con una intenzione e vi trovate con un testo che contraddice totalmente l&#8217;intenzione da cui siete partiti.<br />
Ma tutto questo avviene perché quello che ha fatto emergere il dibattito di oggi è proprio una differenza di natura filosofica, se vogliamo, sul concetto di libertà. Non voglio disquisire a lungo su questo concetto. Il collega Bressa ha appena citato quel dialogo fra Ruini ed Einaudi e la risposta risentita a un certo momento &#8211; lui non ha letto questa parte &#8211; di Einaudi a Ruini che gli spiega cos&#8217;è la libertà. Non voglio certo competere con l&#8217;amico e onorevole Martino, che ha fatto un intervento su questo tema all&#8217;inizio di oggi pomeriggio, ma vorrei citare un maestro del liberalismo. Penso a Stuart Mill, che diceva appunto che non è possibile che la legge consenta che chi è più forte possa esercitare un potere che offende la libertà degli altri.<br />
Avete questa ossessione di una concezione liberista che è fuori da ogni logica. Ma vi vorrei chiedere questo, colleghi della maggioranza: siamo nel mezzo di una delle più tremende, terribili crisi finanziarie del secolo; siamo nel mezzo di una crisi finanziaria che è il frutto di una concezione della libertà senza regole; ma voi pensate che si possa, proprio adesso che stiamo vivendo le conseguenze di una libertà del mercato che ha rifiutato ogni regola, e si debba intervenire per modificare l&#8217;articolo 41 della Costituzione, per alleggerire ulteriormente da vincoli che non ci sono?<br />
L&#8217;idea che la libertà sia consapevole della sua funzione sociale non è un&#8217;idea limitativa, ma è l&#8217;essenza, è il cuore di una concezione ancora oggi modernissima della libertà. Colleghi della maggioranza, la ragione di fondo per noi cui votiamo contro &#8211; e alla fine voteremo contro questo disegno di legge costituzionale &#8211; riguarda il fatto che la Costituzione, a nostro avviso, va maneggiata con cura, con cautela, con intelligenza, con sapienza, con uno spirito che non è quello che abbiamo visto aleggiare oggi. La Costituzione non accetta le improvvisazioni, la superficialità, la strumentalità, la frettolosità, la sciatteria con cui la stiamo maneggiando in questo momento. Allora, vi pongo questa domanda, anche se non so a chi porla, per la verità.<br />
Ma non sarebbe questo il tempo per cercare delle convergenze? Siamo nel mezzo di uno <em>tsunami</em> che può investirci con effetti che non riusciamo a prevedere. Abbiamo letto, domenica scorsa, un drammatico articolo di un economista che proprio non è tra i più disinformati, parlo del professor Monti, che ci descrive scenari terribili, scenari che fanno tremare le vene ed i polsi a noi che siamo parlamentari di minoranza. Ma voi, che avete la responsabilità del Governo, vi muovete con questa disinvoltura, con questa irresponsabilità <em>(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Misto-Alleanza per l&#8217;Italia)</em>.<br />
Ma dove siete? Ma perché andate a cercare una rottura? Sarà difficile trovare altri momenti di convergenza, ma almeno sul testo della Costituzione, perché andate a cercare la rottura, a volere la rottura, solo per soddisfare un capriccio &#8211; lo dico con rispetto, ma anche con preoccupazione &#8211; del Ministro dell&#8217;economia e delle finanze? Questa è la ragione per cui volete modificare l&#8217;articolo 41 <em>(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Misto-Alleanza per l&#8217;Italia)</em>.<br />
Ma vi sembra che viviamo tempi in cui dobbiamo corrispondere ai capricci di alcuni parlamentari o alcuni Ministri, alle impuntature, perché il Ministro dell&#8217;economia vuol dimostrare che ha dietro di sé tutto il Popolo della Libertà? E voi, che avete le vostre riserve, dimostrerete che lo seguite anche in queste impuntature, anche in questi capricci. Questa è la ragione per cui noi non scendiamo a questo livello di irresponsabilità, di disinvoltura con cui la maggioranza oggi si accinge a modificare la Costituzione <em>(Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Misto-Alleanza per l&#8217;Italia &#8211; Congratulazioni)</em>.</p>
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		<title>La passione della politica, la libertà della cultura</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 12:19:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Roma, Sala delle Colonne (Palazzo Marini), 27 settembre 2011
Alla fine del suo mandato di presidente della Commissione Europea Jacques Delors, nella primavera del 1999, volle salutare distintamente i due gruppi parlamentari del PSE e del PPE perché, diceva “in entrambi c’è un pezzo delle mie radici”. Accompagnandolo all’uscita mi confidò: “mi hanno molto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2337" title="franco_boiardi-150x150" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/09/franco_boiardi-150x1501.jpg" alt="franco_boiardi-150x150" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Roma, Sala delle Colonne (Palazzo Marini), 27 settembre 2011</em></p>
<p>Alla fine del suo mandato di presidente della Commissione Europea Jacques Delors, nella primavera del 1999, volle salutare distintamente i due gruppi parlamentari del PSE e del PPE perché, diceva “<em>in entrambi c’è un pezzo delle mie radici</em>”. Accompagnandolo all’uscita mi confidò: “<em>mi hanno molto gratificato gli applausi ricevuti sia dagli uni che dagli altri, anche se per tutta la vita sono stato accompagnato da una sensazione di permanente sottile diffidenza degli uni e degli altri che avrebbero preteso una appartenenza esclusiva. In effetti io sono stato sinceramente cristiano democratico al tempo dell’MRP e sinceramente socialista al tempo del PS ma, evidentemente, queste due appartenenze un po’ continuavano a convivere e all’esterno lo si avvertiva</em>”. Franco Boiardi ha sempre evocato in me una immagine analoga, e forse anche lui avvertiva di non essere riuscito o di non aver voluto risolvere in sé questa ambivalenza. Certo è che la fine del suo rapporto con la Democrazia Cristiana gli aveva lasciato una ferita mai rimarginata se, ancora nel 1983, scriveva: “<em>si è trattato del distacco più doloroso della mia vita: un distacco del resto, che non ha più incontrato ricuciture, neppure oggi, dopo l‘uscita dal Pci e la conclusione di un itinerario forse ancora più amaro e complesso, percorso tra entusiasmi e delusioni</em>”. <span id="more-2323"></span>Per la verità una qualche forma di risarcimento, se non proprio di ricucitura, si è realizzato negli ultimi anni della sua vita quando, avendo abbandonato l’impegno politico diretto ed essendosi dedicato più a un lavoro di ricerca storica e politologica, ritrovò almeno una parte degli amici della prima ora con cui condividere questa nuova stagione. Franco Boiardi era nato all’impegno politico nell’immediato dopoguerra seguendo una sua vocazione e una propensione ben definite. Erano gli anni in cui in diverse parrocchie del centro storico di Reggio Emilia, quella di San Pietro, di San Giacomo, di Santo Stefano e del Duomo in particolare, alcuni giovani evidenziarono il loro interesse alla politica, maturato nel lungo inverno del regime fascista e coltivato da chi fra di loro, maggiore in età, studente universitario a proprio volta formato alla scuola di monsignor Tondelli e nell’oratorio cittadino di Don Dino Torregiani, come i fratelli Dossetti, Corrado Corghi, Sandro Chesi, Camillo Rossi, Giorgio Morelli ed altri ancora. Boiardi apparteneva al gruppo di San Pietro, al tempo in cui i parroci erano prima il canonico Pasi, poi mons. Ravanetti, ma di quel periodo e di quel suo impegno parrocchiale si hanno poche notizie se non la testimonianza di un amico che dice: “<em>ricordo un presepe ispirato da Franco che fece discutere ben oltre i confini parrocchiali, una vera bomba</em>”. In effetti Boiardi si affacciò molto giovane, all’impegno politico nella Democrazia Cristiana dando vita a un gruppo che costituì rapidamente in movimento giovanile del partito, di cui lui fu subito il capo. Come tutti i giovani cattolici di allora all’inizio venne conquistato dal carisma di Giuseppe Dossetti, che seguì nei primi anni del suo impegno politico senza riuscire a diventare mai un convinto dossettiano; per lui infatti la politica doveva essere separata dall’esperienza religiosa e godere di una autonomia come scienza finalizzata a costruire la democrazia e la giustizia. La stessa opposizione al comunismo per Boiardi non poteva essere definita in termini religiosi, ma in termini politici: era il modello democratico diverso che giustificava la divisione e anche la contrapposizione. Questa sua concezione della autonomia della politica venne man mano meglio definita e strutturata negli anni in cui frequentò l’università Cattolica di Milano e incontrò Ciriaco ed Enrico De Mita, Riccardo Misasi e Gerardo Bianco che condividevano lo stesso filone di pensiero che, non senza un po’ di civetteria, definivano “<em>più crociano che dossettiano</em>”. Sarà del tutto naturale che, verso questa idea di politica che pretendeva di essere razionale e laica, a cui si ispirerà il gruppo della Base nato dalla spinta di Mattei, Vanoni e Marcora, Franco sentisse una attrazione particolare. E, mentre altri giovani reggiani come Andrea Barilli, Raffaele Crovi, Achille Morini, Salvatore Fangareggi, Danilo Morini (gli ultimi due, per la verità studiavano a Modena, ma seguivano da vicino l’evoluzione di Boiardi) riuscirono a conciliare lo “spirito milanese” con quello “reggiano”, lui insieme a Di Capua si emancipò progressivamente dalla DC reggiana e definì in termini più precisi la sua concezione della politica sempre più distante da quella di Dossetti. Questa è la ragione per cui l’uscita di scena nel 1952 di Giuseppe Dossetti non venne da lui vissuta come un trauma. Eppure Boiardi lo aveva seguito per vari anni, aveva partecipato insieme ad altri giovani agli incontri di Rossena e lui stesso organizzerà vari seminari del movimento giovanile reggiano proprio nel castello di Rossena. Danilo Morini, in una sua biografia politica ancora inedita che ha avuto l’amabilità di mostrarmi, ricorda che il suo ingresso nei Gruppi Giovanili della DC avvenne proprio in uno di questi incontri organizzati da Boiardi, con relazioni di Corrado Corghi, Francesco Pasotti, Offrilio Varini, Leopoldo Cattaneo, Valentino Morini, e con le conclusioni dell’avvocato Tommaso Morlino e dal prof. Ugo Pesce, al quale ricorda partecipassero, tra gli altri come corsisti Andrea Barilli, Achille Morini, Amedeo Agosti, Enzo Tesauri, Pier Giorgio Martinelli, Alberto Vezzali, Giancarlo Paderni, Giacomo Brindani, Giancarlo Confetta e Salvatore Fangareggi. Ma, annota sempre Morini, di grande interesse erano soprattutto le riunioni della direzione provinciale del Giovanile in cui Boiardi esercitava con il suo carisma intellettuale una leadership naturale “<em>tenendoci aggiornati e collegati con le posizioni più avanzate e progressiste all’interno della DC, anche e soprattutto a livello nazionale. Si tenevano frequenti riunioni del gruppo dirigente e si organizzavano nelle sezioni incontri con i giovani iscritti e simpatizzanti, le cosiddette “tre sere”, a cui Boiardi invitava gli amici della Cattolica De Mita,  Misasi e Gerardo Bianco</em>”. Ma oltre alla sede della sezione cittadina della DC in Via Roma, Boiardi utilizzava anche la sua casa in Via San Carlo per incontri considerati in quei tempi “al limite”, ai quali partecipavano anche rappresentanti dei giovani socialisti come Stefano Del Bue, Dino Felisetti, Sergio Masini e Vincenzo Balzamo o della FGCI come Hermes Grappi, o personaggi emergenti come Marcello Colitti, e lì si discutevano spesso gli articoli di “Cronache Sociali” o de “il Mondo” di Pannunzio o de “Lo spettatore italiano”. Ma l’incontro in casa Boiardi più importante, sia nella testimonianza di Giovanni Di Capua che di Danilo Morini, fu quello con Valdo Magnani, l’intellettuale partigiano che era stato segretario della federazione del PCI di Reggio e aveva rotto con il partito quando da Mosca pervenne l’ordine ai “partiti fratelli” di interrompere le relazioni con la Jugoslavia di Tito. “<em>Le discussioni con Magnani ci dischiusero un mondo che non conoscevamo. Magnani aveva una certa somiglianza fisica con Togliatti quanto a stazza e a volto, ma una voce suadente, non chioccia, nè un argomentare chiesastico e supponente. Sapevamo che non potevamo offrire a Magnani se non una personale solidarietà che noi nutrivamo per qualunque libero dissenziente. Né, credo, Magnani si aspettasse molto da noi, anche se mi pareva compiaciuto di trovare un po’ di calore umano in una città che lo aveva osannato e, ora, lo disprezzava e lo evitava… Parlavamo di neutralità mondiale e neutralismo europeo. Il reciproco punto d’incontro non risiedeva in un vago pacifismo &#8211; a Franco e a me non piacevano i facinorosi “partigiani della pace” &#8211; bensì nella considerazione che, in una Europa ancora distrutta dagli esiti della seconda guerra mondiale, fosse necessario sforzarsi di ragionare di equilibri piuttosto che di contrapposizione</em>”, questa la testimonianza di Giovanni Di Capua. Ma, come abbiamo detto, a Boiardi stava stretta la dimensione provinciale e divenne ben presto un leader nazionale dei giovani democristiani. Nel gennaio del 1953 venne rieletto delegato provinciale di Reggio, ma al successivo congresso del 20 marzo 1955, decise di non ricandidarsi e venne eletto Danilo Morini. Era allora delegato nazionale Franco Maria Malfatti che, raggiunti i limiti di età che gli impedivano di ricoprire l’incarico, si fece nominare presidente del Comitato nazionale del movimento stesso, affidando l’incarico della reggenza ad Arnaldo Ferragni, delegato dei giovani di Cremona. Franco, sostenuto non solo dalla Base lombarda e avellinese ma da una larga platea di delegati, si preparava alla candidatura nel congresso nazionale, programmato per il 10/11 giugno 1955 nel “Rondò di Bacco” di Palazzo Pitti e Firenze. Il segretario nazionale della Dc era allora Amintore Fanfani, uomo rigido e autoritario come nessun altro mai più, intollerante del dissenso interno e, in particolare, di quello dei giovani. “<em>Come membro dell’esecutivo nazionale dei gruppi giovanili della Democrazia Cristiana – dirà Franco Boiardi – mi trovavo ogni giorno alle prese con i veti che provenivano a ogni iniziativa dal “sergente” </em>(Fanfani, ndr).<em> Veniva sempre Rumor, vice segretario nazionale della DC, a comunicarceli, con molti sorrisi, cercava di farci capire che la “buriana” sarebbe passata e che dovevamo avere pazienza. Noi, ben inteso, non eravamo impazienti, </em>(semplicemente)<em> non capivamo il perché della buriana</em>”. Nei mesi precedenti il congresso di Firenze, Franco era entrato nella redazione della rivista della corrente della Base “Prospettive”, insieme a Giovanni Marcora, Lugi Granelli, Aristide Marchetti, Beppe Chiarante e Lucio Magri, e anche in quel lavoro incontrò spesso le riserve e le critiche della segreteria nazionale. Questa premessa serve a capire ciò che accadde poi al congresso nazionale dei Gruppi Giovanili in cui Boiardi entrò con la maggioranza dei voti dei delegati provinciali, al punto che il candidato alternativo, il fanfaniano Edoardo Speranza decise di ritirarsi, facendo spazio a Ernesto G. Laura, poco noto nell’ambiente dei giovani DC essendosi prima di allora occupato solo, come farà professionalmente anche in seguito, di critica cinematografica. In quel congresso si presentò il solito Mariano Rumor che insieme ad Adolfo Sarti per conto della segreteria nazionale, contattarono uno ad uno i delegati votanti. Alla fine prevalse Laura con 41 voti contro i 37 raccolti da Boiardi che, di fronte a questa ennesima interferenza fanfaniana, fu tentato di dimettersi e ritirarsi dall’impegno politico. Certo è che il suo destino politico avrebbe potuto essere diverso se a Firenze le pressioni e i brogli non avessero modificato l’esito congressuale, o se l’anno prima, al Congresso del partito di Napoli, Franco, com’era deciso dalla delegazione dei giovani presente, fosse entrato nel Consiglio Nazionale della DC (in effetti, in quel caso, fu lui a rinunciarvi per non pregiudicare l’inserimento nel listone di “Iniziativa Democratica” di Corrado Corghi, reggiano pure lui, e da poco vittima di un provvedimento di espulsione dalla Giunta Nazionale dell’Azione Cattolica da parte di Luigi Gedda). Ma con i “se” non è possibile ricostruire la storia e neppure le biografie. Di lì a poco, come ricorderà lui stesso in una bella ricostruzione di quegli eventi apparso sul numero 3/1983 de “l’Almanacco” dal titolo “Q<em>uando uscii dalla DC</em> “, Boiardi venne invitato insieme a Chiarante e Zappulli, come osservatore, al Congresso mondiale della Pace che si svolgeva a Helsinki. In quel congresso i tre decisero di fare intervenire Zappulli a nome di tutti con un testo “<em>molto curato poiché non volevamo che si prestasse a false interpretazioni. Tra l’altro (è una cosa che ricordo con piacere),  la traduzione in francese del testo era stata fatta da Franco Fortini (presente con noi al congresso), quella in russo da Ilija Ehrmburg, quella in tedesco da Huwev Johnsonn e quella in arabo da Emilio Sereni</em>”. Al ritorno da Helsinki il segretario Fanfani predispose un pacchetto di provvedimenti disciplinari per i tre, fra cui l’esclusione da qualunque incarico di partito per sei mesi, e per un anno per Aristide Marchetti direttore di “Prospettive”, che pur non aveva a che fare con Helsinki. Esplosero polemiche, non solo tra i giovani DC, in tutta Italia verso la segreteria Fanfani e, come scrive lo stesso Boiardi “<em>la questione si sarebbe trascinata per le lunghe se nel frattempo non fosse apparso su “Prospettive” un mio articolo non firmato (era breve, poco più di una nota) sul duplice delitto di Colombaia di Secchia. Mi ero limitato a una condanna dell’accaduto che tuttavia escludeva una diretta responsabilità di seminagione dell’odio, del Partito comunista. Il Vescovo di Reggio, Beniamino Socche, era intervenuto, con l’irritazione di cui era capace, sulla Segreteria nazionale della DC per chiedere provvedimenti contro la rivista basista</em>”. Nella primavera del 1956 poi, finiti gli esami, e consegnata alla segreteria della Cattolica la tesi di laura sul pensiero politico di Carlo Pisacane, fatta sotto la guida del prof. Gianfranco Miglio, Boiardi si vide recapitare una lettera di Padre Gemelli in cui gli si chiedeva di indicare in quale altra università preferiva trasferirsi per la discussione della tesi stessa, senza spiegazione alcuna. Era accaduto infatti poco prima che, alle polemiche suscitate dagli scritti apparsi sulla rivista “Prospettive”, si aggiungessero quelle suscitate da un suo libro, “<em>Dossetti e la crisi dei cattolici</em>”, pubblicato dall’editore Parenti di Firenze, proprio contemporaneamente al richiamo di Dossetti all’impegno politico amministrativo nelle elezioni comunali di Bologna da parte del Card. Lercaro. Boiardi venne allora fortunatamente accolto dall’Università di Pavia e la tesi venne molto apprezzata al punto che, il controrelatore, prof. Vittorio Beonio Brocchieri, alla fine gli propose di fare il suo assistente. “<em>Di lì, la mia vita prendeva una piega diversa, anche se doveva sperimentare la difficoltà di trarmi fuori dalla politica</em>”, dirà Franco Boiardi. Il percorso successivo, accanto a Lelio Basso nel Psi e nel Psiup, poi nel Pci e infine in un rapido passaggio nella Rete di Leoluca Orlando, non interessa questa mia comunicazione. Desidero solo annotare che quegli anni di militanza politica “antidemocristiana” furono però segnati, almeno a livello locale, dalla ripresa di contatti e relazioni con gli amici della sua prima esperienza politica, soprattutto durante la presidenza dell’Arcispedale Santa Maria Nuova in cui Boiardi mostrò una larghezza di orizzonte anche rispetto al suo partito di appartenenza di allora, il Pci, favorendo l’ingresso di professionalità mediche di rilievo a prescindere dalla connotazione politica e fra di esse, appunto, alcune di formazione cattolica. Boiardi seppe aprire l’Ospedale alla città e più in generale alla comunità scientifica affermando il principio che non sarebbe stata la tessera di partito a “fare la differenza”, ma esclusivamente la qualità professionale e scientifica. Ma, come si diceva, con l’esperienza della Rete si chiude definitivamente la stagione dell’impegno politico diretto e riprende quello della ricerca politica. Dopo la monumentale enciclopedia “Il parlamento italiano”, pubblicata in 22 volumi fra il 1988 e il 1992, Boiardi si dedicò, con il ritrovato amico Giovanni Di Capua, alla “Grande enciclopedia della politica”, in settanta fascicoli, usciti tra il 1994 e il 1997. La ripresa di rapporti di collaborazione con Di Capua, lo introdusse nel suo istituto, l’ISDR di Tarquinia, nella casa editrice Ebe e nell’agenzia della Base “Radar” e, infine, nell’ “Associazione di studi euro mediterranei” di Baldassarre Armato, per la quale svolse la funzione prima di Segretario e poi di Capo Redattore della rivista “la Rosa di Gerico” che, a partire dal 1996, promosse i “colloqui mediterranei” di Ragusa. Sulla scia di questa ritrovata collaborazione con gli ambienti cristiano democratici, Boiardi approdò all’Istituto Sturzo, dedicandosi ad alcune ricerche biografiche di personalità “stranamente” tutte collocatesi nell’area moderata, dopo aver intrecciato in qualche modo l’esperienza dossettiana. Aveva già pubblicato una biografia dell’amico Vittorio Caruso (edita da “Analisi” di Ercole Camorani) che venne presentata al Teatro Ariosto di Reggio Emilia da Ciriaco De Mita a cui aggiunse, nella stagione di collaborazione con l’Istituto Sturzo le biografie di Giuseppe Medici (ed. Diabasis),  Flaminio Piccoli (ed. Rubbettino) e Stanislao Ceschi (in uscita proprio nei prossimi giorni sempre da Rubbettino). Roberto Mazzotta presidente dell’Istituto scrive nella presentazione di quest’ultimo volume, a proposito di Franco Boiardi, “<em>la sua costante e discreta presenza lo avevano fatto diventare un valido punto di riferimento anche per i giovani collaboratori dell’Istituto, che, ricorrendo alla sua vastissima esperienza di studioso e incoraggiati dalla sua disponibilità e gentilezza, ricorrevano spesso al suo aiuto e ai suoi consigli. Il volume è dedicato a lui</em>”. Per concludere vorrei solo segnalare alcuni apparenti paradossi in questa personalità inquieta, tormentata, segnata da un giustificato eppur controllato senso di superiorità intellettuale, che ne fanno una figura su cui la discussione rimarrà aperta a lungo. Forse più che di paradossi si tratta di ambivalenze, o forse di semplici coincidenze nella sua biografia tutt’altro che consueta e banale. Critico di Dossetti, a Boiardi è stato riservato infatti lo stesso destino di dover abbandonare la Democrazia Cristiana, ma, mentre per Dossetti la causa fu l’inutilizzabilità del partito ai suoi fini politici culturali e religiosi, per Boiardi invece fu l’impraticabilità e l’inagibilità democratica del partito: forse sarebbe ugualmente uscito in seguito per altre ragioni, ma in quel tempo la non reiscrizione fu causata dalla intolleranza della segreteria nazionale che non riusciva più a sopportare. Boiardi fu politologo e uomo politico, politico e amministratore, non fu mai una cosa sola, non si rassegnava cioè all’idea che la politica e l’amministrazione avessero un legame troppo sottile con ciò che sta loro a monte, con la ricerca e l’elaborazione della scienza politica. Alla fine si può dire che fu, come altri (penso a Mino Martinazzoli che ci ha lasciato in questo ultimi tempi), un’intellettuale che si ostinava a piegare la politica alla logica del rigore del pensiero, poco disponibile a piegarsi nei comportamenti soggettivi alla logica propria della politica come prassi, che pure conosceva e riconosceva. Per questo gli sono toccate sofferenze, delusioni e non poche incomprensioni. Il tempo, ne sono certo, gli renderà giustizia e stima nella misura semplicemente dovute.</p>
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		<title>Socialdemocrazia: eclisse o rilancio?</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 17:20:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>

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Roma, Via Sant&#8217;Andrea delle Fratte, 26 settembre 2011
Trovo qualche difficoltà a rispondere al dilemma del titolo. Non mi pare, infatti, che sia giusto a proposito della socialdemocrazia parlare né di eclisse né di rilancio. La socialdemocrazia è presente, infatti, in diversi paesi soprattutto europei sia pure con i segni della stanchezza di un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2341" title="Rosen" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/10/Rosen-150x150.jpg" alt="Rosen" width="119" height="121" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Roma, Via Sant&#8217;Andrea delle Fratte, 26 settembre 2011</em></p>
<p>Trovo qualche difficoltà a rispondere al dilemma del titolo. Non mi pare, infatti, che sia giusto a proposito della socialdemocrazia parlare né di eclisse né di rilancio. La socialdemocrazia è presente, infatti, in diversi paesi soprattutto europei sia pure con i segni della stanchezza di un modello che non intercetta più le sfide di questo tempo e, dunque, non si è eclissata. E del resto proprio per l’osservazione che ho appena fatto è difficile ipotizzare il rilancio di quel modello. E’ evidente che una differenza fra ciò che sta a destra e ciò che sta a sinistra permarrà sempre ma è una differenza che sta assumendo connotati nuovi, come quella fra quanti predicano l’inutilità della politica e quanti pensano alla necessità della politica o fra quanti pretendono la neutralità della politica e quanti ritengono che sia giusto conservare una finalità della politica. Per questo piuttosto che di eclisse o di rilancio preferirei parlare della necessità di una profonda <em>rigenerazione </em>e, se vogliamo, di una <em>reinvenzione</em>.<span id="more-2326"></span> Il libro di Giuseppe Berta (<em>Eclisse della socialdemocrazia, </em>Il Mulino, Bologna 2009) ci ha aperto a nuove riflessioni anche radicali sulla sentenza che lui condivide dell’eclisse della socialdemocrazia, individuata nei suoi aspetti economici e politici. Ma questi aspetti quale connessione hanno o conservano e, comunque, sono sufficienti per aprire un approfondimento serio sul destino della socialdemocrazia? La fine del modello produttivo dell’occidente industrializzato, il fordismo della grande fabbrica e dei distretti industriali è veramente la causa l’esaurimento del modello socialdemocratico ? O non ne è una semplice concausa. A me pare che basti guardarsi intorno e leggere la crisi finanziaria che sta investendo il mondo occidentale e l’Europa in particolare, sfuggendo ad interpretazioni classiche e spesso anche solo alla comprensione delle ragioni che l’hanno generata, per cogliere la novità di una platea di questioni assolutamente inedite e ampiamente “oltre” le logiche politiche del novecento. O, se vogliamo affrontare un altro aspetto della globalizzazione, basta citare la crisi demografica per mettere a nudo l’impotenza e l’afasia delle culture politiche tradizionali. Sono occorsi infatti 4 milioni di anni perché l’umanità raggiungesse un miliardo di abitanti all’inizio del 1900 e, dopo altri 110 anni, raggiungesse i 7 miliardi di donne e uomini. Solo nel 1950 gli abitanti del mondo erano 2 miliardi e mezzo, nel 1970 tre miliardi e settecento milioni, nel 1990 5 miliardi e trecento milioni, nel 2010 6 miliardi e novecento milioni e nel 2050 saremo prevedibilmente oltre i 9 miliardi. Centodieci anni fa non solo eravamo davvero pochi ma non sapevamo volare, non conoscevamo gli antibiotici, la radio, la televisione, la cerniera lampo, la plastica, meno che mai il mondo subatomico o quello digitale. Centodieci anni fa il mondo era bianco, occidentale e cristiano, come ci ha ricordato con una stimolante relazione Lapo Pistelli. Guardiamolo in faccia oggi questo mondo che sta spostando il suo baricentro; fino a 15 anni fa l’aggettivo mondiale – pensiamo al <em>Pil</em> mondiale – descriveva il perimetro dell’occidente più il Giappone, oggi quell’aggettivo descrive il perimetro reale del mondo con tutti i problemi conseguenti. Ancora nel 1995 i computer nel mondo erano un milione, dieci anni dopo hanno superato il miliardo. Sessant’anni fa il mondo era bipolare, spaccato in due come una mela, e chi abitava di qua della Cortina poteva e doveva inventare modelli di sviluppo che fossero compatibili con le democrazie nazionali, all’interno di un mondo più largo in cui pochi erano i paesi democratici. Parlare di socialismo allora aveva un significato grande, ma parlarne oggi come se il tempo si fosse fermato a me pare che riveli una certa pigrizia culturale, quasi una “difesa” rispetto ad un cambiamento che sta travolgendo tutto e tutti. Non sottovaluto certo il merito delle socialdemocrazie europee, così come quello delle democrazie cristiane e delle democrazie liberali, ma sento che stiamo parlando di un altro tempo rispetto a quello che ci è dato vivere. Né sottovaluto il ruolo delle socialdemocrazie come reali antagoniste delle destre conservatrici, ma capisco che oggi se non vogliamo accontentarci di rappresentare ciò che non è la destra dobbiamo misurarci con la dimensione dei problemi nuovi e definire, se ne saremo capaci, i contenuti di una vera alternativa, non ideologica ma culturale morale e politica. Berta affronta anche il tema della crisi dei partiti come organizzazioni di massa, rappresentanti di ceti sociali ed economici come erano i partiti del secolo scorso, le forze socialdemocratiche in particolare. I partiti erano allora, come dice l’articolo 49 della nostra Costituzione, veramente lo strumento per consentire ai cittadini di partecipare alla vita pubblica. Ma possiamo pensare di ripristinare, dopo la rivoluzione della televisione e della Rete che hanno trasformato la società civile in opinione pubblica, quella vecchia forma organizzativa, fingendo di non sapere che oggi i canali della partecipazione non sono più gli stessi ? Possiamo pensare di ricostruire partiti socialisti come erano in passato con alle spalle un retroterra che era veramente un “mondo sociale” articolato e strutturato fatto di organizzazioni come le cooperative, l’associazionismo imprenditoriale, il sindacato: recentemente ho letto che in una inchiesta della Legacoop di Reggio Emilia è emerso che solo il 40% dei dipendenti delle proprie cooperative vota a sinistra. Lo stesso discorso si potrebbe fare per il vecchio partito della Dc che aveva alle spalle il mondo cattolico altrettanto organizzato che oggi è cambiato profondamente e comunque ha perso sotto il profilo politico la sua omogeneità. Allora anche per questo dobbiamo avere la volontà e l’intelligenza di pensare cose nuove. Sia chiaro, lo preciso per evitare equivoci non c’è una mia particolare idiosincrasia per il nome, socialismo o socialdemocrazia, ma per la sostanza evocata da questi nomi. Massimo D’Alema dice che ormai sono venute meno le premesse culturali, istituzionali e antropologiche del modello socialdemocratico, ma tuttavia sopravvive il movimento socialista. E’ una differenza non facile da comprendere, ma la posso anche accettare ai fini dialettici, anche se inviterei tutti a riflettere sul fatto che le nuove primavere arabe sono state combattute contro tiranni che osavano definirsi socialisti e l’aggettivo socialista potrebbe attivare una sorta di rifiuto almeno lessicale da parte di quelle straorinarie novità, così come avvenne per tanti partiti democratici nati dalle ceneri dei vecchi partiti socialisti del centro Europa, che rifiutarono nel Parlamento europeo l’adesione al PSE solo per il rifiuto della “S” cioè di quell’aggettivo. Ma andiamo oltre. E confrontiamoci, comunque si denominino i partiti progressisti oggi, con le domande che soprattutto le nuove generazioni propongono, che io sintetizzo essenzialmente in due: una domanda di <em>governo</em> e una domanda di <em>senso</em>. La prima: una domanda di governo significa essenzialmente una domanda di istituzioni soprannazionali che possano essere almeno interlocutrici sulla stessa scala dei nuovi poteri, quello finanziario in particolare. Quanto paghiamo oggi per non essere riusciti dopo la scelta dell’euro a dare seguito alle conseguenze inevitabili di quella scelta !? Allora le socialdemocrazie guidavano 12 dei 15 paesi dell’Unione europea e in quel momento hanno rappresentato la forza della conservazione e non dell’innovazione, rifiutandosi di dar vita ad istituzioni di governo europee. Ricordo ancora, allora ero in parlamento europeo insieme all’amico Giorgio La Malfa che vedo qui presente, il discorso di insediamento del primo presidente della Bce, Duisenberg, che io riassumo in termini forti: “se pensate che una banca da sola possa garantire la stabilità della moneta, l’equilibrio dei prezzi e un di più di uguaglianza distributiva, siete semplicemente degli irresponsabili. Una moneta che non ha alle spalle uno Stato è una novità, per questo occorrono rapidamente istituzioni di governo politico che ci accompagnino”. Purtroppo dalla conferenza intergovernativa di Nizza in poi, l’Europa non è stata più all’altezza del coraggio e dell’intelligenza dimostrata dieci anni prima da Kohl, Mitterand e Delors a Maastricht. Ci sarà un futuro per le forze progressiste se sapranno fare oggi ciò che non hanno voluto fare ieri. La seconda: la domanda di senso significa una domanda di valori, di motivazioni forti di senso esistenziale che le nuove generazioni pongono alle classi dirigenti. Questo discorso che viene affrontato con coraggio e responsabilità dai partiti progressisti in Europa, purtroppo stenta a decollare in Italia a causa del retaggio di vecchi pregiudizi e ideologismi. Se volessimo evocare Böckenforde, un giurista cattolico e socialista tedesco, padre del moderno costituzionalismo, che diceva a proposito della democrazia che essa vive di presupposti che non può darsi da sola, credo che si potrebbe dire la stessa cosa di un socialismo o di un progressismo moderno che si alimenta di presupposti che non può darsi da solo. Inviterei tutti i presenti a leggere il recente discorso di Papa Benedetto al Bundestag tedesco in cui, in termini laici come potremmo dire noi, ha introdotto osservazioni preziosissime per chi fa politica, a proposito in particolare del rischio della separazione tra potere e diritto, segnalando il nazismo come l’esempio storico estremo, e nello stesso tempo, il rischio di non riuscire a porre limiti all’onnipotenza della legge che tutto pretende di normare limitando, anche laddove non si dovrebbe, le energie spirituali e la libertà dell’uomo. Potrei proseguire con altre osservazioni su questa linea ma, se avete pazienza, preferisco, per finire, leggervi alcuni passi di un’intervista di Maurice Glasman, l’accademico di Cambridge membro della Camera dei Lord, tra l’altro conoscitore non banale della situazione italiana essendo vissuto qui per qualche tempo, ideatore del “blue Labour” e ora ideologo di Ed Miliband (proprio nel numero di oggi <em>Le Monde </em>dedica una pagina a questo intellettuale che farà discutere di sé e delle sue proposte a lungo nei prossimi tempi) rilasciata il 4 giugno scorso a Filippo Sensi di <em>Europa </em>. Vi leggo solo alcune risposte alle domande che vi lascio intuire. “<em>La sinistra è diventata progressista, accademica e di ceto medio; se passassimo il nostro tempo con gente simile capiremmo che non sono affatto persone serie, pensatori acuti e strateghi politici. Hanno troppi principi. Molti sono integralmente secolarizzati, senza alcuna consapevolezza del peccato, del potere che posseggono e del modo umiliante con il quale si rivolgono alle persone. Quando parlano di noi ci definiscono dilettanti, asserviti e snob, ma in realtà tutto quello che abbiamo è solo un pezzo di carta come la laurea. Così, un impegno autentico con il popolo e le famiglie operaie, per onorare la loro etica e stile di vita è centrale per il Blue Labour. I colletti blu, però, sono solo una parte del nostro sforzo”. </em><em>“In Italia, così come in Inghilterra, la vita familiare, il rispetto per le tradizioni etiche della chiesa e il patriottismo sono componenti cruciali e costitutive della tradizione laburista. Berlinguer e Gramsci lo avevano capito molto bene. Dobbiamo collaborare con il popolo, non fargli la guerra. Per questo il Blue Labour si rifiuta di lasciare alla destra il terreno della famiglia, della patria e della fede: certo, non a Berlusconi che, invece, è sempre riuscito a mettere in difficoltà i progressisti, con grandi risultati, proprio su questo terreno. Lui dice Forza Italia, mentre tutto quello che noi siamo stati in grado di mettere in campo è stato un ulivo. Il mio messaggio alla sinistra italiana è questo: smettetela di sentirvi così superiori ed inermi, è un tradimento della vostra grande tradizione democratica popolare. Dateci dentro, mostrate un po’ di passione, fatevi qualche amico e divertitevi di più. Coraggio. L’altro mio messaggio alla sinistra italiana è di parlare di più con la gente che non conoscete, non interrompetela o correggetela quando vi dice cose che non piacciono Cercate di ascoltare.” </em><em>“Il Blue Labour è un movimento di rinnovamento civico e patriottico nel quale sono centrali responsabilità e democrazia. Per dirla all’italiana, siamo affezionati alla possibilità di un compromesso storico tra Aldo Moro, quel tipo di democrazia cristiana (fondata sulla sussidiarietà, la solidarietà e lo statuto dei lavoratori) e il comunismo democratico a carattere federalistico che veniva dall’Emilia Romagna e ha combattuto per la riforma agraria nel Sud Italia”. </em><em>“Ci siamo dimenticati dei corpi intermedi della società. Non dobbiamo essere nostalgici, ma recuperare il meglio della nostra tradizione, prendendo coscienza, però, anche dei suoi lati negativi. Come il fatto che tendiamo a fare la lezione agli altri piuttosto che ascoltarli, preferiamo le teorie astratte all’esperienza quotidiana e siamo un po’ troppo innamorati di noi stessi. Non è nostalgico, però, dire che ci sono grandi tradizioni in Italia, come quella dell’associazionismo civico, del mondo cattolico e di quello socialista e sindacale, che si sono divise tra lo stato, il mercato e il moderno stato liberale. La sinistra italiana, però, deve fare ammenda rispetto ad un modernismo crudele e procedurale, in architettura come nell’arte o nella politica, e tornare a narrare una storia federalista, fatta di associazionismo, di lunga durata culturale, di vita familiare e resistenza democratica a imperatori, papi e tiranni. Di amore per la terra e il paesaggio, di funghi porcini e caccia, di servizi puliti e politica fatta sporcandosi le mani”. </em><em>“L’idea del comunismo, che è stata la più grande, la più ricca tradizione di stampo laburista che avete avuto, è stata disonorata per sempre dall’enormità dei peccati e delle sofferenze che il comunismo ha generato. Non ci dobbiamo mai dimenticare di onorare e ricordare i tanti morti provocati dalla crudeltà stalinista. Avevano ragione i democristiani quando dicevano che questo materialismo arrogante e secolarizzato è stato un disastro che oggi è fin troppo ovvio, eppure necessario, respingere. La tragedia della vostra sinistra è che la tradizione comunista italiana si è dimostrata un terreno assai fertile per pensare a temi come quelli dell’autogoverno, della solidarietà tra lavoratori, del governo civico e del controllo democratico. E’ stata, almeno per un po’, l’unica tradizione italiana, assieme al pensiero cattolico, che non è stata subalterna alle mode della filosofia francese e tedesca. Perciò, il meglio del pensiero italiano è legato alla peggiore delle realtà politiche. E’ una realtà tragica e molto paradossale. Il Pci è stata la forza più grande nell’ampliamento delle libertà civili. L’Italia è un paese profondamente paradossale, davvero molto blue labour. E’ questa l’importanza del dialogo Moro/Berliguer e della loro potenziale alleanza, che avrebbe consentito che il meglio della tradizione cattolica e di quella comunista si fossero unite in una forma di “tradizionalismo radicale” . </em>Come vedete alcuni passaggi di questa intervista possono sembrare un pugno nello stomaco, e lo sono, li ho letto intenzionalmente perché ci scuotiamo da una certa pigrizia intellettuale che ostacola una nostra lettura disincantata e intelligente del mondo che è cambiato sotto i nostri occhi, spesso senza che noi ce ne accorgessimo.</p>
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		<title>Un&#8217;etica del limite, anche per il legislatore</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 15:18:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Roma, Camera dei Deputati, 05 luglio 2011
Signor Presidente, ho già illustrato nell&#8217;intervento in sede di discussione sulle linee generali le ragioni per cui sono contrario, non a questa legge, ma ad una legge sul testamento biologico e ad una legge sul fine vita (Applausi di deputati del gruppo Futuro e Libertà per il Terzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 23.0px; font: 12.0px Times New Roman} span.s1 {letter-spacing: 0.0px} span.Apple-tab-span {white-space:pre} --><!-- p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; line-height: 23.0px; font: 12.0px Times New Roman} span.s1 {letter-spacing: 0.0px} span.Apple-tab-span {white-space:pre} --><span><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2159" title="testamento-biologico" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/07/testamento-biologico-150x150.jpg" alt="testamento-biologico" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></span></p>
<p><em><span>Roma, Camera dei Deputati, 0</span>5 luglio 2011</em></p>
<p>Signor Presidente, ho già illustrato nell&#8217;intervento in sede di discussione sulle linee generali le ragioni per cui sono contrario, non a questa legge, ma ad una legge sul testamento biologico e ad una legge sul fine vita <em>(Applausi di deputati del gruppo Futuro e Libertà per il Terzo Polo)</em>. <span>Credo che la morte non possa essere giuridicizzata. Credo che basti quello che è previsto nell&#8217;ordinamento: il «no» all&#8217;eutanasia e il «no» all&#8217;accanimento terapeutico. </span><span>Sono convinto che il letto del paziente terminale diventi, a prescindere dalle ragioni di fede che possano esserci o non esserci, un luogo sacro, al quale chi vi si accosta, nel dolore o nel mistero, avverte tutto il peso e la violenza di possibili invasività della tecnica e della legge. </span><span>Sì, perché anche la legge, quando pretende di prevedere ed imbrigliare tutte le circostanze che inevitabilmente le sfuggono, può diventare invasiva e ingiusta. Per questo, credo sia saggio non legiferare. Vi è, infatti, un&#8217;etica del limite anche per il legislatore <em>(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)</em>. <span id="more-2127"></span></span><span>Scriveva molti anni fa Jacques Ellul: «un eccesso di diritto e di rivendicazione giuridica sfocia in una situazione nella quale, al termine, il diritto stesso diventa inesistente». Oggi, infatti, la norma positiva statale o metastatale, purtroppo, tende sempre più a definire ogni aspetto della vita sociale, occupando territori che, fino a poco tempo fa, erano governati dall&#8217;etica dei comportamenti e del buonsenso, e ciò spesso avviene anche con un&#8217;oggettiva complicità dei miei amici credenti che sono sempre più e sempre troppo (a mio avviso) confidenti nella forza della legge per garantire la virtù. </span><span>Io resto invece convinto, come diceva Arturo Carlo Jemolo, che vi sono temi &#8211; la morte è sicuramente tra questi &#8211; che la legge può solo lambire. Per questa mia posizione, voterò contro, a prescindere dalle valutazioni di merito, su tutti gli articoli, perché non voglio una legge e mi asterrò su tutti gli emendamenti, perché non sono interessato a migliorare questo testo di legge. </span><span>So benissimo &#8211; ho ascoltato gli interventi di oggi pomeriggio &#8211; che vi sono alcuni colleghi che dicono che è necessaria una legge, perché vi è stata quella sentenza creativa della Corte di cassazione nel caso Englaro. Anch&#8217;io credo che quella sia una sentenza creativa, eppure mi permetto di ricordare a questi colleghi che, se questa sentenza ha potuto esserci in presenza delle previsioni che il nostro codice penale fa agli articoli 575 (contro l&#8217;omicidio), 579 (contro l&#8217;omicidio del consenziente), 580 (contro l&#8217;istigazione e aiuto al suicidio), 593 (contro l&#8217;omissione di soccorso), se dunque questa è potuta avvenire, non sarà con una norma in più che si riuscirà ad evitare quello che si giudica negativamente e anch&#8217;io giudico negativamente. </span><span>Allora, anche per questo credo che dovremmo fermarci e riflettere sull&#8217;opportunità e, a mio avviso, sulla necessità che il legislatore si fermi e riconosca anche per sé i limiti che spesso non riconosce. Non tutto è riconducibile e disciplinabile dalla legge; non tutto appartiene alla disponibilità della politica. </span><span>Questa materia appartiene soprattutto al rapporto umano e terapeutico che si instaura tra il paziente, la famiglia e il medico. È lì che si prendono le decisioni, nel rispetto del paziente, delle sue volontà e del diritto di accogliere la morte, perché anche la morte va accolta <em>(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico &#8211; Congratulazioni).</em></span></p>
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		<title>Qui e adesso: radici e reti</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 07:56:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Todi, 27 febbraio 2011
Il cattolicesimo democratico in ricerca -Seminario di studio

In questa tavola rotonda conclusiva del convegno iniziato venerdì e sviluppatosi ieri con riflessioni importanti sull’apporto del cattolicesimo democratico nella storia di questo Paese, vorrei rispondere alla domanda postaci da Bobbio: cos’è diventato questo Paese? A leggere i giornali si ha l’impressione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2105" title="todi-palazzi" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/06/todi-palazzi-300x218.jpg" alt="todi-palazzi" width="154" height="129" />di<strong> Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Todi, 27 febbraio 2011</em></p>
<p><em>Il cattolicesimo democratico in ricerca -Seminario di studio<br />
</em></p>
<p>In questa tavola rotonda conclusiva del convegno iniziato venerdì e sviluppatosi ieri con riflessioni importanti sull’apporto del cattolicesimo democratico nella storia di questo Paese, vorrei rispondere alla domanda postaci da Bobbio: cos’è diventato questo Paese? A leggere i giornali si ha l’impressione di un Paese ‘fuori dal mondo’, governato da un Presidente del consiglio estraneo alla realtà. Si è dissipato il patrimonio di una classe dirigente e se ne è smarrita la dignità. È venuto meno il senso di responsabilità. Il dramma del bacino del Mediterraneo ci interessa non solo per la dinamica dei flussi migratori, ma perché sta avvenendo nel ‘cortile di casa’.<span id="more-2104"></span> I fatti del Maghreb avranno una rilevanza storica straordinaria. Non sappiano quale sia stata la scintilla delle insurrezioni in Tunisia, Egitto e Libia, ma è certo che si tratta di uno snodo storico importante. Qualunque cosa accadrà in quelle terre, avrà conseguenze anche nelle nostre, ad esse storicamente e geneticamente legate. Il mare nostrum è stato sempre di tutti e la tradizione del cattolicesimo democratico, da Luigi Sturzo, ha portato nella politica italiana la dimensione internazionale. Egli ha coltivato la sua educazione alla democrazia, una volta in esilio, facendone conoscenza diretta in Francia, Inghilterra e Stati Uniti per lungo tempo, ed è stato uno degli intellettuali del secolo scorso che maggiormente ha saputo individuare nella dimensione europea una prospettiva per noi ineludibile. Negli anni Trenta ha ipotizzato la nascita degli Stati Uniti d’Europa prima dei fondatori riconosciuti del pensiero europeista. Sino ai governi della vita repubblicana si è sempre pensato che la missione dell’Italia fosse quella di promuovere pace e convivenza, soprattutto fra le religioni abramitiche dell’area mediterranea. Da questi popoli, anche quando in conflitto, il governo italiano è sempre stato ritenuto il referente dell’Occidente, credibile e costruttivo, in grado di consigliare gli stessi Stati Uniti, di dar loro indicazioni su una politica estera che non poteva eludere gli avvenimenti di questo territorio. Persino le esperienze di amministrazione locale, penso a La Pira in primo luogo, erano permeate da questa tensione perché nella tradizione del cattolicesimo democratico la politica estera è sempre stata considerata come l’altra faccia della politica interna. C’è una connessione irrinunciabile, che si è tenuta da conto anche nelle scelte più discusse, come quella dell’adesione alla Nato da parte di Alcide De Gasperi, ispirata dalla convinzione del nesso tra la qualità democratica del nostro Paese e la realizzazione della stessa in un’area più larga. Se penso gli avvenimenti politici di questi giorni e a un’Europa non ostile alla politica italiana, considero che essa non abbia dato udienza ai nostri governanti, poiché li ha considerati distanti. È certamente innegabile una paralisi europea, ma essa è frutto della carenza di fede europeista di alcuni Esecutivi che non hanno concesso all’Europa sovranità e strumenti. Dopo la scelta dell’introduzione della moneta unica nel 1998, i governi nazionali non l’hanno messa in condizione di disporre di un governo politico. Il  presidente della BCE Duisenberg aveva ammonito a non lasciare in mano a una banca la politica economica dell’Europa perché questa non è in grado di fare politica ma solo di produrre politiche monetarie e quindi  urgeva che fossero attivate istituzioni che guidassero la politica monetaria e della BCE. Da allora si sono fatti solo passi indietro. Berlusconi e gli altri governi di destra non hanno concesso nulla e oggi scarichiamo sull’Europa la sua paralisi. E’ rimasta senza un vero leader perché si è scelto di non darle un leader. Ad ogni modo, questa Europa, pur fragile, considera questo governo non all’altezza.<br />
La politica non può stare fuori dal suo tempo. Che cosa mette in campo l’Italia in una situazione che può esplodere da un momento all’altro? In questo frangente, così delicato, è stato approvato il provvedimento “mille proroghe” in cui, tra i tanti contenuti, ve ne sono due indegni di un Pese civile: il primo è una norma che autorizza i proprietari di televisioni a diventare possessori di giornali, ma in Italia ve n’è solo uno; il secondo è un provvedimento che riguarda la dilazione del pagamento delle multe per le quote latte perché 100 produttori non hanno rispettato le norme europee. Giacché questo comporta un onere per lo stato, hanno finanziato il provvedimento prelevando i soldi dai fondi destinati alle cure oncologiche. Mentre si incendia il Mediterraneo, il Paese langue e i giovani non hanno prospettive di lavoro questi sono le leggi che hanno la precedenza. <br />
Allargando la prospettiva del cattolicesimo democratico a tutti i cattolici impegnati in politica, nell’uno o nell’altro schieramento, questi politici non sentono l’onere di ricreare la condizione della responsabilità della politica? Mi rivolgo con “compassione” e rispetto per chi è al governo: non sentono la responsabilità di dare un contributo perché il Paese ritrovi la sua dignità e la sua missione? L’unica parola cui ridare forza è responsabilità. I cattolici devono recuperare il senso dell’ordinamento politico in sé e capire che sono chiamati a fare la storia: al punto 31 della Lumen gentium si legge che “i laici sono chiamati a trattare le cose temporali per ordinarle secondo il disegno di Dio”. Ma se questa è la ragione per cui i cattolici sono impegnati in politica allora essi devono alzare la voce, e anche la Chiesa deve capire che se si dissipa nella coscienza dei cittadini il valore della politica, non solo è una perdita per il Paese ma lo è anche per la comunità dei credenti perché la politica è lo strumento per costruire la storia e tale missione è stata affidata all’uomo: una missione teologica. Credo che in questo Paese, oggi, ci sia da ricostruire il tessuto connettivo di una società che sta disegnando, come ha detto il card. Bagnasco, un «disastro antropologico». Vanno ricostruiti i valori, i ‘legamenti’ e un senso comune, virtuoso, di là delle ideologie e delle fedi religiose. Diversamente, nessuno di noi potrà dire di essere stato all’altezza delle responsabilità che ci sono state affidate.</p>
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		<title>Formazione giovani del Pd ad Agrigento</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 07:49:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Agrigento, settembre 2010
Intervento sulla laicità al corso di formazione dei giovani del Pd nell’estate 2010 ad Agrigento
Parto da due spunti. Il primo: sulle questioni relative alla presenza dei cristiani in Italia la rivista Italianieuropei ha dedicato l’ultimo numero che contiene alcuni interventi di alto livello, su cui mi intratterrò fra poco.
Il secondo: si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2102" title="Agrigento_Italy__Temple_of_Hera_011" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/06/Agrigento_Italy__Temple_of_Hera_011-300x225.jpg" alt="Agrigento_Italy__Temple_of_Hera_011" width="150" height="103" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Agrigento, settembre 2010</em></p>
<p><em>Intervento sulla laicità al corso di formazione dei giovani del Pd nell’estate 2010 ad Agrigento</em></p>
<p>Parto da due spunti. Il primo: sulle questioni relative alla presenza dei cristiani in Italia la rivista Italianieuropei ha dedicato l’ultimo numero che contiene alcuni interventi di alto livello, su cui mi intratterrò fra poco.<br />
Il secondo: si è svolto, recentemente, un importante convegno sulle relazioni internazionali organizzato dal Partito democratico, in cui mi ha colpito un brevissimo intervento di Lucio Caracciolo, il direttore della rivista di geopolitica “Limes”.<br />
Caracciolo in quella sede ha sostenuto che i problemi che saranno di fronte alla politica, nei prossimi anni sono sostanzialmente riconducibili a tre filoni. Il primo riguarda la qualità della crisi economica che stiamo attraversando: siamo soliti definirla una crisi mondiale, globale, invece è una crisi occidentale. Non è vero che l’economia del mondo sia in crisi, è in crisi  quella occidente.<span id="more-2101"></span> In altre parti del mondo, pensiamo alla Cina, all’India, alla Russia e al Brasile, dove l’economia si costruisce attorno alla produzione dei beni, lì non è in difficoltà. È in crisi nell’occidente dove l’economia si è finanziarizzata, dove sostanzialmente i soldi non servono più a produrre i beni ma a produrre altri soldi, con meccanismi diabolici che sono andati in difficoltà, per cui continuiamo a tappare delle falle, sperando che sia l’ultima che ci capita di chiudere.  Il secondo tema è quello relativo all’Europa. Nel senso che viviamo, da quando l’Europa politica è nata, per la prima volta la condizione di mancanza di una strategia comune. Ed è una cosa piuttosto grave perché nel frattempo ci siamo dati una moneta comune: un esperimento delicato e difficile. Abbiamo una moneta, ed è l’unico caso nella storia dell’umanità, che non ha alle spalle un paese, una nazione, un governo. Io ero parlamentare europeo quando è nato l’euro, e ricordo ancora bene il discorso di insediamento di Duisenberg, il primo Presidente della Banca Centrale Europea che, appunto, diceva: non sognatevi di lasciare ad una banca, alla BCE, il compito di difendere l’economia, cioè i redditi e i livelli dei prezzi, perché noi abbiamo a disposizione solo strumenti monetari e combineremo, se lasciati soli, solo  guai. L’unico che raccolse la sfida e iniziò a farsi carico dell’obiettivo di accompagnare la nuova moneta con una serie di politiche economiche, fu proprio il commissario italiano Mario Monti, con il suo progetto di armonizzazione delle politiche fiscali. Una armonizzazione che avrebbe dovuto preludere a un provvedimento successivo, l’armonizzazione delle politiche della spesa, perché la moneta non può che essere il punto di equilibrio tra le politiche delle entrate e le politiche delle uscite che non possono essere diverse in ogni nazione come sta accadendo adesso. Ebbene, noi di fronte alla difficoltà in cui è venuto a trovarsi l’euro navighiamo a vista con un’Europa che non riesce a trovare una strategia unitaria perché non ha un governo, cioè un’istituzione governativa.  La terza difficoltà individuata da Caracciolo, così veniamo al nostro tema, era la crisi della chiesa cattolica. Perché? Perché, argomentava il direttore di “Limes”, in un tempo come questo caratterizzato da una crescita della domanda religiosa, se la chiesa cattolica non sarà in grado, almeno in occidente, di corrispondere a tale richiesta, si apriranno spazi enormi per le sette fondamentaliste, non solo cristiane, che già in America cominciano a far sentire il loro peso. Possiamo immaginare quali conseguenze potrebbero determinarsi in un mondo globalizzato se si realizzasse una durissima confrontation fra il fondamentalismo islamico, quello ebraico e quello cristiano. Questo per capire come le vicende religiose abbiano a che fare con quelle politiche. C’è per forza di cose una dimensione e una ricaduta pubblica, oggettivamente politica,  nelle vicende religiose. E quindi il ruolo delle chiese è importante anche sul piano politico.<br />
Questa è una premessa per l’approccio all’esame dell’art. 7 della Costituzione, poiché  è di questo che a me è chiesto di parlare.<br />
Fatta questa introduzione, l’ aspetto da affrontare è storico e riguarda cioè una narrazione che ancora non è scritta per una serie di ragioni. Vi sono alcuni studiosi che stanno lavorando attorno a un quesito piuttosto curioso. Voi sapete che l’art. 7 è stato votato dalla DC e dal PCI all’Assemblea costituente. Il PCI lo votò all’ultimo momento, al punto che la maggior parte dei costituenti comunisti seppe della decisione dalla dichiarazione di voto di Togliatti in aula. Immagino che il gruppo dirigente fosse stato informato qualche ora prima, ma la gran parte del gruppo parlamentare no, al punto che si determinò una frattura con il Partito Socialista e con una parte dei costituenti del versante laico. Una rottura imprevista, perché proprio sulla vicenda dei rapporti con la Chiesa, Togliatti spiazzò tutti decidendo di votare a favore. Era accaduto infatti che, pochi giorni prima di quella votazione, De Gasperi, venne visitato da monsignor Montini. Si era diffusa, infatti, la notizia che il Partito Comunista così come il Partito Socialista fossero orientati a votare contro l’art. 7. De Gasperi fu molto preoccupato da questo colloquio, perché Montini disse che la Santa Sede riteneva che se non fosse passata una formulazione che includesse anche il Concordato allora tanto valeva tornare allo “status quo ante 1929”, quindi ad una situazione di conflittualità dichiarata fra lo Stato e la Chiesa. E questo ovviamente preoccupò moltissimo lo statista trentino, non solo come leader della Democrazia Cristiana, perché si sarebbe trovato in una posizione scomoda, ma soprattutto perché la ricostruzione del Paese dopo il fascismo senza l’accompagnamento anche fiducioso della Chiesa sarebbe stata molto più complicata. Chiamò Dossetti e gli disse: a questo punto dovresti farti carico del problema e provare a dissuadere Togliatti.<br />
Il colloquio fra i due in effetti avvenne subito dopo e fu molto lungo. Luigi Pedrazzi molti anni dopo ne chiese notizie e Dossetti gli disse: siamo vincolati a un impegno di riservatezza. In ogni caso è stato un colloquio importante. E il professor Mieli che, come è noto, era molto vicino a Togliatti, disse qualche cosa di più. Raccontò che Togliatti gli riferì che quel colloquio gli era servito a capire meglio il peso della chiesa e dei cattolici nella costruzione della democrazia del Paese, dicendo testualmente: «noi del mondo cattolico sapevamo solo quello che ci aveva detto Gramsci, che aveva studiato la questione cattolica, ma questo lungo colloquio con Dossetti mi ha aperto squarci nuovi per cui ho capito cose che prima non avevamo capito». Fatto sta che decise poi di votare a favore, nonostante il dibattito fosse stato portato in ben altra direzione, in particolare degli onorevoli Cevolotto e Calamandrei che si erano impegnati a “demolire” l’art. 7.<br />
Queste premesse storiche per capire come attorno all’articolo 7 ci sia stato un importante lavorio. Non è stato infatti un testo improvvisato, né è stato un compromesso superficiale, e neppure un inciucio (come diremmo oggi). Il rapporto fra Partito Comunista e la Democrazia Cristiana era in quel momento prossimo alla rottura a livello di governo, era cioè già un rapporto conflittuale sul piano politico-parlamentare, e ciò rendeva ancora più difficile l’affronto di questioni tanto delicate. Del resto il rapporto con la Chiesa era oggettivamente un nodo e lo è in tutti gli ordinamenti democratici. In Italia lo era e lo è anche per quelle ragioni storiche e geografiche particolari che indussero Gramsci prima, Togliatti poi e Berlinguer infine a dotare il Partito Comunista sempre di una politica ecclesiastica. Non ce l’aveva la Democrazia Cristiana perché non aveva bisogno di darsi una politica per evidenti ragioni di rapporti consueti con la Chiesa. Il Partito Comunista ne sentiva invece l’esigenza. Perché? Perché la Chiesa ha sede qui, la Santa Sede ha sede a Roma, nel cuore dello Stato italiano, e dunque non si può non fare i conti con una “centrale di governo” di una realtà religiosa così importante e presente in tutto il mondo.  Eravamo nel 1946-47, e gran parte dei cittadini e, dunque, elettori italiani, mentre militavano nei vari partiti, sentivano forte il riferimento morale con la Chiesa cattolica. Ma soprattutto c’era la preoccupazione che, essendo insediata qui a Roma la centrale della chiesa, una provocazione eccessiva o sbagliata, una strategia sbagliata dei rapporti con la Chiesa stessa potesse  indurre una reazione su scala universale. Il numero di Italianieuropei di cui vi ho parlato è introdotto proprio da un articolo interessante e acuto, in cui si torna a ribadire come sia valida ancora oggi questa esigenza e questa responsabilità  per la sinistra, come peraltro aveva più volte insistito Pietro Scoppola.<br />
Con tali premesse veniamo a trattare il tema della laicità, che, come abbiano detto, è presente come questione in tutti gli ordinamenti democratici e, possiamo aggiungere, in tutti i tempi. Le soluzioni che si sono realizzate nei diversi ordinamenti sono di due tipi. Vi è quella classica, il modello francese, dove il tema della laicité è ideologizzato, la coda della ideologia illuministica che proviene dalla Rivoluzione francese e che si configura come un atteggiamento in cui l’obiettivo principale è quello di definire una separazione netta e una condizione di minorità della religione cristiana. Con la Rivoluzione francese comincia, infatti, a porsi il tema della laicità come esigenza di liberazione della società moderna dall’oppressione delle chiese cristiane che nei secoli si erano strutturate sino a  far coincidere non di rado potere temporale e potere ecclesiale.<br />
Poi c’è la concezione anglosassone, quella che proviene dal dibattito sul primo emendamento alla Costituzione statunitense all’inizio dell’800. I paesi anglosassoni non hanno vissuto la temperie della stagione costantiniana e quindi del temporalismo per tante ragioni. E in quell’emendamento della Costituzione americana si afferma il principio che Scoppola definisce di “non competenza” dello Stato. L’emendamento stabilisce infatti l’incompetenza del Congresso in materia religiosa. Quando ci sono questi problemi lo Stato si ferma. Non interferisce.<br />
Ciò che si è stabilito nel quadro costituzionale e nella prassi democratica del nostro Paese è invece una soluzione diversa se non proprio intermedia fra queste due. A me pare che la scelta fatta dai costituenti italiani sia un prodotto di qualità eccellente, alla luce anche dei dibattiti contemporanei sul tema. Ancora oggi, infatti, a mio avviso il principio di laicità, anche nella sua declinazione laicista, non può essere scritto in modo più efficace di come fa il primo comma dell’art. 7 della Costituzione, che recita appunto: «lo Stato e la chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani». Si riconosce cioè che si tratta di due realtà a cui corrispondono ordini di competenza distinti, perciò «ciascuno nel proprio ordine» è indipendente e sovrano. O, se volete, si tratta della traduzione del detto evangelico: date a Cesare quello che è di Cesare, a Dio quello che è di Dio. Perché nella Scrittura non c’è una concezione dello Stato. L’idea di Stato nasce infatti ad Atene non a Gerusalemme. Nella Bibbia c’è al massimo la concezione dell’autorità ma non dello Stato. Non si parla mai di uno Stato, si parla della città di Gerusalemme, della Gerusalemme celeste, che allude ad una organizzazione di città ma a un’organizzazione che sfugge alle categorie secolari. La concezione dello Stato nasce invece ad Atene: è in quella piazza, in quell’agorà che si sviluppano le idee di Stato e democrazia. La democrazia come partecipazione, coinvolgimento, mobilitazione, protagonismo del popolo. Il demos  parla e decide in quella piazza. Atene, quindi, come piazza e poi come sede della critica alla piazza. Anche il teatro nasce, infatti, ad Atene come rappresentazione della critica di ciò che avviene nella piazza. E dalla critica sorge l’esigenza della mediazione. L’esigenza della politica. La politica è infatti l’arte, il mestiere, di trovare un punto di convergenza fra l’azione, la scelta, la volontà del popolo e la critica a quella volontà: la mediazione è la politica.<br />
Ma la mediazione può avvenire su tanti piani. E si è ben presto avvertita l’esigenza di darsi una categoria guida: non si può fare una mediazione senza un filo e un obiettivo. Deve corrispondere ad un disegno ed è qui che nasce l’esigenza di associare alla funzione della mediazione la dimensione dell’etica. E’ a quel punto che  il cristianesimo interviene, per dire la sua relativamente alla dimensione etica, ed è a quel punto che il cristianesimo incontra la democrazia. E qui c’è la ragione di quell’incipit iniziale dell’opera, di cui tutti almeno abbiamo sentito parlare, di Benedetto Croce: “Perché non possiamo non dirci cristiani”. Voi sapete che Benedetto Croce non era un credente, e le righe con cui inizia questa opera ve le leggo perché sono molto interessanti: «Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta, così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire come  un miracolo, una rivelazione dall’alto, un intervento di Dio nelle cose umane che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo al fatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, quella francese come quella bolscevica, tutte le maggiori scoperte che segnano la storia umana non sostengono il suo confronto e sembrano rispetto a lei particolari e limitate. Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell’arte, della filosofia, della libertà politica e Roma del diritto». Voi capite allora la portata dell’intreccio che il cristianesimo ha avuto con la democrazia e con lo Stato. È la trama di un pensiero rivoluzionario. Potremmo fare tanti esempi. Pensate a cosa voleva dire, 2000 anni fa, Plinio il Giovane quando scrive dalla Palestina all’imperatore  Traiano: «Qui giù c’è la peste». E la peste era quella di chi sosteneva che gli uomini sono tutti uguali. C’è qualche cosa di più rivoluzionario di questo? “La peste” di chi diceva che se ti aggrediscono, tu porgi l’altra guancia. “La peste” di chi dice che gli ultimi saranno i primi. E potremmo continuare. “E questa peste ben presto raggiungerà Roma”.<br />
Pochi giorni fa sono andato a un convegno con alcuni colleghi del nostro gruppo in Valtellina, e lì mi hanno chiesto la sera di parlare – fuori programma &#8211; di Don Mazzolari, un prete un pò “strano”, che tra l’altro scrisse un libretto: “Viaggio in Sicilia”, edito da Sellerio, che vi suggerisco di leggere. Era piuttosto noto questo prete perché in tempo di scomunica difendeva i comunisti, perciò fu messo all’indice, e gli fu imposto di non parlare e di non scrivere più.  Era un grande predicatore, ed è stato riabilitato da Papa Giovanni solo nel ’59, e, come capita sempre nelle vicende della chiesa, a 50 anni di distanza dalla sua morte, Papa Benedetto lo ha proposto come modello per tutti i sacerdoti. E’ il destino dei santi di essere riconosciuti con anni di ritardo. Ebbene, Mazzolari, a proposito della predilezione degli ultimi, non accettava ad esempio la classica divisione di classe tra padroni e proletari, ma, diceva, la vera discriminazione è quella fra i ricchi e i non ricchi. Guardate che è molto bella questa distinzione. La divisione nella società è fra ricchi e non ricchi, cioè non ancora ricchi, ma il giorno in cui questi ultimi diventeranno ricchi, anche loro si comporteranno come i già ricchi. Come nella lettera di Don Milani a Pipetta in cui si sostiene lo stesso concetto: «Pipetta, io ti accompagno nella tua rivoluzione contro il padrone, ti accompagno fino all’ultimo giorno. Ma sappi che l’ultimo giorno io ti tradirò, perché quando avremo assaltato la cancellata della villa tu sarai contento e realizzato e io da quel momento, da quel punto ripartirò, ti tradirò». Se non capiamo che cosa storicamente ha rappresentato il cristianesimo come rivoluzione permanente, come eversione dello status quo, facciamo fatica a capire molte altre cose, compreso l’art. 7 della nostra Costituzione.<br />
Torniamo al testo dell’articolo: «Lo Stato e la chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani». Dossetti spiega la ragione per cui l’articolo 7 si esprime in quel modo. “Esso è nato, &#8211; leggo testualmente dal suo intervento in data 21 marzo 1947 &#8211; da una mia proposta che tendeva ad una affermazione più rigorosamente tecnica. La proposta che io avevo fatto era questa: “Lo Stato riconosce come originari l’ordinamento giuridico internazionale, gli ordinamenti degli altri Stati e l’ordinamento della Chiesa”». Dossetti dice insomma che nell’art. 7 si è voluto affermare una parità tra due ordinamenti originari. «Che cosa vuol dire &#8211; continua Dossetti &#8211; riconoscimento dell’originarietà dell’ordinamento giuridico della Chiesa cattolica, se non appunto riconoscimento della indipendenza e sovranità della Chiesa stessa ? E che cosa significa indipendenza della Chiesa […] se non appunto affermazione dell’ originarietà dell’ordinamento canonico ?». L’ordinamento originario secondo Dossetti: «è ogni ordinamento che non deriva la propria giustificazione e il proprio fondamento da altro, così che, si noti bene, la sua giuridicità, cioè la norma prima che sta alla sua base si confonde con l’esistenza storica della società, di cui l’ordinamento è la veste giuridica». Lo Stato ha un ordinamento originario perché il suo ordinamento se lo dà lui stesso. L’ordinamento della Magistratura non è originario perché le viene riconosciuto dallo Stato. E quindi si potrà dire che la Magistratura è separata, è distinta, indipendente, ma non che è sovrana perché la sua è una indipendenza che le viene “concessa”, essendo fondamentale per il corretto funzionamento dell’ ordinamento democratico. L’ordinamento della Chiesa è invece un ordinamento originario perché attiene ad una facoltà che è sua propria di definire il  funzionamento di sé medesima,  diciamo così, il suo essere chiesa, il suo proporsi come chiesa. «Ordinamento derivato &#8211; continuerà Dossetti &#8211; invece è ogni ordinamento che desume – deriva &#8211; la sua giuridicità, cioè la sua qualità di ordinamento giuridico da un ordinamento superiore:” Sostanzialmente è questo il genius, il nucleo dell’ art. 7. Dossetti replica alle contestazioni sollevate dall’on. Cevolotto il quale sosteneva: ma perché non lo si riconosce anche alle altre Chiese? E allora lui spiega perché le altre Chiese o non sono Chiese (la religione ebraica o la religione islamica ad esempio, non hanno un loro ordinamento originario perché non sono strutturate) organizzate cioè come Chiesa, o sono Chiese riformate, le chiese protestanti, che rifiutano espressamente l’ordinamento ecclesiale. Non possiamo, infatti, dimenticare che Martin Lutero alle mura del castello di Wittenberg non bruciò soltanto la bolla papale di scomunica, ma bruciò anche il Corpus Iuris Canonici, qualificandolo come ereticale, antinaturale, anticristiano.<br />
Ciò non significava che non avessero libertà di espressione e azione anche le altre religioni, perché la Repubblica italiana non è una Repubblica confessionale, e nell’art. 8, non a caso, si dirà che tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge, «le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano». Ma non si può pretendere che ci sia un Concordato, cioè un’intesa particolare che riconosca reciprocamente le rispettive sovranità quando appunto manca il presupposto.<br />
Ma il rapporto della Costituzione italiana con il cristianesimo per tutte le considerazioni che vi ho fatto, non è un rapporto che si esaurisce dentro i confini dell’art. 7, è un rapporto che si vede anche in molti altri articoli, in molti altri principi fondamentali, proprio perché sono principi che hanno presupposto un punto di incontro fra il pensiero cristiano e il pensiero ideologico laico presente nel dibattito politico, che era allora quello comunista, socialista, e liberale. E allora penso a tutta la serie delle questioni attinenti l’area dei diritti, l’art. 2, l’art. 3 o il riconoscimento del valore del mercato, funzionalizzato ad obiettivi sociali. L’iniziativa economica  privata è libera, e questo è assodato ma, «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».<br />
Allora voi vedete che anche in questi articoli che definiscono i rapporti socio-economici, c’è sempre un ancoraggio o un collegamento con i primi 12, i principi fondamentali, in cui si verifica il momento di incontro più alto e virtuoso fra un pensiero cristianamente ispirato e un pensiero ispirato da ideologie umanistiche molto prossime al punto che, come vi ho appena detto leggendo quel brano di Benedetto Croce, tutte sono in un qualche modo figlie di rivoluzioni a loro volta derivate dalla rivoluzione cristiana. Tant’è che un pensatore cristiano che ha sicuramente influenzato i costituenti italiani, Jacques Maritain, sosteneva che lo stesso comunismo era un’eresia del cristianesimo.<br />
E quindi l’influenza del Cristianesimo o della cultura cristiana nella nostra Carta costituzionale si dipana in molti articoli, al punto che possiamo dire che la nostra Costituzione non è una Costituzione agnostica perché, come dice Habermas, le costituzioni non sono mai neutrali e imparziali, ma prendono parte. La nostra Costituzione prende parte, nel senso che si lascia guidare da e indica come obiettivi  alcuni valori ben precisi quali la centralità della persona, l’uguaglianza, la giustizia, la pace, i diritti umani a partire da quello del lavoro individuato non a caso a fondamento della Costituzione stessa. In sostanza è una Costituzione laica ma non agnostica. In sintesi questo è l’art.7: laicità ma non agnosticismo e antagonismo con la Chiesa.</p>
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		<title>Giordano Boldrini a un mese dalla scomparsa</title>
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		<pubDate>Sun, 29 May 2011 16:12:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>

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di Pierluigi Castagnetti
Modena, Palazzo Europa, 07 marzo 2011
Si fa fatica a parlare di un amico ad un tempo così breve dalla sua scomparsa. E per altro guardando questa sala mi chiedo qual’è la ragione per cui quando ricordiamo qualche amico che è scomparso ci troviamo sempre in tanti. Evidentemente perché la politica, in un’altra stagione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2083" title="Boldrini_2" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/05/Boldrini_21.jpg" alt="Boldrini_2" width="118" height="126" /></p>
<p>di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Modena, Palazzo Europa, 07 marzo 2011</em></p>
<p>Si fa fatica a parlare di un amico ad un tempo così breve dalla sua scomparsa. E per altro guardando questa sala mi chiedo qual’è la ragione per cui quando ricordiamo qualche amico che è scomparso ci troviamo sempre in tanti. Evidentemente perché la politica, in un’altra stagione rispetto a quella che stiamo vivendo oggi, era un’esperienza di vita. Per molti di noi era una situazione che coinvolgeva e che tesseva relazioni di amicizie profonde. Era l’occasione, lo strumento e il luogo in cui si diventava amici e si rimaneva tali per tutta la vita, perché era animata da una passione, da una fede, da un senso del dovere, ma anche dal senso di una missione. Lo voglio dire perché mi auguro che fra molti anni chi ci sarà e ricorderà i politici di oggi possa ritrovare questo spirito. Oggi è molto difficile descrivere la politica come il luogo dell’amicizia, delle passioni calde, della fede, degli ideali, delle convinzioni, insomma di quel sentire che lega per tutta la vita. <span id="more-2081"></span>Ma non lo dico con rimpianto semplicemente faccio una constatazione. Ci sarà una ragione se ci si trova in tanti. Non è per una nostalgia, è perché non è scomparso un uomo che ha fatto politica, è venuto a mancare uno di una famiglia perché la politica era un’occasione per creare relazioni simili a quelle di una grande famiglia. Giordano era sicuramente un uomo di qualità. Molto schivo e generoso. Non era l’unico, in questo palazzo ce ne sono stati e ce ne sono tanti che operano in questo modo, ma lui sicuramente incarnava lo spirito del tempo di allora. Mai esposto con le proprie ambizioni, mi verrebbe da dire mai interessato e sempre disponibile. In questo consiste una concezione della politica veramente come servizio. E’ stata ricordata seppur rapidamente la sua esperienza, la sua biografia. Dall’Azione Cattolica alla Democrazia cristiana è il percorso di tante generazioni che sono presenti questa sera. Si arrivava alla responsabilità politica normalmente dall’impegno ecclesiale e dunque si trasferiva in essa quella tensione che si era acquisita e che si era imparata nell’esperienza ecclesiale. In forza di ciò in Giordano, che era laico negli atteggiamenti e asciutto, capace di parlare concretamente dei problemi vi era una profondità spirituale, un’ ispirazione mai esposta, mai esibita, mai vantata ma che lo sosteneva con forza. Non a caso nella parte finale della sua vita era diventato accolito nella sua parrocchia. Non è che è stata una conversione finale, è stata semplicemente la epifania: la manifestazione di quello che Giordano è stato per tutta la vita. Ha fiancheggiato Gorrieri nel suo lavoro di ricerche. Vi era una diversità generazionale ma ha incontrato Gorrieri soprattutto come leader della Democrazia cristiana cui aderì extra statutariamente a 16 anni, quando ci si poteva iscrivere al Movimento Giovanile a 18. Ma poi lo ha incontrato anche come collaboratore quando Gorrieri era divenuto un ricercatore e uno studioso diventando a sua volta, attraverso il percorso di Ermanno, anche lui un esperto.<br />
Giordano era divenuto un esperto nelle materie che aveva imparato a trattare, a studiare e a maneggiare insieme ad Ermanno. Ed è rimasto a Roma, senza nessuna concessione da parte di chicchessia, oltre il mandato troppo breve al ministero di Ermanno, proprio perché in quell’occasione aveva avuto la possibilità di farsi conoscere come uomo competente, serio e schivo. Da Gorrieri, mi pare si possa dire, che ha imparato tante cose: sicuramente il distacco personale che non è una condizione così frequente nella vita politica. Fare politica cioè con distacco, non per convenienza e per interesse, senza calcolo. L’oggetto delle sue ricerche è sempre stato, insieme a Gorrieri appunto, l’uomo che soffre l’ingiustizia, qualsiasi tipo di ingiustizia. Era l’ingiustizia la cifra degli studi gorrieriani e boldriniani e ha conosciuto anche la necessità della professionalità nell’impegno politico. La politica è troppo abitata da persone di competenza generica. Ecco Gorrieri aveva questo di proprio, era consapevole che in politica si poteva esercitare un’influenza se si sapeva qualcosa in più e meglio degli altri. Perché l’influenza si esercita in questo modo. C’è chi la pratica perché mette sul tavolo il peso di pacchetti di tessere e c’è chi la esercita perché ne sa di più di altri.</p>
<p>Di Giordano anch’io ho tanti ricordi personali. Ricordo le parole abbastanza distillate, non è che parlasse molto, ma sapienti e mai banali. Le parole che diceva esprimevano un pensiero, non erano di circostanza. Se doveva dire delle cose banali non le diceva. Ricordo anche i silenzi che sono altrettanto importanti perché descrivono le caratteristiche di un uomo che sapeva ascoltare gli altri. Ed è diventato quella personalità, quell’uomo di qualità proprio per questa qualità. E sotto questo profilo è un esempio di politico non frequente oggi ma prezioso come modello da utilizzare e da seguire anche oggi. Mi è stato chiesto di utilizzare Giordano non per una celebrazione diffusa della sua figura, e mi fermo qua, ma di utilizzarlo come “pretesto” perché probabilmente lui avrebbe gradito che questa sera noi parlassimo di cose importanti che prendendo spunto dalla sua biografia e dalla sua esperienza possano servirci alla riflessione di oggi. E mi è stato appunto suggerito di parlare del problema dei cristiani in politica oggi prescindendo dalla sua vicenda personale. Ma credo si continui a parlare di Giordano parlando anche di questo tema proprio perché Giordano era un cristiano impegnato in politica: militava da cristiano e vi era entrato da cristiano. Oggi si sa che la presenza in politica dei cristiani ha assunto caratteristiche del tutto diverse da quelle del passato, è una presenza sempre più faticosa, immagino da entrambi i lati dello schieramento, nel senso che posso solo dar testimonianza di quel che avverto nei luoghi che frequento io. Vedete, credo che se sul piano politico si stia esaurendo il ciclo di quello che abbiamo chiamato il berlusconismo, parallelamente ho l’impressione che stia consumandosi anche la stagione ecclesiale che ha segnato anche la vita politica del nostro paese non solo quella della Chiesa. La fase che ha accompagnato la lunga traiettoria della chiesa italiana del cardinal Ruini, il così detto “ruinismo”. Non li metto sullo stesso piano, sia chiaro, anche se non mi sfuggono gli intrecci.<br />
La domanda a cui cercherei ora di rispondere è questa: in che cosa consiste il tanto discusso oggi disagio dei cristiani in politica ? Mi pare che si possa dire che anche ai tempi in cui c’era la Dc c’era una separazione tra l’impegno politico e la dimensione ecclesiale. Eppure i cristiani che erano impegnati in politica avevano la percezione di una rappresentanza al di là di come era strutturata la forma partito, avvertivano che il mondo cattolico a sua volta si sentiva rappresentato da quei cristiani impegnati in politica. Noi abbiamo definito quella modalità nel lessico nel nostro dizionario politico il “cattolicesimo democratico”. Eppure cosa è successo negli anni della parabola ruiniana ? Abbiamo capito che i cattolici democratici, a un certo momento sono apparsi come un ingombro, e via via che sono passati gli anni anche chi era impegnato sul versante della politica sentiva che non c’era più la rappresentanza di ciò che stava a monte. E quindi il dubbio di operare a titolo personale e non con l’adesione convinta di chi in passato sentivi sempre prossimo e vicino ha creato e crea una condizione di difficoltà.</p>
<p>Perché questo è accaduto e cosa, secondo me, bisogna fare per uscire da questa situazione? A me pare che per dare un’interpretazione socialmente corretta, non dico polemica, neanche critica del ruinismo va fatta una riflessione su una chiesa che ha utilizzato la fine della Democrazia Cristiana per ragionare su sé stessa e darsi una nuova strategia, una nuova modalità di presenza nella scena della storia del nostro paese. E ciò prende le mosse da quello che è ricordato nel libro di Giovagnoli su Scoppola che è uscito in questi giorni, in cui Pietro Scoppola definisce gli anni ottanta “l’età del vuoto etico”. La chiesa consapevole di questo vuoto etico ha cercato di dotarsi di una strategia attraverso una risposta importante. La reazione è consistita nella scelta di prendere in mano direttamente un paese che viveva una condizione di disagio. Sulla scia della chiesa medievale, che aveva civilizzato l’Europa, la propria ambizione era quella, in qualche misura, di realizzare una nuova civilizzazione etica del paese. Sarebbe fin troppo facile dire “ma non abbiamo visto tutto questo”, abbiamo percepito solo una preoccupazione politica. Dietro quest’ultima c’era un disegno ambizioso che veniva declinato con il progetto dell’inculturazione della fede. L’idea che l’Italia fosse smarrita anche per responsabilità di chi l’aveva governata. La convinzione quindi di doverla riprendere in mano. E questo è un obiettivo assolutamente declamato e chiaro.<br />
E’ finita la stagione di Ruini anche perché Ruini è uscito di scena. Noi dobbiamo sapere però che questo disegno è, al netto del politicismo, un modello, la cifra anche del pontificato di Benedetto XVI. Benedetto XVI se voi ci pensate, con gli obiettivi che ha indicato della lotta al relativismo, del recupero del diritto naturale che proprio perché è diritto naturale, appartenente alla natura, dovrebbe riguardare tutti, lo assume, quindi, nella dimensione religiosa e questo è storicamente una novità, perché il diritto naturale e la presenza della chiesa sono sempre state cose separate.<br />
Quando dice, “auspico una nuova generazione di politici cristiani”, non allude a un giudizio concreto sui politici cristiani che sono presenti oggi, ma afferma l’esigenza di reinventare una nuova modalità di essere impegnati come cristiani in politica. L’indicazione dei cosiddetti “valori non negoziabili” come il terreno attraverso il quale si segna la presenza della chiesa in questo momento storico e attraverso cui si pensa di ricostruire un tessuto etico e civile del paese, s’intende esplicitamente condizionare l’impegno politico dei cristiani. La dizione “valori non negoziabili” appare per la prima volta nella nota sull’impegno politico dei cristiani del 2004 scritta dall’allora cardinale Ratzinger capo del Sant’Uffizio, prima non si era mai usata questa locuzione. Pizzolato, un filologo successore nella cattedra che fu di Lazzati, faceva recentemente questa osservazione: la lingua della chiesa come è noto è il latino, normalmente in passato i documenti venivano scritti in latino e poi tradotti nelle lingue nazionali. Da un po’ di tempo è invalsa invece un’altra abitudine. Si scrivono nelle lingue nazionali e poi sono tradotti in latino, ma in ogni caso è depositato il testo in latino. Di questa nota non c’è la traduzione latina. Ha fatto lunghe e approfondite ricerche ma non c’è la trasposizione latina. Perché è difficile persino tradurre in latino un concetto così “drastico”. Ma noi non capiremmo questo momento se non riflettessimo su questo dato, su ciò che la chiesa sta facendo e sta dicendo a proposito dell’impegno politico dei cristiani.<br />
E dall’altra parte ci siamo noi cosiddetti cattolici democratici. Che cosa è il cattolicesimo democratico? Sono state date tante definizioni. Guido Formigoni definisce il cattolicesimo democratico, come una sensibilità nello stesso tempo culturale, politica ed ecclesiale. Pizzolato invece dà questa definizione: il cattolicesimo democratico è una cultura antropologica cioè la traduzione di principi filosofici in un modello antropologico. Nella Lumen Gentium al punto 31 c’è una definizione che è scolpita in modo inequivocabile: “è compito dei laici trattare le cose temporali per ordinarle secondo i disegni di Dio”, quindi è competenza dei laici trattare le cose temporali, è competenza dei laici e non dei clerici. Maneggiare la storia, occuparsi di politica, è competenza dei laici. E in un’ottica ecclesiologica se è competenza vuole dire che lo spirito assiste i laici quando si “usa” la politica. E poi vi è la definizione di cattolicesimo democratico che ci ha lasciato Scoppola in quel bellissimo libro su De Gasperi del 1977, dicendo che il cattolicesimo democratico è il patrimonio di quei cattolici che hanno fatto il metodo della democrazia in questo paese. E i cattolici che hanno considerato lo stato e la democrazia come valore in sé, come un principio non negoziabile, come valore teologico. Wolfgang Böckenforde, un giurista tedesco, accusava la cristianità tedesca di avere smarrito il valore dello stato di diritto negli anni trenta, quando si illuse di potere inseminare la società dei valori della tradizione cristiana a prescindere dallo stato di diritto, e troppo tardi si è accorta che non v’era valore che si potesse trasmettere agli uomini se non all’interno del sistema di diritti che consentisse a tutti gli uomini di vivere i loro valori e quindi dello stesso stato di diritto, vissuto come primo valore, da cui discende la fruibilità degli altri valori, anche quelli cristiani.<br />
Questa è la novità dei cristiani in politica: è il contributo che i cristiani impegnati in politica hanno dato alla loro chiesa. Farle capire che non c’è valore che possa essere usufruito se non c’è uno stato di diritto che consenta il rispetto di tutte le posizioni e garantisca a tutti i cittadini appunto la fruizione dei diritti. E vedete i cattolici che storicamente sono stati sempre fedeli a questo paradigma sono i cattolici democratici. Durante un consiglio nazionale del 1949 della Democrazia Cristiana, all’indomani della scomunica dei comunisti, dopo la vittoria politica del 1948 e dopo che la Dc aveva rifiutato di fare ciò che era stato fatto in Germania, la messa fuori legge dei comunisti, De Gasperi afferma che la chiesa si muove su un piano storico diverso da quello di noi politici. “Sulle scelte politiche noi riteniamo che la competenza spetti a noi e al parlamento”. Voi capite la ragione per cui alle nostre spalle e anche nel nostro presente cambiano i protagonisti, ma c’era un’altra difficoltà: questa chiesa ci stima ma non ci ama. Ci stima perché non può non apprezzare la serietà di questi discorsi, ma non ci “ama” perché ritiene che questi ragionamenti mettano in discussione la sua strategia. Di fronte a questo non è che noi possiamo mostrarci indifferenti ma se vogliamo giocare un ruolo importante sulla scena politica e utile ad essa e, mi sia consentito dire, favorevole anche al Partito Democratico, dobbiamo farci carico di questo problema. Se oggi c’è una separazione, una distanza, una incomprensione e una difficoltà da parte dei cattolici a riconoscersi in noi e nel partito in cui stiamo militando non è un problema che non ci interessa, è un problema su cui dovremo riflettere. L’incomprensione non ci autorizza a polemiche frontali con la chiesa, così facendo renderemmo un cattivo servizio al nostro compito politico e alla causa alla quale stiamo contribuendo. A me interessa e turba il fatto che la gran parte della comunità ecclesiale non capisca queste posizioni. Nel suo ultimo libro, Un cattolico a modo suo, Scoppola arriva a porsi dei dubbi quando afferma: “chissà se abbiamo fatto bene quando, sul referendum sul divorzio, abbiamo rotto, al di là delle nostre intenzioni, la comunione ecclesiale”. Dico ciò perché i cattolici democratici che hanno fatto la storia di questo paese questo problema se lo sono sempre posti. E ponendoselo hanno anche evitato la separazione dalla comunità ecclesiale. Allora noi non siamo autorizzati a delle disinvolte spaccature o a sottovalutare la necessità di vestire gli “abiti virtuosi”, per usare un’immagine dossettiana, che comprendono tra l’altro una formazione spirituale importante prima dell’impegno politico.<br />
Dobbiamo accettare da ultimo la fatica e la pazienza di spiegare e di spiegarci. Noi dobbiamo dirci e dire che il compito dei cristiani che sono impegnati in politica non è soltanto il salvarsi l’anima come tutti i cristiani, ma salvare la città. Sant’Agostino afferma che è compito dei politici realizzare la pace. La città deve trovare pace, e i cristiani debbono sapere che per trovare una forma di pace nella città occorre conseguire delle soluzioni in cui tutti si riconoscono e nessuno si senta escluso. Questo è il compito della politica e dei cristiani impegnati in politica. E dirci che i valori della tradizione cristiana, parlo proprio di quelli non negoziabili, sono già stati cancellati dall’esperienza storica di questo tempo e semmai si debbono negoziare proprio per recuperarli.<br />
Ecco tutto questo dobbiamo farlo con lo spirito, lo stile, il rispetto, la pazienza, come diceva Scoppola, dei figli della chiesa che cercano di spiegarsi e che non vogliono dividere sapendo che questo è l’unico servizio che noi possiamo rendere alla nostra chiesa.<br />
Diceva Moro nel 1976: “i dati della coscienza morale e religiosa (allora venivano definiti così, i valori non negoziabili, nel linguaggio moroteo, ndr) sono costretti a compiere un salto qualitativo quando essi pensano di esprimersi sul terreno del contingente, cioè quando entrano in politica debbono essere declinati in modo diverso e con una disponibilità differente se debbono intrecciare il consenso di tutti”. “Anche per consentire alla chiesa di non doversi occupare di una vicenda molto difficile e rischiosa che esiste l’autonomia dei laici”. E dopo l’autonomia “c’è la nostra assunzione di responsabilità, il nostro correre da soli, il nostro rischio e il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare se possibile una testimonianza cristiana nella vita sociale”.<br />
A me pare che se uno dei tanti suggerimenti che la vita di Giordano Boldrini ci lascia, fra i tanti consigli, c’è anche quello di preoccuparsi come stare da cristiani in politica. Almeno io l’ho conosciuto anche per questo aspetto e questa sera, riflettendo su queste problematiche, abbiamo onorato la sua memoria.</p>
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		<title>C’è un limite per tutto e per tutti</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 07:55:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Roma, Camera dei Deputati, 05 aprile 2011
Signor Presidente,
ho molto rispetto per il parere espresso a maggioranza dalla Giunta per le autorizzazioni che ho l’onore di presiedere , ma ciò non mi impedisce di esprimere la mia opinione. E la mia, la nostra, opinione è che il provvedimento che la Camera si accinge ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2038" title="berlusconi-ruby" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/04/berlusconi-ruby.jpg" alt="berlusconi-ruby" width="186" height="122" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 05 aprile 2011</em></p>
<p>Signor Presidente,<br />
ho molto rispetto per il parere espresso a maggioranza dalla Giunta per le autorizzazioni che ho l’onore di presiedere , ma ciò non mi impedisce di esprimere la mia opinione. E la mia, la nostra, opinione è che il provvedimento che la Camera si accinge ad assumere sia totalmente privo dei presupposti di legittimità. Non è vero, infatti, che Berlusconi ha agito nell’interesse dello Stato, come richiederebbe la legge costituzionale 1 del 1989, quando ha telefonato alla Questura di Milano o quando ha organizzato le serate ad Arcore. Lì c’era di tutto e di più, tranne l’interesse dello stato.        <br />
Non può configurarsi, dunque, alcun conflitto fra la Camera e  la Magistratura, poiché la competenza a qualificare la ministerialità dei reati è indiscutibilmente posta in capo alla magistratura stessa: lo dicono gli articoli 96 e 101 della Costituzione, lo dice la dottrina, lo dice la giurisprudenza consolidata (vedi le sentenze della Cassazione sui casi De Lorenzo, De Michelis, Matteoli e Mastella). <span id="more-2037"></span><br />
La recente sentenza su quest’ultimo caso poi è inequivocabile. La S.C. dice infatti: “l’affermazione della Corte cost. secondo cui all’organo parlamentare  non può essere sottratta una propria autonoma valutazione della natura ministeriale o non dei reati oggetto di indagine giudiziaria  non può essere intesa…nel senso di negare all’autorità giudiziaria procedente la potestà esclusiva di qualificare la natura del reato”.<br />
Infatti, è ancora la S.C. a parlare, “il potere di qualificazione del reato, anche con riferimento alla sua natura, ministeriale o meno, spetta sempre all’autorità giudiziaria.”<br />
Se le cose stanno così, perché allora voi capigruppo di maggioranza avete avanzato questa istanza di conflitto avanti alla Corte e volete deliberarla proprio oggi alla vigilia della prima udienza della causa?<br />
Sicuramente per assecondare la strategia difensiva degli avvocati di Silvio Berlusconi.  Dopo le leggi ad personam per evitare i processi, ora anche i provvedimenti ad defensorem per aiutare il lavoro degli avvocati. In un certo senso il parlamento viene trasformato in una sorta di collegio difensivo allargato. Questa è la violenza che state consumando ai danni di questa istituzione. Pur essendo anche voi consapevoli dell’assoluta inconsistenza giuridica di questo atto, volete creare comunque le condizioni per un conflitto tra istituzioni, di cui in questo momento il paese non sente proprio il bisogno. Sapete infatti che il Tribunale di Milano non potrà sospendere il processo. E a quel punto attiverete infatti un’altra polemica con la magistratura.<br />
Ma, di più, non rinunciate a sperare che per qualche cabala interna alla Corte costituzionale, il processo possa, prima o poi, passare nelle mani del cosiddetto Tribunale dei ministri,  il quale, per procedere, dovrà chiedere l’autorizzazione a questa Camera che voi negherete. A quel punto il processo sarà finito. E Berlusconi potrà dire che ancora una volta è stato assolto, non da un giudice, ma dai numeri di quest’aula.<br />
Ma la forza dei numeri se non è accompagnata da quella della ragione e della giustizia, come ci ricordano i padri del pensiero liberale e del moderno costituzionalismo, da Coke ad Hayek, sino ai nostri Carnelutti, Mortati e Paladin “non crea il diritto”. Anzi lo offende!<br />
Volete che oggi il parlamento dica ciò che nessun italiano è disposto a credere, cioè che la sedicente Ruby era nipote di  Mubarak. Follia!<br />
Ma se anche per un solo minuto volessimo stare a questo gioco sconsiderato, dovreste dirci perché mai la nipote di un capo di stato straniero, minorenne, denunciata per furto, in un tempo che non è il Medioevo e in un paese che non è lo Zimbabwe, dovrebbe essere sottratta all’autorità di polizia e alla magistratura, e perché mai il suo ignaro zio in caso contrario avrebbe dovuto aprire un conflitto internazionale.<br />
Su via, riconoscete, colleghi della maggioranza, che c’è un limite per tutto e per tutti, che non può essere superato: quello del buon senso e della responsabilità!</p>
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		<title>Una legge difficile</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 10:03:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Roma, Camera dei Deputati, 09 marzo 2011
Signor Presidente, cari colleghi,
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2014" title="testamento-biologico1" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/03/testamento-biologico1.jpg" alt="testamento-biologico1" width="146" height="98" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 09 marzo 2011</em></p>
<p>Signor Presidente, cari colleghi,<br />
questa è una legge difficile, perché è la materia che è difficile. La morte è infatti la parte più importante della vita, e quella più difficile da vivere. È insieme un evento personale perché ogni morte appartiene a uno e un solo individuo, ed è un evento sociale perché se la vita è relazione con gli altri lo è non di meno la sua fine. E’ evento personalissimo, al punto che chi ne è esterno può solo accostarvisi in punta di piedi e in silenzio per non disturbare un incontro che in sé<br />
esclude interferenze. La legge non può intervenire perché non può comprendere (sia nel senso di capire che in quello di contenere) la grandezza, l’unicità e il mistero di quell’incontro. <span id="more-2013"></span>Per sua natura la legge oggettivizza, semplifica, cataloga, respinge il mistero e l’unicità. Per questa ragione una legge sul fine vita a mio avviso è un non senso. La fine della vita arriva, a modo suo, è un soffio, così come era stato un soffio l’inizio della vita.  Quel soffio non va né anticipato ne allontanato: basterebbe ribadire ciò che già dice l’ordinamento: no all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico. Ciò che precede è vita, malattia, cura, terapia sociale e sanitaria e lotta dura con la morte, proprio perché la morte non abbia l’ultima parola, ma poi, quando si è vinta, la si può, la si deve lasciare venire. Per i cristiani è l’amore che vince la morte, per tutti è la dignità, cioè il rispetto di sè e la responsabilità personale in primo luogo. Che c’entra la legge in tutto ciò? Ecco perché io sono da sempre, semplicemente contrario a qualsiasi legge. E fino a pochissimi anni fa mi sono compiaciuto di condividere tale convinzione con la gran parte della filosofia e della teologia e, sia detto, con la posizione ufficiale della Chiesa e, in Italia, dello stesso comitato Scienza e Vita. Dunque questa posizione, in sè, in linea di principio, è coerente con il pensiero cristiano, per chi è interessato a questo dato, e io lo sono. Non foss’altro perché credo nel valore sacro della vita. E sono contento che in un tempo di dilagante relativismo anche dei cardini fondanti la civiltà e l’umanesimo contemporaneo, come è questo, vi sia chi, come la Chiesa, proclama, pur se a volte incompresa e sbeffeggiata, questo semplice valore che fino a poco tempo fa era condiviso anche dalla cultura laica (mi vengono in mente le cose scritte tra gli altri da Hans Jonas): anche nel tempo secolarizzato la vita resta sacra. E’ una posizione non di conservazione o di estraneità all’attuale “spirito del tempo”, ma di anticonformismo e alterità rispetto a un nuovo senso comune costruito sul vuoto, sul nulla o sul poco. Ma ora, ci viene risposto e opposto da taluno, che le cose sono cambiate perché è intervenuta la sentenza sul caso Englaro e, se non si vuole essere ingenui, occorre fare una legge per evitare il ripetersi di un caso simile. A me sembra questo un argomento fragile che rappresenta, come ha osservato un intellettuale laico ma non ostile alla Chiesa, se non un alibi sicuramente una ossessione. Quella sentenza, si tratta di una sola sentenza, per quanto sbagliata laddove fra l’altro ricostruisce la volontà attraverso gli stili di vita di una persona (non è per un caso che in tutti i disegni di legge presentati si prevede che la volontà sia esplicitata e formalizzata) è frutto di un clima, della politicizzazione di una emozione lungamente mediatizzata e strumentalizzata, che non potrà ripetersi. E, anche perché contraddice numerose altre sentenze, non potrà fare giurisprudenza. Ma se proprio fosse questa la preoccupazione allora si abbia l’onestà di riconoscere che questo testo di legge produrrà una proliferazione di contenziosi da indurre una giuridicizzazione della morte senza precedenti nel nostro paese. Se invece la preoccupazione non detta, o non detta da tutti, è quella di evitare una deriva eutanasica, allora si dovrà considerare che la sottilissima barriera rappresentata dal divieto di inserire nelle DAT i processi nutrizionali vitali (perché solo l’acqua e il cibo e non anche l’ossigeno?), prima o poi non resisterà ai venti culturali e politici delle alterne maggioranze parlamentari. Meglio, decisamente meglio, scegliere il silenzio della legge a favore del buon senso, della responsabilità e dell’intelligenza che hanno sempre funzionato nell’alleanza terapeutica fra il paziente, la sua famiglia o il fiduciario e il medico, a cui la esperienza e gli affetti hanno tradizionalmente affidato la custodia, la rappresentanza, e la rappresentazione responsabile della volontà di chi,  incamminato nel suo personalissimo ultimo chilometro, avesse nel frattempo perso la facoltà di esplicitare la sua volontà. In quella alleanza terapeutica non sarà un codicillo che vieta o autorizza una certa procedura, ma la coscienza di quel medico e di quel famigliare o fiduciario che, se credente, registrerà, come ha recentemente detto il Cardinal Bagnasco citando Newman, l’”Eco di Dio” e, se non credente, sarà comunque la voce dell’amore che li ha legati alla persona che sta penando l’incontro con la morte. Quel momento sarà carico, una volta liberato il morente da macchine divenute inefficaci, di una potenzialità magisteriale che nessun documento o parola potrà anche solo avvicinare: la morte diventa così cattedra per chi la osserva e la ascolta dall’esterno. Ma come si possono scrivere questi sentimenti, questi valori, in un una norma ?<br />
Ecco perché vi diciamo di soprassedere. Fermiamoci.<br />
Meglio nessuna legge che una legge, dico io.<br />
Altri diranno, meglio nessuna legge che una legge cattiva.<br />
Per fortuna mi sembrano superati i toni di due anni fa quando sembrava che si fronteggiassero i sostenitori della vita da una parte e gli assassini dall’altra.<br />
La democrazia, cari colleghi, è luogo ospitale per le dispute filosofiche e teologiche, ma non è luogo adatto a risolverle: su Dio non si vota ! Oggi, se non altro, sembra che si disputi fra chi sostiene la necessità di una legge e chi no. Se ne può discutere civilmente escludendo in ogni caso una legge qualsiasi.<br />
Perché sulla sofferenza e sulla dignità delle persone non si interviene con una legge purchessia. Si ascoltino, dunque, ancora tutte le opinioni e i contributi intelligenti e generosi che anche oggi si leggono sui giornali. Ma poi, se la tecnica legislativa non consente passi ulteriori per migliorare il testo, mi auguro si abbia da parte di tutti l’intelligenza e la disponibilità semplicemente a fermarsi.</p>
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