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	<title>Pierluigi Castagnetti Blog &#187; La nostra Reggio</title>
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	<description>Il blog personale di Pierluigi Castagnetti</description>
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		<title>Lega a Guastalla</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 12:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti e Maino Marchi
Roma, Camera dei Deputati, 20 luglio 2010
Al Ministro per le politiche Agricole e Forestali
Premesso che con decreto del 15 giugno 2010, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Giancarlo Galan ha disposto la revoca del signor Marco Lusetti dall&#8217;incarico fiduciario di commissario ad acta dell&#8217;Ente nazionale della cinofilia italiana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1767" title="marco_lusetti" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/07/marco_lusetti.jpg" alt="marco_lusetti" width="123" height="118" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong> e <strong>Maino Marchi</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 20 luglio 2010</em></p>
<p>Al Ministro per le politiche Agricole e Forestali</p>
<p>Premesso che con decreto del 15 giugno 2010, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Giancarlo Galan ha disposto la revoca del signor Marco Lusetti dall&#8217;incarico fiduciario di commissario ad acta dell&#8217;Ente nazionale della cinofilia italiana (ENCI) conferito con decreto ministeriale n. 3907 del 20 aprile 2009;<br />
considerato che:<br />
secondo quanto espressamente riportato nel citato decreto ministeriale, la revoca dall&#8217;incarico del signor Lusetti sarebbe motivata da &#8220;gravi disfunzioni registrate nell&#8217;espletamento dell&#8217;incarico di Commissario ad acta, concretatesi in una serie di comportamenti e di atti illegittimi, <span id="more-1766"></span>adottati in violazione del potere conferito ed in spregio delle procedure dettagliate nell&#8217;articolo 4 del D.M. 3907 del 20 aprile 2009&#8243; e che &#8220;dall&#8217;esame della documentazione trasmessa dall&#8217;ENCI al Ministero emergono comportamenti eccedenti il mandato di Commissario ad acta, come definito nel D.M. n. 3907 del 20 aprile 2009 ed, in alcuni casi, contrari al diritto&#8221;;<br />
nello stesso decreto si fa riferimento a 62 delibere riguardanti aspetti organizzativi, amministrativi e economici relativi all&#8217;ENCI adottate dal signor Lusetti dichiarate nulle con la nota ministeriale n. 5238 del 25 maggio 2010 in quanto ritenute in violazione dell&#8217;articolo 4 del citato decreto ministeriale n. 3907 del 20 aprile 2009,<br />
si chiede di sapere:<br />
quali siano in dettaglio le violazioni di merito contestate al signor Marco Lusetti a giustificazione del provvedimento di revoca dell&#8217;incarico fiduciario di commissario ad acta dell&#8217;ENCI;<br />
in particolare, quale sia il contenuto delle citate delibere;<br />
quali siano stati i criteri che hanno condotto il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali pro tempore a nominare il signor Lusetti commissario ad acta dell&#8217;ENCI, ritenendo impossibile che siano state esclusivamente affinità di tipo politico a determinare tale scelta;<br />
quali misure il Ministro in indirizzo intenda assumere affinché sia garantita per il futuro piena trasparenza relativamente alle nomine e alla gestione stessa di ENCI e degli altri enti controllati dal Ministero.</p>
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		<title>Un uomo libero</title>
		<link>http://www.pierluigicastagnetti.it/2010/06/un-uomo-libero/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 14:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Reggio Emilia, 29 giugno 2010
Vorrei unire a quelli dei tanti che hanno parlato in questi giorni anche un mio breve ricordo di Romolo Fioroni.
Mi pare giusto ricordare che lo spessore morale e il carattere forte del maestro Fioroni furono temprati in un ambiente familiare singolarissimo di cui lui stesso parlava con orgoglio: la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1731" title="fioroni_romolo" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/06/fioroni_romolo1.jpg" alt="fioroni_romolo" width="127" height="95" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Reggio Emilia, 29 giugno 2010</em></p>
<p>Vorrei unire a quelli dei tanti che hanno parlato in questi giorni anche un mio breve ricordo di Romolo Fioroni.<br />
Mi pare giusto ricordare che lo spessore morale e il carattere forte del maestro Fioroni furono temprati in un ambiente familiare singolarissimo di cui lui stesso parlava con orgoglio: la mamma maestra, vedova con cinque figli da crescere, ha avuto un ruolo straordinario nell’educazione di tutti allo spirito di libertà e di carità. La porta della loro casa era sempre aperta e, in particolare, a chi si trovava in difficoltà, senza mai calcolo dei rischi. <span id="more-1729"></span>I fratelli Giuseppe ed Ermanno Dossetti trovarono proprio in quella casa riparo, accoglienza e sostegno. Così come Ermanno Gorrieri che operava però in Val d’Asta. Non a caso alla frazione di Costabona Dossetti legò il suo nome per due episodi importanti: è da lì che scrisse la lettera ai parroci della montagna, un documento fondamentale nella storia della Resistenza reggiana, ed è in quella chiesetta parrocchiale che decise durante un assedio, di forzare il tabernacolo ed assumere tutte le ostie contenute nella pisside per sottrarle alla profanazione dei nazisti, una scelta così drammatica e sconvolgente a cui – confiderà anni dopo a un amico – fece risalire la sua decisione di farsi poi sacerdote. Quelli erano appunto i giorni in cui era ospite in casa Fioroni.<br />
Ma di Romolo mi pare che debba essere ricordato, oltre al suo ardimento e alla sua profonda cultura popolare, il servizio reso alle istituzioni. E’ stato infatti amministratore della Cassa di Risparmio, consigliere provinciale per la DC e, per lunghi anni, presidente del Consorzio di Bonifica Tresinaro Secchia, distinguendosi sempre per dedizione, competenza e distacco personale.<br />
Fioroni è sempre stato uomo libero, anche quando faceva politica e insieme ad altri amici aveva fondato nella DC una corrente territoriale, il “Gruppo della Montagna” appunto.<br />
Era orgoglioso della sua origine e della sua natura di uomo indipendente, così fuori dagli schemi, testardo nel difendere le sue posizioni ( “io sono montanaro!”, qualche volta si compiaceva di ricordarlo con tono vagamente intimidatorio) combattente, sino all’ultimo per la causa della libertà e della giustizia.<br />
Finita la stagione dell’impegno politico si è dedicato al giornalismo, anche a quello televisivo, alla ricerca, all’associazionismo partigiano e ad ogni altro mondo possibile per continuare a servire la sua terra e la sua gente. “Vietato fermarsi” si può giustamente dire di lui, sotto tanti profili.</p>
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		<title>Il problema delle carceri italiane</title>
		<link>http://www.pierluigicastagnetti.it/2010/03/il-problema-delle-carceri-italiane/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 08:32:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti e Maino Marchi
Roma, Camera dei Deputati, 29 marzo 2010
Per sapere &#8211; premesso che:
-    nella notte fra sabato 27 e domenica 28 marzo nella Casa Circondariale di Reggio Emilia si è suicidato un detenuto utilizzando il gas di una bomboletta, legittimamente detenuta, ad uso di scaldavivande;
-    ad ogni detenuto sono ordinariamente assegnate in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1625" title="carcere" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/04/carcere.jpg" alt="carcere" width="127" height="105" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong> e <strong>Maino Marchi</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 29 marzo 2010</em></p>
<p>Per sapere &#8211; premesso che:</p>
<p>-    nella notte fra sabato 27 e domenica 28 marzo nella Casa Circondariale di Reggio Emilia si è suicidato un detenuto utilizzando il gas di una bomboletta, legittimamente detenuta, ad uso di scaldavivande;<br />
-    ad ogni detenuto sono ordinariamente assegnate in dotazione due bombole di gas;<br />
-    nella cella assieme al detenuto suicidatosi ne erano presenti altri due detenuti e, dunque, erano custodite ben sei bombole di gas;<span id="more-1626"></span><br />
-    durante la notte in cui si è verificato il drammatico evento era in servizio un solo agente a cui, per la cronica carenza di personale, era affidato il compito di controllo di non meno di 150 detenuti;<br />
-    quale è stata la effettiva dinamica dei fatti;<br />
-    quali provvedimenti intende assumere per:<br />
a)    commisurare la dotazione del personale in servizio alla Casa Circondariale di Reggio Emilia al clamoroso aumento della popolazione carceraria, fenomeno che rende, oltretutto,inaccettabili sotto ogni profilo le condizioni umane della detenzione;<br />
b)    eliminare le bombolette di gas- scaldavivande sostituendole con altre attrezzature più consone alle condizioni della vita carceraria;<br />
c)    indagare seriamente le ragioni per cui in questa Casa Circondariale gli episodi di suicidio si verificano da qualche tempo con preoccupante frequenza.</p>
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		<title>La loro lezione</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 08:53:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Reggio Emilia, 02 gennaio 2010
Nell’ultimo giorno dell’anno la nostra città ha dato l’ultimo saluto a due personaggi pubblici molto diversi anche se, per qualche aspetto, somiglianti: Dante Bigliardi e Pippo Bertani.
Mitico esponente del mondo dell’emigrazione reggiana il primo, carismatico rappresentante del volontariato cattolico il secondo. Erano accanto all’obitorio di Coviolo, visitati da file [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1527" title="00010883n" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/01/00010883n.jpg" alt="00010883n" width="100" height="83" /><img class="alignleft size-full wp-image-1528" title="00010884n" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/01/00010884n.jpg" alt="00010884n" width="100" height="83" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Reggio Emilia, 02 gennaio 2010</em></p>
<p>Nell’ultimo giorno dell’anno la nostra città ha dato l’ultimo saluto a due personaggi pubblici molto diversi anche se, per qualche aspetto, somiglianti: Dante Bigliardi e Pippo Bertani.<br />
Mitico esponente del mondo dell’emigrazione reggiana il primo, carismatico rappresentante del volontariato cattolico il secondo. Erano accanto all’obitorio di Coviolo, visitati da file ininterrotte di vecchi compagni di sinistra l’uno e di amici delle parrocchie della zona nord della città l’altro. Bigliardi era dirigente della FILEF nazionale, fino all’ultimo impegnato non solo a custodire la memoria di quella parte di popolazione reggiana che per mangiare dovette ingegnarsi in giro per il mondo, ma a cercare di trasformare quel lontano spirito di avventura in nuovo spirito di accoglienza verso altri uomini che oggi vengono tra noi per la stessa ragione. Solidarietà ricevuta e solidarietà data sono 2 facce della stessa medaglia di un valore genetico della sinistra oltreché del mondo cattolico.<span id="more-1526"></span><br />
Pippo Bertani per tante ragioni lo conoscevo meglio. Eravamo veramente amici, nati nello stesso anno, sposati nello sesso giorno, avevamo frequentato gli stessi preti e gli stessi ambienti sin da ragazzi. Era uomo instancabile nel dare, nel fare, nel trascinare, nel ribellarsi contro le ingiustizie, nel mettersi sempre in seconda fila e anche in terza. Il suo funerale nella palestra di Gavassa stracolma è stato un inno alla grandezza del cristiano quotidiano, mai in ferie dalla sua fede e dal dovere della coerenza da agire tutti i giorni, in tutti i luoghi. E’ stata anche una occasione – soprattutto per chi ha l’età giusta per tirare qualche somma – per riflettere sul film della propria vita. Lì, in quella palestra, al centro di un territorio particolarmente benedetto dal Signore, c’erano tante persone che conoscevo quasi una ad una per averle incrociate mille volte, persone semplici, lavoratori, “operai della vigna”, insieme alla generazione dei loro figli, tutte unite da un calore genuino e popolare: c’era insomma il popolo vero. Alla preghiera dei fedeli si sono alternati giovani calciatori dell’”Atletico” e della “Daino”, volontari caritas, catechisti, insegnanti, amici. Io e gli altri ex dirigenti della DC, del PPI e della Margherita avvertivamo che la pur rilevante esperienza politica di Pippo era poca cosa rispetto a tutte le altre cose che riempivano la sua vita. O forse era la stessa cosa. Riflettevo poi sul fatto che diversi dei sacerdoti celebranti erano figli o fratelli di dirigenti politici più o meno noti. Perché le famiglie dei cristiani più impegnati erano veramente laboratori di diversi carismi, quello presbiterale accanto a quelli sociale e politico. E’ questa la natura di quel tessuto sociale, quel mondo, quel popolo, quello delle parrocchie appunto.<br />
Oggi si fa gran parlare di radicamento della politica, intendendo ognuno spesso cose diverse. Per capire bene questa nostra terra reggiana non bisogna mai dimenticare che il PCI (e in certa misura anche il PSI) e la DC, pur così diversi, erano radicati perché non erano solo partiti, erano “popoli”. Il loro ancoraggio territoriale non era tanto dovuto alla disseminazione di numerosissime sezioni, quanto all’impasto umano di cui erano fatti: i loro dirigenti non erano “vicini” al popolo, ma “del” popolo, prima di tutto e soprattutto popolo loro stessi.<br />
Questa lezione che ci lasciano Dante Bigliardi e Pippo Bertani all’inizio del nuovo anno dovrebbe essere meditata bene, anzi imparata bene, dai politici di oggi.</p>
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		<title>Ricordo dell&#8217;On. Franco Boiardi</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 15:44:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Roma, Camera dei Deputati, 28 settembre 2009
Signor Presidente, onorevoli colleghi,
due giorni fa, il 26 settembre, è scomparso a Reggio Emilia il prof. Franco BOIARDI. Deputato della V legislatura nel gruppo del PSIUP.
Boiardi è stato un politico per tanti aspetti inquieto, di una inquietudine onesta e disinteressata. Sarebbe più giusto definirlo uno spirito singolarmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1425" title="Copy of Image034" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2009/09/Copy-of-Image034.jpg" alt="Copy of Image034" width="112" height="74" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 28 settembre 2009</em></p>
<p>Signor Presidente, onorevoli colleghi,<br />
due giorni fa, il 26 settembre, è scomparso a Reggio Emilia il prof. Franco BOIARDI. Deputato della V legislatura nel gruppo del PSIUP.<br />
Boiardi è stato un politico per tanti aspetti inquieto, di una inquietudine onesta e disinteressata. Sarebbe più giusto definirlo uno spirito singolarmente “libero”, da tutto fuorché dalla propria coscienza, insomma uno di cui si può ben dire, con il filosofo, che “ha cambiato spesso partito per non cambiare le proprie idee”. <span id="more-1424"></span><br />
E’ stato all’inizio democratico cristiano e, per una manciata di voti e per un intervento “esterno” di Amintore Fanfani, non divenne delegato nazionale dei giovani d.c. al congresso di Trento del 1954. Nel luglio del 1955, insieme a Giuseppe Chiarante e Umberto Zappulli venne sospeso dal partito per aver partecipato a un convegno dei “partigiani della pace”.<br />
Nel 1956 aderì al PSI.<br />
Sin da subito vicino intellettualmente e politicamente a Lelio Basso lo seguì nell’avventura del PSIUP nella cui fila divenne parlamentare nel 1968, subentrando a Umberto Zurlini, scomparso prematuramente.<br />
Negli anni settanta, esaurita tale esperienza, aderì prima al PCI poi alla Rete, poi si riavvicinò al PSI e, negli ultimi anni, si dedicò soprattutto alla ricerca storica.<br />
Fu amministratore locale coraggioso e innovativo.<br />
Guidò l’ospedale della sua città con rigore e fantasia fondando un polo sanitario di eccellenza nazionale.<br />
Ma non fu mai, come si capisce da queste brevi note, un “militante” di partito in senso classico, essendo insofferente di discipline e ideologie.<br />
Della sua unica legislatura parlamentare lascia traccia per essersi applicato a tematiche difficili, come il dibattito sul superamento del Concordato e l’istituzione del divorzio ma, solo in apparenza sorprendentemente, considerata l’ecletticità della sua intelligenza politica, non di meno per diverse iniziative legislative che andavano dal “Nuovo ordinamento dei Teatri lirici” e dalla “Riforma del teatro drammatico” a “Modifiche della imposta di ricchezza mobile sui redditi da lavoro dipendente e imposta complementare sui redditi complessivi”, alla “ Modificazione delle indennità di rischio per i tecnici di radiologia medica”, e alla  “Limitazione dei detersivi sintetici non bio – degradabili”.<br />
Ma Boiardi è stato soprattutto uno dei maggiori storici italiani della politica. Le sue opere più importanti sono state sicuramente le voluminose “Storia delle dottrine politiche” e “Storia del Parlamento italiano”.<br />
Ma non vanno dimenticati gli studi su Giuseppe Dossetti, Meuccio Ruini, Camillo Prampolini, Gianlorenzo Basetti e, negli ultimi tempi, su Flaminio Piccoli e Giuseppe Medici.<br />
Da anni collaborava con un centro studi legato alla casa editrice Ebe, per i cui tipi ha – tra gli altri titoli – pubblicato il “Centro Cristiano Democratico” e  la voce “I Popolari” nella grande “Enciclopedia della Politica”. Insieme a lui c’era un gruppo di amici degli anni cinquanta, fra cui Baldassare Armato, anche lui ex parlamentare, che se n’è andato solo tre giorni prima di lui.<br />
Continueranno ancora a discutere, oggi in altra sede, anche se a noi mancheranno i loro insegnamenti e i loro scritti.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Più polizia con l&#8217;ndrangheta in Emilia Romagna</title>
		<link>http://www.pierluigicastagnetti.it/2009/09/piu-polizia-con-lndrangheta-in-emilia-romagna/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2009 15:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti e Maino Marchi
Roma, Camera dei Deputati, 23 settembre 2009
I sottoscritti deputati CASTAGNETTI e MARCHI chiedono di interpellare il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, IL MINISTRO DELL’INTERNO, IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA per sapere premesso che &#8211; :
L’Emilia Romagna, come le altre regioni del nord caratterizzate da notevoli attività in tutti i settori industriali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1419" title="polizia_stradale2" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2009/09/polizia_stradale2.jpg" alt="polizia_stradale2" width="147" height="98" /><strong>di Pierluigi Castagnetti e Maino Marchi</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 23 settembre 2009</em></p>
<p>I sottoscritti deputati CASTAGNETTI e MARCHI chiedono di interpellare il PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, IL MINISTRO DELL’INTERNO, IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA per sapere premesso che &#8211; :</p>
<p>L’Emilia Romagna, come le altre regioni del nord caratterizzate da notevoli attività in tutti i settori industriali e – conseguentemente – da considerevoli livelli di ricchezza e di benessere, da vari anni è al centro dell’attenzione e di una vera e propria strategia di penetrazione da parte di diverse centrali della criminalità mafiosa, <span id="more-1418"></span>in particolare da quelle della n’drangheta calabrese;<br />
dedite non solo al commercio della droga e delle armi, ma anche al riciclaggio e alla gestione diretta di attività industriali e forse anche commerciali,  fenomeno che via via sta inquinando gravemente non solo il tessuto economico ma quello della vita sociale di diverse aree urbane;<br />
il ministro della giustizia, sulla base anche di studi ampiamente noti di diversi studiosi fra cui quelli dei proff. Enzo Ciconte e Antonio Nicaso, più volte illustrati in diverse manifestazioni pubbliche in tutta la regione e – in particolare – nella provincia di Reggio Emilia, ha di recente affermato che lo sviluppo economico dell’Emilia Romagna, determinatosi grazie allo spiccato dinamismo di piccole e grandi imprese, rappresenta indubbiamente motivo di attrazione per la criminalità organizzata, benché il tessuto sociale e la azione di contrasto delle forze di polizia costituiscano un importante contrafforte. E’ frequentemente segnalata l&#8217;operatività di elementi appartenenti ad organizzazioni di tipo camorristico, mafioso e di origine calabrese (`ndrangheta). Secondo quanto risulta agli uffici giudiziari, i soggetti legati alla camorra riconducibili al «clan dal Casalesi» sono presenti in particolar modo nella provincia di Modena, soprattutto nell&#8217;area che abbraccia i comuni di Castelfranco Emilia, Nonantola, Bomporto, Soliera, S. Prospero, Bastiglia e Mirandola. Le attività illecite esercitate si concentrano per lo più in estorsioni e gestione del gioco d&#8217;azzardo. Proprio in un contesto estorsivo deve inquadrarsi l&#8217;episodio avvenuto in data 8 maggio 2007 in cui un «commando», proveniente dall&#8217;agro aversano, ha gambizzato con colpi di arma da fuoco un imprenditore edile originario di San Cipriano D&#8217;Aversa, operante nella provincia di Modena. Tuttavia, la profonda conoscenza del fenomeno e l&#8217;attività d&#8217;indagine delle forze di polizia ha permesso l&#8217;immediata cattura ed arresto dei responsabili, appartenenti al «clan dei casalesi» avvenuta lungo l&#8217;autostrada A1, nei pressi di Firenze;<br />
sempre a detta del Ministro Alfano, nell&#8217;ambito dei reati estorsivi vanno, altresì, collocate le condotte delittuose di estorsione ed usura poste in essere dal «clan D&#8217;Alessandro» di Castellammare di Stabia ai danni di un concittadino che aveva aperto un ristorante a Salsomaggiore. Il relativo procedimento si è concluso con sentenza del tribunale di Parma, che ha condannato a pene elevate (anche in forza dell&#8217;articolo 7, legge n. 203 del 1991) i 5 imputati, tutti appartenenti al «clan D&#8217;Alessandro». Secondo il ministro Alfano, ai fini della comprensione dell&#8217;estensione delle espansioni criminali di cui si è detto, deve ritenersi essenziale un&#8217;indagine della DDA di Napoli che ha interessato la città di Parma. Tale attività ha portato all&#8217;arresto, unitamente a numerosi camorristi del clan diretto dai fratelli Pasquale e Michele Zagaria, di due imprenditori di Parma. Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali e dalle investigazioni espletate dalla DDA di Bologna è emerso uno spaccato di particolare interesse, riguardante le ramificazioni della mafia nel territorio emiliano, con riferimento alle modalità con le quali si ottenevano delicati ed oltremodo remunerati sub-appalti nell&#8217;ambito del lavori della linea del treno ad alta velocità. Sono stati infatti accertati contatti con il capo-famiglia di Villabate che periodicamente raggiungeva, sempre nel modenese, i suoi uomini di fiducia. Per quanto riguarda la `ndrangheta, da anni si registra una significativa presenza di malavitosi di origine calabrese dediti, in prevalenza, alle estorsioni, al narcotraffico, all&#8217;ingerenza nel sistema degli appalti e al gioco d&#8217;azzardo, facenti capo alle &#8216;ndrine crotonesi «Grande Aracri» e «Vrenna», nonché alle cosche reggine Nirta, Strangio, Mammoliti e Vadalà-Scriva. Da indagini condotte dalla DDA bolognese è emersa, infatti, la presenza, nelle provincie di Bologna, Modena, Ferrara, Forlì e Reggio Emilia di soggetti legati alla `ndrangheta calabrese riconducibili a diverse cosche, come di seguito meglio specificate. A Modena sono stati negli ultimi tempi tratti in arresto alcuni latitanti, di indubbio spessore criminale, tra i quali Barbaro Giuseppe dell&#8217;omonima cosca di Plati, Muto Francesco dell&#8217;omonima cosca di Cetraro (CS), Cariati Giuseppe della cosca «Locale di Cirò» egemone nei comuni di Cirò e Cirò Marina. A Reggio Emilia, le indagini succedutesi nel tempo hanno permesso di affermare con certezza un forte radicamento di affiliati alle cosche di Cutro e Isola Capo Rizzuto Arena Dragone e Grande Aracri Nicosia. Solo di recente, a conclusione di un complesso iter processuale, in data 19 aprile 2007 la Corte d&#8217;appello ha confermato la condanna, pronunciata dal G.U.P. distrettuale di Bologna, per diversi componenti di spicco del suddetto gruppo malavitoso, anche per la più grave fattispecie associativa di cui all&#8217;articolo 416-bis del codice di procedura penale, nonché per le aggravanti previste dall&#8217;articolo 7, legge n. 203 del 1991. Un&#8217;articolata indagine della DDA di Catanzaro nel 2006 ha poi determinato l&#8217;arresto, a seguito di numerosi omicidi verificatisi in Isola Capo Rizzuto, di soggetti calabresi, ritenuti esponenti delle due cosche cutresi residenti a Reggio Emilia e provincia, coinvolti in attività di riciclaggio di denaro proveniente dalle attività illecite delle cosche operanti in quel Comune. L&#8217;ufficio requirente ha segnalato la circostanza &#8211; emersa da diverse indagini &#8211; che siffatte organizzazioni, pur non avendo una presenza forte e pressoché stabile nei comuni di Bologna, Ferrara e Piacenza riescono ad acquisire, tuttavia, sotto il proprio controllo una buona parte dello smercio degli stupefacenti, collaborando con altre organizzazioni costituite da gruppi stanziali composti, quasi sempre, da cittadini extracomunitari, in stragrande maggioranza albanesi. Recentemente, alla luce di elementi emersi nei confronti di alcuni imprenditori di Forlì che, unitamente ad imprenditori sanmarinesi, si adoperavano per riciclare proventi illeciti di un gruppo malavitoso calabrese, su richiesta della Procura di Forlì si è sviluppata un&#8217;attività investigativa coordinata tra la DDA di Bologna e quella di Catanzaro. L&#8217;inchiesta ha anche coinvolto un imprenditore, titolare di un gruppo di società oggetto di indagini per una rilevante bancarotta fraudolenta e sottoposte a provvedimento di sequestro preventivo, ritenute collaterali a gruppi calabresi, riconducibili al crimine organizzato. Nel già complesso mosaico che caratterizza la criminalità organizzata nella Regione si innestano anche numerosi gruppi di matrice straniera dediti, in alcuni casi anche con forme davvero sofisticate di organizzazione, soprattutto al traffico degli stupefacenti ed allo sfruttamento della prostituzione che, il più delle volte, si intreccia con il fenomeno dell&#8217;immigrazione clandestina. In questo contesto, si è registrato un aumento dei reati di cui agli articoli 600 e 601 del codice penale (tratta e riduzione in schiavitù), collegati allo sfruttamento della prostituzione che, spesso, si manifestano anche con la sottrazione dei passaporti alle vittime, con i controlli su strada e con la limitazione della libertà personale delle ragazze sfruttate. Vanno, inoltre, considerate con particolare attenzione le indagini riguardanti i gruppi criminali d&#8217;origine cinese &#8211; operanti soprattutto a Reggio e Bologna &#8211; dediti ad estorsioni nei confronti di connazionali titolari di imprese tessili, all&#8217;immigrazione clandestina, ai sequestri di persona ed anche al controllo e sfruttamento della prostituzione cinese. In questo ambito, la DDA di Bologna sta sviluppando un&#8217;indagine alquanto estesa, delegata alla Guardia di Finanza, volta a smascherare il mondo dell&#8217;economia sommersa. L&#8217;indagine in parola, allo stato, ha determinato numerosi arresti di cittadini di etnia cinese clandestini, la denuncia di 30 imprenditori cinesi per lo sfruttamento della manodopera clandestina, il sequestro di due dormitori utilizzati da clandestini;<br />
recentemente poi è divenuta di dominio pubblico, per la confessione del pentito Francesco Fonti, che per lungo tempo ha dimorato nel Comune di Poviglio in provincia di Reggio Emilia,  un enorme traffico di rifiuti tossici terminato con l’affondamento nel mar Mediterraneo di diverse “carrette del mare” che li trasportavano;<br />
è stata poi possibile, grazie al  lavoro investigativo della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, l’emersione di un poderoso traffico di armi destinato a una potente cosca calabrese del crotonese, che ha visto protagonisti due cittadini residenti a Reggio Emilia, Vincenzo Chiaravalloti e Carmelo Tancrè, e un terzo, Giovanni Trapasso, residente è anch’egli per lungo tempo nella città emiliana;<br />
in ragione di questo incremento della illegalità, che configura un quadro allarmante, è indispensabile aumentare la vigilanza da parte delle diverse strutture dello Stato a partire dalla magistratura e dalle forze dell’ordine;<br />
per questo motivo è assai grave e obiettivamente inaccettabile che il Governo prosegua nella politica dei tagli alle forze di polizia e alla magistratura: tale strategia di carattere meramente finanziario sta determinando un oggettivo indebolimento delle attività di contrasto alla criminalità e d’investigazione;<br />
inoltre, il comportamento del Governo sul fenomeno della mafia è del tutto incoerente e pericoloso: a fronte di talune timide iniziative del ministro dell’Interno, stanno, ad esempio, diverse decisioni del Consiglio dei Ministri che delegittimano i magistrati impegnati nella lotta alla criminalità e, addirittura, quella di non procedere allo scioglimento del comune di Fondi (LT) nonostante la proposta della Prefettura competente, senza parlare del provvedimento proposto all’approvazione del Parlamento relativo alla abrogazione della dichiarazione antiriciclaggio e alla estensione dello scudo fiscale a diversi reati fra cui il il falso in bilancio;<br />
di quali notizie disponga il governo, dopo aver più volte espresso l’impegno, anche a noi interpellanti, a monitorare il fenomeno, circa gli sviluppi della presenza mafiosa in Emilia Romagna e,  in particolare, nella provincia di Reggio Emilia;<br />
quale sia l’organico complessivo degli uffici della giurisdizione penale della regione Emilia Romagna e,  in particolare,  di Reggio Emilia;<br />
quale sia l’organico complessivo delle forze dell’ordine della regione Emilia Romagna e,  in particolare, di Reggio Emilia;<br />
se non ritenga doveroso e urgente procedere all’adeguamento della dotazione forze di P.S. nella città e provincia di Reggio Emilia che – tra l’altro – hanno registrato nell’ultimo decennio un incremento della popolazione e della immigrazione fra i più elevati a livello nazionale, oltreché, come detto in precedenza, un incremento della presenza della criminalità organizzata  di proporzioni rilevanti  e riconosciute dallo stesso governo;<br />
se non creda il Presidente del Consiglio di dover – in attuazione dei suoi poteri di mantenimento dell’unità dell’indirizzo politico ai sensi dell’art. 95 della Costituzione – indurre il ministro Tremonti a stanziamenti per il settore della giustizia e dell’ordine pubblico adeguati alla gravità della situazione in generale e, in particolare, nella regione e nella provincia sopraddette.</p>
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		<title>La Chiesa non potrà più tacere</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Sep 2009 08:01:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa e Gazzetta di Reggio del 05 settembre 2009
Con Dino Boffo esce di scena il laico più importante della Chiesa italiana dell’ultimo decennio.
Anzi, per essere precisi, l’unico laico dotato di visibilità e rappresentanza reale del mondo cattolico.
È vero che ci sono anche i presidenti di varie associazioni, ma oggi hanno un ruolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1393" title="2006-06-01congress10" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2009/09/2006-06-01congress10.jpg" alt="2006-06-01congress10" width="97" height="145" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa e Gazzetta di Reggio del 05 settembre 2009</em></p>
<p>Con Dino Boffo esce di scena il laico più importante della Chiesa italiana dell’ultimo decennio.<br />
Anzi, per essere precisi, l’unico laico dotato di visibilità e rappresentanza reale del mondo cattolico.<br />
È vero che ci sono anche i presidenti di varie associazioni, ma oggi hanno un ruolo assai marginale rispetto ai decenni precedenti.<br />
Questa era la Chiesa di Ruini, che dopo la fine della Dc si era data una soggettività politica molto forte, che implicava una struttura fortemente piramidale e consonante, nella quale non c’era spazio significativo per troppe voci, soprattutto di laici. <span id="more-1392"></span>Boffo era di fatto l’unica voce laica autorizzata, “la voce” della conferenza episcopale. Il famoso “non possumus” lanciato contro i Dico, si ricorderà, apparve come editoriale non firmato di Avvenire: formalmente era Boffo, sostanzialmente era Ruini.<br />
Vittorio Feltri non ha fatto fuori, dunque, solo un autorevole collega direttore di un autorevole giornale, ma l’unico laico “dirigente” della chiesa italiana. Questo è un fatto che non sarà certo privo di conseguenze. Il conflitto di questi giorni, neppure tanto occulto, tra Santa sede e Cei, a prescindere dalla responsabilità di chi ha acceso una miccia di queste dimensioni, non può alludere solo a una diversa dislocazione del “potere politico” tra le gerarchie ecclesiastiche, ma anche a una riorganizzazione del profilo e degli organigrammi della presenza della Chiesa in Italia.<br />
L’origine, però, del conflitto politico fra Berlusconi e Chiesa italiana, seppur veicolato dai direttori di due quotidiani, l’uno aggressore e l’altro vittima, mette in evidenza una questione rilevantissima per la Chiesa. Per la prima volta è stato messo in discussione un punto non negoziabile del ministero ecclesiale: il diritto di critica. La libertà religiosa, in ultima analisi, è libertà di critica, libertà sostanziale, non solo formale. È stato cioè contestato agli uomini di Chiesa (Boffo, per le ragioni dette, lo era), definiti “moralisti”, il diritto di criticare l’azione del governo (il goffo e contraddittorio tentativo di monsignor Fisichella di darne una giustificazione, poteva essere risparmiato) e, dunque, anche i provvedimenti legislativi ritenuti in contrasto con i principi fondamentali del magistero e della etica cristiana, oltreché i comportamenti immorali, seppur privati, del capo del governo, ritenuti suscettibili di generare scandalo e “costume” comportamentale proprio per la visibilità e il ruolo pubblico di chi li mette in atto. «Se siamo tutti uguali (tutti chi ?), nessuno può aprire bocca », questo il senso della violenta aggressione a Boffo.<br />
La Santa sede in queste ore sembra stia cercando di “ricucire” con il governo anche con dichiarazioni quantomeno sorprendenti, ma non potrà a lungo sorvolare sul nucleo dell’affaire di questi giorni. Può la Chiesa tornare nei ranghi, cioè accettare di discutere solo astrattamente di nuova antropologia e di etica sessuale, rinunciando a vedere ciò che accade e conseguentemente a giudicare? Può barattare il silenzio con qualche favore legislativo? La risposta è ovviamente negativa, senza se e senza ma.<br />
Bossi e Calderoli, Berlusconi e Gianni Letta, Lupi e Fisichella, conoscono bene le ragioni che hanno indotto negli ultimi mesi vari prelati a rompere il silenzio, sulle leggi che riguardano gli immigrati, ad esempio, ragioni semplicemente evangeliche. E al Vangelo non si potrà mai tappare la bocca. La Chiesa ha “ripreso la parola” perché ha avvertito la gravità della deriva antropologica, culturale e di civiltà, sottesa ad alcuni provvedimenti legislativi, e non smetterà di parlare per nessun favor e nessun ricatto: se ci sarà un vescovo che starà al gioco, ce ne saranno dieci che romperanno il gioco.<br />
Ultima osservazione. Un attacco contro la libertà di parola e di critica la Chiesa forse se lo poteva aspettare dai settori laicisti ed estremisti di sinistra, ma dalla destra e dal suo governo no.<br />
Questa è la novità politica sui cui si dovrà riflettere. Il cuore politico di tanti vescovi forse potrà continuare a battere da quella parte, ma se da quella parte viene l’insidia di una coercizione contro l’essenza del proprio ministero, allora il gioco non potrà non cambiare.<br />
E non farsi imprevedibilmente duro.</p>
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		<title>Camillo Rossi, una figura mitica</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 11:31:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Gazzetta, Carlino, Giornale e Informazione di Reggio Emilia del 18 giugno 2009
Con la morte di Camillo Rossi si chiude una fase della storia del mondo cattolico reggiano.
Figura emblematica e persino mitica di un modo di intendere il servizio al prossimo e al bene comune.
Per parlare di lui si deve ricordare che cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1327" title="camillorossi" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2009/06/camillorossi.jpg" alt="camillorossi" width="98" height="110" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Gazzetta, Carlino, Giornale e Informazione di Reggio Emilia del 18 giugno 2009</em></p>
<p>Con la morte di Camillo Rossi si chiude una fase della storia del mondo cattolico reggiano.<br />
Figura emblematica e persino mitica di un modo di intendere il servizio al prossimo e al bene comune.<br />
Per parlare di lui si deve ricordare che cosa erano nel dopoguerra le parrocchie, vere e proprie “fabbriche” di ceto dirigente, luoghi in cui si trasmettevano i valori &#8211; la dirittura morale, la coerenza fra comportamenti pubblici e privati, il senso del dovere e della responsabilità, l’onestà e il disinteresse personale, l’uguaglianza, la giustizia, il rispetto delle opinioni di tutti – e si “costruivano” attorno ad essi le personalità di intere generazioni di giovani. <span id="more-1326"></span>La parrocchia della sua infanzia e della sua età giovanile è stata quella dei SS. Giacomo e Filippo, in via Roma, guidata da un parroco eccezionale, mons. Tonino Fornaciari, e due suoi curati pure notevoli, don Pietro Iotti e don Mario Valpiani, mentre il contesto diocesano era segnato dalla guida forte prima di mons. Beniamino Socche e poi di mons. Gilberto Baroni. La parrocchia di S. Giacomo fornì alla città (come peraltro quella del Duomo, di Santo Stefano o di Scandiano) una generazione, come dicevo, di vero e proprio ceto dirigente. Nei primi decenni del dopoguerra e sino alla fine degli anni ’80, oltre a Camillo Rossi (presidente dell’Azione Cattolica e di diverse altre associazioni ecclesiali e poi capogruppo in consiglio Comunale della Dc) vanno ricordati i fratelli Giuseppe ed Ermanno Dossetti (parlamentari), Alfredo Mietto (segretario provinciale della DC), Carla Mietto (pure segretario provinciale della DC), Angelo Burani (presidente del CSI), Giancarlo Confetta (amministratore della Cassa di Risparmio), Francesco Sanna (consigliere comunale DC), Lauro Bottazzi (dirigente comunale della DC), e sicuramente dimentico altri, senza parlare dei tanti che si affermarono nelle diverse professioni.<br />
Sarebbe interessante indagare le ragioni che facevano delle parrocchie luoghi di formazione di tanto ceto dirigente. I preti sono sicuramente una spiegazione, i valori che lì si trasmettevano – vere e proprie virtù civiche e repubblicane (diremmo oggi), non solo religiose – hanno pure avuto importanza, ma nondimeno io penso allo spirito del gruppo. Gruppo formato da giovani educati a dare senza chiedere e invidiare, preparati a considerare l’impegno nelle organizzazioni sociali e nelle istituzioni né una perdita di tempo né una perdita dell’anima, ma forme efficaci di servizio al prossimo e nondimeno di crescita personale, giovani cresciuti insieme, che si sono cioè fatti compagnia e aiutati spiritualmente e culturalmente nei rispettivi percorsi di vita e lavoro.<br />
Camillo Rossi è stato sulla breccia più a lungo di tutti, anche perché più instancabile di tutti e più capace di tante ripartenze. Bastava che il Vescovo chiamasse, e la sua risposta era immancabilmente positiva.<br />
Per il breve periodo in cui sono stato in Consiglio Comunale è stato il mio capogruppo. Lo ricordo ad ogni riunione con lo stesso entusiasmo, la stessa fantasia, la stessa pazienza, la stessa capacità di dialogare con l’amministrazione per trovare – quando possibile e necessario – i punti di equilibrio e mediazione. Nei momenti di maggior tensione non smarriva mai la lucidità e non chiudeva mai l’ultimo spiraglio, proprio per preservare un punto da cui ripartire.<br />
E’ stato uomo politico figlio di una stagione in cui anche i conflitti più aspri non colpivano mai la persona dell’avversario e non catturavano mai in ostaggio la verità dei fatti. Una stagione in cui la durezza del confronto arricchiva gli uni e gli altri, inducendoli a studiare, ad approfondire i problemi e attrezzarsi culturalmente per meglio competere. E selezionava, dall’una e dall’altra parte, oggettivamente i migliori, cioè i più competenti e i più “formati” anche moralmente.<br />
Oggi viviamo un tempo diverso, in cui anche nei dirigenti che si professano cristiani sembrano essere apprezzati un maggiore pragmatismo e persino una certa misura di disinvoltura, forse anche perché si fa il confronto sempre più e sempre solo con i contemporanei. Se si guardasse anche solo a ieri, e ci si confrontasse con le tante straordinarie personalità del mondo cattolico, come Camillo Rossi appunto, reimpareremo tutti ad apprezzare ben altre virtù.</p>
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		<title>Benvenuti al 25 aprile</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Apr 2009 12:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Europa e Gazzetta di Reggio del 25 aprile 2009
Questo 25 aprile è diverso, almeno da quelli degli ultimi anni. Oggi lo celebrano con articoli, uno fianco all’altro sul nuovo giornale di Sansonetti, Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti. Il Presidente del Consiglio poi, a settantatre anni di età, dopo sessantaquattro anni dall’evento e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1284" title="resistenza" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2009/04/resistenza.jpg" alt="resistenza" width="113" height="87" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Europa e Gazzetta di Reggio del 25 aprile 2009</em></p>
<p>Questo 25 aprile è diverso, almeno da quelli degli ultimi anni. Oggi lo celebrano con articoli, uno fianco all’altro sul nuovo giornale di Sansonetti, Gianfranco Fini e Fausto Bertinotti. Il Presidente del Consiglio poi, a settantatre anni di età, dopo sessantaquattro anni dall’evento e quindici dalla sua “discesa in campo”, sarà anche lui presente in un paio di celebrazioni.<span id="more-1283"></span><br />
Ma a me paiono ancora più importanti le cose dette dal Capo dello Stato in questi giorni, che hanno dato un colpo decisivo al clima di relativismo storico che da qualche anno accompagna la memoria della Resistenza. Come se si trattasse di pesare torti e ragioni degli uni e degli altri, frammentando la lotta di liberazione – evento unitario – in tanti episodi di violenza più o meno banditesca e più o meno laterale alla guerra fra grandi eserciti. E come se si dovesse ridurre il tutto a una contabilità dei morti di una parte e dell’altra, perlopiù di giovani comunque animati da ideali tutti ugualmente apprezzabili, per cui è giusto che ognuno commemori i “suoi” e tutti insieme ricordiamo la seconda guerra mondiale come si fa a distanza di anni per ogni tipo di guerra, con convegni affidati agli storici.<br />
Eh no, ha detto il Capo dello Stato, è ora di finirla con lo “svalutare e diffamare l’esperienza partigiana”, perché “piaccia o no” la lotta partigiana ha dato la libertà e la dignità al paese. L’evento resistenziale è stato un evento nazionale, la insurrezione di un popolo, una ribellione che ha legato gli italiani del sud a quelli del nord: da Cefalonia alle quattro giornate di Napoli, a Via Rasella a Roma, alle stragi di Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Montefiorino, Monchio, Cervarolo, agli scioperi generali e alle insurrezioni popolari di Genova, Torino e Milano. Ma non furono singoli episodi separati, fu movimento politico e militare insieme, l’esplosione della reazione di un popolo umiliato dal fascismo e dall’occupante nazista. Certo dall’altra parte insieme all’esercito straniero c’erano altri italiani che cercarono di difendere il regime e l’occupante, ci furono vittime colpevoli e innocenti, altri italiani che pagarono il costo di una guerra che fu anche guerra civile, e meritano il massimo rispetto umano, ma, coma ha detto il Presidente della Repubblica “una cosa è l’umana compassione che va tributata a chiunque è caduto per ciò in cui credeva, ma non vi può essere dubbio sul fatto che solo grazie alla Resistenza al nazismo l’Italia ha riconquistato la libertà ed è diventata, dopo vent’anni di fascismo, il paese democratico che è oggi”.<br />
Parole chiare e doverose, che cancellano una insistente “marmellata storicante” che negli anni recenti ha preteso spezzare il legame genetico fra la Resistenza, la libertà conquistata e la Carta Costituzionale. La quale non è un “rottame bellico” ma la pietra angolare che regge l’edificio democratico italiano.<br />
Fa piacere, dunque, che il Presidente della Camera attraverso un percorso non facile ma coerente sia riuscito ad approdare a una solida adesione allo spirito e alla struttura della Carta, e da li a risalire alla sua fonte politica che non ha potuto non rinvenire che nella Resistenza. Gianfranco Fini, ultimo rappresentante dell’asse ereditario proveniente dal fascismo, è riuscito infatti a guadagnare una indiscussa credibilità democratica proprio attraverso la conquisa culturale dello spirito di quella Carta Costituzionale geneticamente antifascista.<br />
Il percorso di Berlusconi è stato invece diverso. Non avendo egli infatti alcuna ascendenza politica non si è mai sentito investito dallo spirito antifascista della Costituzione. Se ne è sentito semplicemente estraneo, come si è sempre sentito di fatto estraneo alla cultura liberaldemocratica delle forze politiche popolari e antifasciste. La sua identità politica è stata fin dall’inizio una identità “di superficie”, dell’hic et nunc della storia e, per questo, si è spesso mostrato insofferente rispetto alle evocazioni e alle celebrazioni delle radici storiche della nostra democrazia. E’ fondamentalmente questa la ragione – oltre alla volontà di non crearsi problemi nella propria coalizione politica – per cui non ha mai partecipato prima a una celebrazione del 25 aprile. Lo fa oggi, sia perché la posizione di Fini lo libera da problemi politici domestici, sia perché forte della popolarità acquisita in Abruzzo sente di potersi inserire con successo in uno spazio politico fino ad ora ignorato. E’ bene che ciò sia avvenuto, non c’è dubbio. Non mi pare che gli si debba chiedere di più.<br />
Il “di più”, cioè il senso storico vero di questa giornata l’hanno custodito per fortuna, a nome di tutti gli italiani, in modo eccelso tutti i Capi dello Stato della nostra Repubblica e, lo ha autorevolmente ricordato in spirito di verità Giorgio Napolitano.</p>
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		<title>Giuseppe Dossetti, un maestro per il nostro tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2009 11:41:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Genova, Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi
Venerdi 17 aprile 2009
Un profilo di Giuseppe Dossetti, di Enrico Galavotti
Per molte persone, anche illustri, va detto in tutta franchezza, Giuseppe Dossetti è un oggetto strano, per non dire bizzarro: è uno che ha iniziato facendo lo studioso di diritto canonico; che poi ha messo in sordina questa attività [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img class="alignleft size-full wp-image-1276" title="200px-giuseppe_dossetti" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2009/04/200px-giuseppe_dossetti.jpg" alt="200px-giuseppe_dossetti" width="92" height="112" /><em>Genova, Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi</em></p>
<p style="text-align: left;"><em>Venerdi 17 aprile 2009</em></p>
<p style="text-align: left;"><em>Un profilo di Giuseppe Dossetti, di </em><strong>Enrico Galavotti</strong></p>
<p style="text-align: left;">Per molte persone, anche illustri, va detto in tutta franchezza, Giuseppe Dossetti è un oggetto strano, per non dire bizzarro: è uno che ha iniziato facendo lo studioso di diritto canonico; che poi ha messo in sordina questa attività prima per fare il partigiano poi per fare politica; che ad un certo punto ha smesso di fare politica per tornare a studiare teologia; che poi ha mollato gli studi teologici per fare il candidato sindaco a Bologna nel 1956; <span id="more-1275"></span>che poi si è dimesso da consigliere comunale di Bologna per essere ordinato sacerdote; che nel frattempo aveva fondato il primo nucleo di quella che poi sarebbe diventata la Piccola Famiglia dell’Annunziata. È stato quindi uno dei protagonisti – ma dietro il sipario – del Concilio Vaticano II; poi ha vissuto in Medio Oriente per molti anni in silenzio; ha ripreso a parlare a metà degli anni Ottanta e a metà degli anni Novanta si è lanciato sino alla consunzione in una tenace battaglia a difesa del testo costituzionale. Si tratta dunque di un percorso a prima vista anomalo, articolato, complesso.<br />
Ma che credo sia importante riassumere per sommi capi perché ci si renda conto delle ragioni che oggi ci portano a fare proprio memoria di lui e a farlo in modo così solenne. Genova ha un motivo ben preciso per fare memoria di Dossetti. È infatti qui che la lunga e ricca vicenda di Giuseppe Dossetti ha preso inizio quasi un secolo fa. Giuseppe Dossetti è infatti nato a Genova il 13 febbraio 1913. E Il motivo è molto semplice: qui, in questa città, ha abitato per alcuni mesi la famiglia Dossetti. Il padre di Giuseppe era farmacista e non avendo potuto realizzare il sogno di avere una farmacia propria aveva trovato le migliori condizioni lavorative proprio in questa città, in cui si era trasferito appena sposato. I Dossetti rimasero a Genova solo pochi mesi, perchè ragioni famigliari spingevano per un rientro nel reggiano, la zona d’origine della mamma di Dossetti. Ma la Liguria resterà a lungo un luogo caro alla memoria di Dossetti: tornerà più volte da bambino a Camogli, per lui luogo di riposo e di villeggiatura; e proprio da Camogli, nel febbraio del 1996, pochi mesi prima della morte, indirizzerà ai Comitati per la difesa della Costituzione un duro monito a vigilare contro l’introduzione di un presidenzialismo che nel suo giudizio avrebbe rappresentato l’innesco di un processo disgregativo di quella Costituzione del 1948 che per lui non era semplicemente una superlegge più o meno emendabile: bensì un patto, reso sacro anzitutto e soprattutto dai 60 milioni di morti della seconda guerra mondiale.<br />
I Dossetti, lasciata Genova, si trasferiscono a Cavriago, un piccolo paese a 10 km da Reggio Emilia. Qui il piccolo Giuseppe frequenta la parrocchia, le lezioni di catechismo; va a scuola e si rivela un bravo studente; tanto che si pensa di farlo continuare a studiare. Per fare questo però deve abbandonare Cavriago e trasferirsi a Reggio Emilia. Qui fa il liceo e quando inizia l’università c’è una svolta importante nella sua vita, perché incontra un prete, don Dino Torreggiani, che segnerà profondamente la sua vita. Torreggiani è un prete di grande rigore e con una spiritualità intrisa di richiami all’importanza della povertà; gestisce un grande oratorio in pieno centro a Reggio Emilia dove raduna i bambini dei quartieri operai per proporre loro uno stile di vita ed una educazione cristiana essenziale, ma rigorosa. Anche Dossetti dà una mano a don Torreggiani: tra i due si stabilisce un rapporto profondo dal punto di vista spirituale. Dossetti intanto fa l’università a Bologna: studia Legge e sceglie di laurearsi in diritto canonico; intanto continua a coltivare intensamente la propria spiritualità: legge gli scritti di Contardo Ferrini, un celebre professore di diritto romano che aveva vissuto il suo impegno di ricerca come una forma di consacrazione. Ed è questo quello che Dossetti sembra voler fare.<br />
Continua gli studi all’Università Cattolica di Milano. La Cattolica è un’università particolare sotto molti punti di vista e Dossetti lo sa. Il rettore Gemelli ci tiene ad avere delle punte di diamante per i suoi corsi di laurea. Gemelli sviluppa grande stima per questo giovane studioso reggiano e gli affida incarichi delicati. Nel frattempo Dossetti pubblica le sue ricerche, che gli valgono nel ’43 la libera docenza e poi la la cattedra di diritto ecclesiastico all’Università di Modena: Dossetti, in sostanza, ha messo un piede fuori dalla Cattolica.<br />
Ma intando il mondo sta andando a fuoco: nel ’40 è scoppiata la guerra; suo fratello Ermanno deve partire per il fronte. Inizia a maturare un sentimento di ripulsa verso il fascismo. E dobbiamo tenere presente che questo, di massima non era certo l’atteggiamento dell’Università cattolica o di Gemelli. Perché qui si tocca la questione più ampia dell’atteggiamento dellla chiesa verso il fascismo che è complesso e ricco di scansioni cronologiche  c’era al fondo l’idea che il fascismo potesse costituire una impalcatura, sgradevole, ma necessaria, utile a ricostruire uno stato cattolico, ispirato ai principi cattolici. Ma è un’illusione e un numero crescente di persone se ne accorge. Mario Bendiscioli in questi anni, riflettendo sul nazismo, che tanto aveva preso dal fascismo, ne parlava in termini di neopaganesimo. Anche Lazzati condivide la ripugnanza di Dossetti; così come Fanfani, e il professor Padovani.<br />
Dossetti chiede ad Amintore Fanfani: “cosa si può fare per rimettere in piedi l’Italia?”. La domanda porta all’idea di riunirsi e cominciare a ragionare sul postfascismo prendendo anzitutto come spunto di riflessione i radiomessaggi di Pio XII. Dossetti tiene incontri clandestini in cui parla esplicitamente di antifascismo. In altre riunioni che si svolgono a Reggio Emilia si inizia a riflettere più concretamente su cosa debbano fare i cattolici: ed è interessante ricordare che in questa sede Dossetti esprime una contrarietà di fondo a un partito cattolico (perché è partito, perché sarebbe conservatore, perché stimolerebbe l’anticlericalismo)  sostiene piuttosto la necessità che i cattolici operino al di fuori di una formazione politica unitaria perché questo renderebbe più efficace la loro azione.<br />
La situazione politica precipita. A Reggio E. il nucleo dirigente del CLN clandestino viene azzerato da una retata della polizia fascista; Dossetti alla fine del ‘44 viene eletto Presidente del CLN reggiano: è in una posizione davvero singolare, perché è l’unico cattolico a capo di un CLN su tutto l’Appennino. È comunque un’esperienza importante e formativa: è cresciuto in un ambiente cattolico che appunto vede nei comunisti dei nemici e basta; eppure ora ci deve collaborare, ci deve parlare; ritrova tra molti partigiani quelli che erano stati i suoi compagni di scuola alle elementari  con loro ha la possibilità di avere un rapporto molto confidenziale e che, al contempo, lo aiuta a mantenere forte la distinzione fra quello che è l’aspetto ideologico dell’attività del Partito Comunista clandestino e quella che, invece, è la dimensione pratica dei rapporti concreti che si debbono avere fra parti diverse. Con la liberazione Dossetti immagina di poter finalmente fare ciò che desidera e cioè diventare un sacerdote: ma gli “ammazzamenti” – così li chiama – che insanguinano l’Emilia lo inducono a restare e a tentare di lavorare per rasserenare il clima. Di qui al coinvolgimento politico il passo è breve. Poi Dossetti ci sa fare: è un bravo oratore, è giovane, non ha un coinvolgimento politico nel fascismo, ha fatto la resistenza… insomma ha tutte le qualità per poter essere un uomo nuovo della neonata democrazia italiana e della altrettanto neonata democrazia cristiana. Si mette in vista parlando ai gruppi giovanili della DC e De Gasperi lo coinvolge al vertice del partito facendone uno dei suoi vicesegretari.<br />
Come ha sempre fatto Dossetti prende la cosa molto sul serio. Diventa, seppure giovanissimo, uno degli esponenti di punta della DC all’interno dell’Assemblea costituente. E qui dispiega la sua attività in varie direzioni. È noto in particolare il suo impegno per la costituzionalizzazione dei Patti lateranensi, per raggiungere la quale intesse anche un fitto dialogo con Togliatti, oltre che con la segreteria di Stato vaticana, dove lavorano Dell’Acqua, Tardini e mons. Montini, il futuro Paolo VI.<br />
Ma questi sono anche i mesi in cui l’Italia deve decidere la propria forma-stato tra Monarchia o Repubblica: la DC sceglie una posizione prudenzialmente agnostica: sa che la Chiesa predilige la monarchia perchè teme una repubblica che possa cadere in mano al Partito comunista. De Gasperi si adegua e impone questa linea prudente. Dossetti invece si muove per conto proprio e sostiene scopertamente la causa della Repubblica  Dossetti non vuole la Repubblica per punire la monarchia: ma perché vuole una cesura netta con lo stato prefascista, che era stato appunto incapace di impedire la deriva totalitaria del paese.<br />
In questa prima scelta si pongono anche le basi del suo rapporto dialettico con De Gasperi. Dobbiamo stare attenti a letture troppo semplicistiche: la divergenza di idee tra i due c’era e non era banalmente dovuta a un fatto generazionale. De Gasperi si rapporta infatti alla scena politica in un modo che Dossetti condanna perché procede appunto da una analisi della realtà che è differente: per Dossetti se la DC aveva avuto così tanti voti dagli italiani significava che aveva ricevuto un mandato popolare ampio per porre davvero mano a una vasta riforma sociale; De Gasperi invece teme l’assalto della Chiesa – e in questo ha qualche ragione – e preferisce governare insieme ad altri partiti, anche se questo inevitabilmente porta con sé compromessi e rinunce. Dossetti vede sempre più prevalere la linea politica di De Gasperi, anche dal punto di vista economico, e medita la rinuncia. Ci pensa già nel ’48, ma Pio XII in persona gli ordina di restare. Il rapporto dialettico con De Gasperi continua su altre questioni, come è il caso dell’adesione dell’Italia alla NATO. Dossetti infatti è ostile: preferirebbe che l’Italia, coerentemente con la sua storia, guardasse più al contesto mediterraneo che non al di là dell’Atlantico: ma il governo ha fatto una scelta di campo netta, che non rende possibili posizioni intermedie e Dossetti si piegherà alla ragione di partito.<br />
A questo punto Dossetti capisce che il cerchio si è chiuso e che non ha senso proseguire l’azione in un ambito in cui non c’è più possibilità di incidere significativamente sull’azione di governo; arrivano gli attacchi degli altri DC, le accuse di integralismo. Dossetti denuncia in alcuni incontri privati la situazione di “catastroficità” della politica, così come quella di “criticità” ecclesiale: sono due cose per lui intrecciate e bisogna operare per far sì che qualcosa cambi. Individua allora la necessità più urgente da fare nell’analisi e nello studio teologico. Per lui la crisi di cui soffre l’Italia è infatti anzitutto una crisi della Chiesa.<br />
Questa volta il permesso di dimettersi non lo chiede più a nessuno e lascia la vita politica. Va ad abitare a Bologna, dove affitta poche stanze, ci mette i propri libri, riunisce un piccolo gruppo di giovani studiosi che già lo frequentavano, con i quali incomincia a studiare insieme, in un ritmo marcato molto fortemente dalla preghiera comune e dal vincolo comunitario. Stende un programma di studio piuttosto articolato e che include lo studio dei concili. È il 1953, non si parla ancora di Concilio e Angelo Giuseppe Roncalli è solo il patriarca di Venezia: ma l’idea di Dossetti è che si debba ripartire proprio dallo studio di questa materia: da quei momenti in cui la chiesa aveva preso atto della crisi e percepito la necessità di una riforma proprio attraverso la convocazione di un Concilio.<br />
A Bologna si radica anche il rapporto con il cardinale Lercaro, altro illustre cittadino ligure: è un rapporto di vera obbedienza, al punto che vi si sottomette anche quando Lercaro, con una decisione che davvero stravolge la vita di Dossetti, gli chiede di presentarsi candidato sindaco contro Giuseppe Dozza, un vero e proprio mito del comunismo emiliano. Dossetti va incontro consapevolmente alla sconfitta ed entra in Consiglio comunale facendo l’opposizione  ma è interessante lo slancio che aveva messo in quella che era in ogni caso una battaglia persa: per la campagna elettorale aveva creato un vero e proprio gruppo di Cervelli per elaborare un vasto programma di governo (tra questi Achille Ardigò e Nino Andreatta). È lui ad immaginare la creazione dei “quartieri”, un’idea che poi avrà grande fortuna tanto da essere realizzata dalle giunte comuniste.<br />
Ma tutto è in continuo movimento. In questi anni sta prendendo corpo il nucleo embrionale della PFA. Per Dossetti giunge presto il momento di chiedere, anche per andare incontro alla richiesta di coloro che si stavano riunendo attorno a lui, l’ordinazione sacerdotale. Apparentemente quindi il suo percorso è arrivato ad una fine, ad una stabilizzazione nella professione religiosa di tutto quello che era stato l’impegno precedente. E invece 19 giorni dopo l’ordinazione a prete di Dossetti, Giovanni XXIII -eletto per essere Papa di transizione- darà l’annuncio della convocazione di un concilio.<br />
Si apre così questa altra grande importante stagione nella vita di Dossetti. Lercaro gli chiede di assisterlo al Concilio  e a Lercaro va davvero bene: perché ha l’aiuto di uno che le assemblee parlamentari le conosce e sa come muovercisi; è un canonista di rango; e soprattutto è da anni che pensa al tema della riforma ecclesiale. Rientrato a Bologna dopo la chiusura del Concilio nel ’65, Dossetti rimane a disposizione di Lercaro per tutto ciò che riguarda l’applicazione del Concilio a Bologna. Ma il postconcilio è anche una stagione gravida di tensioni e di incomprensioni. Paolo VI desidera una applicazione omogenea e prudente del Vaticano II e la linea avanzata della chiesa bolognese non può che creare delle preoccupazioni. Preoccupa il dialogo che Lercaro sta intessendo con i vertici del PCI; preoccupa il suo impegno crescente rispetto al tema della pace, che è drammaticamente concreto nel momento in cui il Vietnam si sta incendiando. Il 1° gennaio ’68 Lercaro pronuncia una dura requisitoria contro l’escalation dei bombardamenti che si sta attuando in Vietnam: per papa Montini è troppo e Lercaro viene dimesso dalla sede bolognese.<br />
Dossetti lascia ogni incarico in diocesi, dedicandosi esclusivamente alla sua famiglia religiosa. Nel ’72, lascia definitivamente l’Italia per andarsene in palestina. Comincia così un lungo periodo di silenzio pubblico di Dossetti. È il momento in cui Dossetti comincia a viaggiare e a fare esperienza di realtà molto differenziate rispetto al cattolicesimo italiano: compie un lungo pellegrinaggio nei luoghi che hanno visto la presenza del patriarca Abramo. «Questo viaggio – dirà al suo rientro – mi ha dato una nuova giovinezza, una visione di grande pace. Anzitutto ho visto una prima cosa; questa ancora sul piano umano, ma che ha delle ripercussioni sul piano spirituale potentissime: come sia piccola l’Europa, quasi inconsistente, e come in fondo sia piccolo e limitato l’intero occidente e come grande sia la nostra superbia di occidentali. Sono stato potentemente umiliato, ho patito le più grandi e concrete, profonde, spirituali, umiliazioni della mia vita e credo di avere portato via una messe di esperienze sul piano dell’umiliazione, nel senso più intimo, più spirituale, che mi possa con la grazia di Dio essermi di riserva per tutti i giorni che il Signore ancora mi concede. Ho visto così che tutti i nostri problemi, per i quali tanto ci agitiamo, sono quasi niente: compresi i discorsi all’interno della Chiesa».<br />
Con la scelta di stabilirsi in Medio Oriente, e in particolare in Terra Santa, Dossetti esprime nel modo più radicale che conosce il suo tentativo di vivere l’essenzialità del messaggio evangelico. Si tratta, davvero nel senso più materiale del termine, di una vita povera, vissuta in una condizione in cui il cristianesimo costituisce una minoranza assoluta in un territorio arabo sotto il controllo israeliano. Certamente è una fase in cui il nome di Dossetti è sempre più legato al ricordo della sua precedente attività politica, finita peraltro da vent’anni. Sul presente di Dossetti cade il silenzio. «Solo la vita a Gerico con i fratelli – scrive a un suo antico direttore spirituale – , serrata e uniforme, nel lavoro e nella preghiera, mi custodisce, mi purifica un po’, mi aiuta ad essere un po’ meno egoista e disordinato e a impegnarmi un po’ di più per gli altri. Sento il desiderio di pregare, anche se lo faccio tanto male: e vorrei davvero pregare per tutti. Grazie a Dio, si fanno più presenti al cuore tante persone incontrate nelle varie fasi della mia vita e si dilata l’attenzione e l’affetto per questa nostra povera Chiesa, in tutto il mondo, specialmente in Italia e in questa Asia, alla quale mi sento sempre più intimamente legato».<br />
Ma anche negli anni del silenzio pubblico Dossetti mantiene una esigente vigilanza sulla realtà politica. Durissima, ad esempio, è la sua reazione al viaggio che il presidente Nixon compie nel 1970 in Europa per sondare la fedeltà degli alleati occidentali nell’ipotesi di un conflitto in Medio Oriente dopo il terribile «settembre nero». Ancora più radicale è la sua presa di posizione nei confronti del governo israeliano dopo che nel 1982, le cosiddette milizie cristiane entrano con la complicità dell’esercito israeliano nei campi profughi di Sabra e Chatila compiendo un massacro tra i civili: Dossetti si rivolgerà con una dura lettera al primo ministro israeliano Begin indicando che per un cristiano «talvolta si danno delle circostanze estreme in cui il silenzio non è più consentito, se può essere inteso come condiscendenza di comodo o addirittura come tacita complicità. Ho scelto di vivere gli ultimi anni della mia vita in questa terra perché è la terra della rivelazione di Dio e della incarnazione del Figlio di Dio, Gesù. In nome del Dio unico ed in nome di Gesù e del suo Vangelo debbo dire che tutto in me si ribella al massacro di Beirut e dichiara con forza: “Non è lecito, in assoluto e per nessun motivo”».<br />
Dossetti trascorre gli ultimi anni della sua vita a Monte Sole, nei luoghi in cui alla fine della seconda guerra mondiale si è consumata la strage di Marzabotto, una delle più cruenti rappresaglie sui civili da parte dell’esercito nazista in fuga. Il confronto con la Bibbia, che da decenni plasma la sua vita, diviene negli ultimi anni, se possibile, ancora più serrato. Già a Carlo Maria Martini, che si era recato a visitarlo a Monteveglio prima del suo ingresso nella diocesi di Milano, Dossetti aveva affidato un mandato essenziale: in un biglietto per il neoarcivescovo aveva scritto poche, essenziali parole: «le raccomando che da Lei Milano senta solo Vangelo, nient’altro che Vangelo».<br />
Solo dall’86 riprenderà la parola in pubblico, dopo una parentesi durata quasi un ventennio: interventi di carattere spirituale, ritiri, predicazioni, esercizi, discorsi sul Concilio, commemorazioni di amici scomparsi, l’esegesi biblica, la questione dell’identità monastica. E alza la voce quando scoppia la 1^ guerra del Golfo denunciando la sudditanza dell’ONU alla politica statunitense e soprattutto la violazione della costituzione italiana da parte del Governo Andreotti. Nel ’94, a 81 anni, riprende a girare l’Italia per denunciare il grave rischio cui è sottoposta la Costituzione dopo la vittoria del Polo delle Libertà e del Buongoverno  denuncia soprattutto il rischio che si arrivi a modifiche costituzionali da parte di un governo che non è stato eletto a questo scopo e che il tutto passi attraverso forme di legittimazione popolare che hanno più il sapore di una deriva bonapartista che non quello della legittima espressione della volontà popolare. In estrema sintesi Dossetti individua il riproporsi, sotto altra veste di quel blocco sociale ed ecclesiale che aveva consegnato l’Italia degli anni Venti alle camicie nere di Mussolini.<br />
Dossetti è stato allora davvero un protagonista di primo piano del suo tempo:<br />
1) Lo è stato anzitutto come uomo capace di scelte radicali. Non voglio essere banale, ma credo che non si possa non prendere atto, comunque la si pensi, dell’impegno profondo profuso da Dossetti in ogni cosa che ha fatto nella vita. In un importante discorso tenuto a Bologna nel 1986 Dossetti aveva detto che la vita non può essere concepita «come una raccolta di esperienze, esperienze personali o sociali, o anche “esperienze spirituali”: c’è il grande rischio – diceva – di fare del dilettantismo, del turismo spirituale, cioè di restare sempre in un celibato timido o egoista, comunque sempre sterile. A un certo punto bisogna porre fine alle “esperienze”, scegliere e sposarsi, con una decisione forte e definitiva».<br />
2) da questo sposarsi scaturisce un secondo elemento secondo me fortemente proprio di Dossetti che è quello della necessità del divenire capaci di leggere la realtà storica in cui si è inseriti. Analizzarne i flussi (non la cronaca…).  questo vuol dire essere capaci di chiamare le cose con il loro nome; essere capaci di denunciare la crisi, se c’è una crisi, anche assumendosi il costo dell’impopolarità e della denigrazione.  la violazione del patto costituzionale lui la denuncia nel ’70 (visita di Nixon), nel ’91 (guerra del Golfo); nel 1994 (vittoria del Polo).<br />
3) Dossetti, va infine ricordato, è stato un cattolico italiano. Ma un cattolico che non ha fatto della propria identità cristiana una clava da agitare contro gli avversari che pure ha avuto: politici prima ed ecclesiali poi. Che ha percepito, proprio come cattolico, che ad un tempo di crisi come è stato il suo occorreva reagire non ripiegandosi ed arretrando, ma praticando la via della riforma: coraggiosa, costosa, ma inevitabile. E Genova anche questo suo essere cattolico deve ricordare: Dossetti qui non c’è solo nato, ma vi ha anche ricevuto il battesimo: un evento che Giuseppe Dossetti percepiva come così cruciale da volerlo ricordare sulla semplice lapide che segnala il luogo del suo ultimo riposo.</p>
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