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	<title>Pierluigi Castagnetti Blog &#187; La nostra Reggio</title>
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	<description>Il blog personale di Pierluigi Castagnetti</description>
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		<title>Presepio e politica</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 10:43:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da 24emilia.com del 25 dicembre 2011
Il presepio da secoli ci racconta il senso del cristianesimo con quel linguaggio delle immagini che tanto coinvolge i bambini e interpella gli adulti. Il senso e la “differenza” della fede cristiana rispetto ad altre &#8211; pur rispettabili s’intende – fedi nell’unico Dio. Il cristiano infatti crede in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2465" title="museo_del_presepio_02" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/12/museo_del_presepio_02-150x150.jpg" alt="museo_del_presepio_02" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da 24emilia.com del 25 dicembre 2011</em></p>
<p>Il presepio da secoli ci racconta il senso del cristianesimo con quel linguaggio delle immagini che tanto coinvolge i bambini e interpella gli adulti. Il senso e la “differenza” della fede cristiana rispetto ad altre &#8211; pur rispettabili s’intende – fedi nell’unico Dio. Il cristiano infatti crede in un Dio che per amore dell’uomo si fa anch’Egli uomo. Anzi bambino. L’uomo-Dio infatti avrebbe potuto materializzarsi sulla terra apparendo improvvisamente tra gli uomini, da uomo adulto. Invece ha scelto di nascere come tutti gli uomini bambino, chiedendo il permesso a una donna.<br />
L’idea che Dio chieda il permesso a una donna di venire tra noi, a me pare straordinario: non un Dio potente e prepotente, ma un Dio che chiede l’autorizzazione a essere accolto come uomo tra gli uomini. Trovo che si tratti di un atto di riconoscimento della libertà dell’uomo che non ha eguali.<br />
Diceva Don Primo Mazzolari: “Se il mondo vorrà avere ancora uomini liberi, uomini giusti, uomini che sentono la fraternità, bisognerà che mai dimentichiamo la strada del presepio”. <span id="more-2464"></span>Per questo penso che il presepio non sia uno spettacolo (solo) per bambini e che parli agli adulti anche non credenti, uomini politici compresi.<br />
Ne ho avuto personalmente conferma in questo Natale in due occasioni.<br />
La sera della vigilia sono andato a Messa nella mia città, Reggio Emilia, in una parrocchia in cui un vecchio sacerdote, un gigante di sapienza cristiana, aveva preparato un presepe “sconvolgente”: un’enorme carta geografica disegnata sul pavimento in cui sono dipinte senza nome tutte le nazioni, tranne l’Italia, con un bambino sospeso a due metri di altezza sulla geografia del mondo. Ma, mancava l’Italia. All’ingresso della chiesa un cartello che ne riassumeva il significato: “O mia patria, sì bella e perduta”. L’Italia si è perduta, inabissata appunto. Un pugno nello stomaco. Soprattutto per chi a vario titolo ne porta la responsabilità.<br />
Mi sono sentito colpito come uomo politico, oltreché come uomo tra gli altri uomini. Descrizione più forte della crisi che ci sta investendo non è possibile e insieme dello sforzo che ci è richiesto per fare riemergere dall’abisso dei mari questa “patria, sì bella…”.<br />
Il giorno di Natale poi ho assistito alla messa in carcere, come sempre bella e commovente. C’erano tutti i detenuti, credenti, diversamente credenti, non credenti. Ognuno a recitare il Padre nostro nella propria lingua e a cantare le canzoni della propria tradizione. Di tanto in tanto un detenuto dell’ultima fila che, approfittando della distrazione più o meno complice delle guardie, si avvicina a un amico della prima fila (e viceversa) per abbracciarlo. I ritmi del gruppo dei detenuti africani che creano l’atmosfera di un Natale che non ha bisogno di essere spiegato.<br />
In una stanza accanto, il presepe, apparentemente simile a quello delle nostre case, muschio, angeli, pastori, e la capanna isolata da un muro sottile e alto che deve essere rimosso a mano per poter vedere quella famiglia lì ospitata, come sappiamo, in quell’alloggio di fortuna oggi separato dal resto del paesaggio dal muro. Di nuovo mi sono sentito interpellato come politico, come rappresentante di quella politica che ormai ha fatto l’abitudine a quel muro, a quella divisione che, nonostante Erode e il resto, duemila anni fa non c’era.<br />
Ecco perché penso che il presepe non sia roba (solo) da bambini. E che quel Bambino continui a scuotere e a scandalizzare chi ha occhi per vedere e orecchie per ascoltare.<br />
Io mi sono sentito gratificato e colpito. E quel “groppo in gola” mi auguro continui a tormentarmi a lungo, ogni giorno sui banchi della mia responsabilità personale, in primo luogo quella politica.</p>
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		<title>La passione della politica, la libertà della cultura</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 12:19:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Roma, Sala delle Colonne (Palazzo Marini), 27 settembre 2011
Alla fine del suo mandato di presidente della Commissione Europea Jacques Delors, nella primavera del 1999, volle salutare distintamente i due gruppi parlamentari del PSE e del PPE perché, diceva “in entrambi c’è un pezzo delle mie radici”. Accompagnandolo all’uscita mi confidò: “mi hanno molto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2337" title="franco_boiardi-150x150" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/09/franco_boiardi-150x1501.jpg" alt="franco_boiardi-150x150" width="150" height="150" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Roma, Sala delle Colonne (Palazzo Marini), 27 settembre 2011</em></p>
<p>Alla fine del suo mandato di presidente della Commissione Europea Jacques Delors, nella primavera del 1999, volle salutare distintamente i due gruppi parlamentari del PSE e del PPE perché, diceva “<em>in entrambi c’è un pezzo delle mie radici</em>”. Accompagnandolo all’uscita mi confidò: “<em>mi hanno molto gratificato gli applausi ricevuti sia dagli uni che dagli altri, anche se per tutta la vita sono stato accompagnato da una sensazione di permanente sottile diffidenza degli uni e degli altri che avrebbero preteso una appartenenza esclusiva. In effetti io sono stato sinceramente cristiano democratico al tempo dell’MRP e sinceramente socialista al tempo del PS ma, evidentemente, queste due appartenenze un po’ continuavano a convivere e all’esterno lo si avvertiva</em>”. Franco Boiardi ha sempre evocato in me una immagine analoga, e forse anche lui avvertiva di non essere riuscito o di non aver voluto risolvere in sé questa ambivalenza. Certo è che la fine del suo rapporto con la Democrazia Cristiana gli aveva lasciato una ferita mai rimarginata se, ancora nel 1983, scriveva: “<em>si è trattato del distacco più doloroso della mia vita: un distacco del resto, che non ha più incontrato ricuciture, neppure oggi, dopo l‘uscita dal Pci e la conclusione di un itinerario forse ancora più amaro e complesso, percorso tra entusiasmi e delusioni</em>”. <span id="more-2323"></span>Per la verità una qualche forma di risarcimento, se non proprio di ricucitura, si è realizzato negli ultimi anni della sua vita quando, avendo abbandonato l’impegno politico diretto ed essendosi dedicato più a un lavoro di ricerca storica e politologica, ritrovò almeno una parte degli amici della prima ora con cui condividere questa nuova stagione. Franco Boiardi era nato all’impegno politico nell’immediato dopoguerra seguendo una sua vocazione e una propensione ben definite. Erano gli anni in cui in diverse parrocchie del centro storico di Reggio Emilia, quella di San Pietro, di San Giacomo, di Santo Stefano e del Duomo in particolare, alcuni giovani evidenziarono il loro interesse alla politica, maturato nel lungo inverno del regime fascista e coltivato da chi fra di loro, maggiore in età, studente universitario a proprio volta formato alla scuola di monsignor Tondelli e nell’oratorio cittadino di Don Dino Torregiani, come i fratelli Dossetti, Corrado Corghi, Sandro Chesi, Camillo Rossi, Giorgio Morelli ed altri ancora. Boiardi apparteneva al gruppo di San Pietro, al tempo in cui i parroci erano prima il canonico Pasi, poi mons. Ravanetti, ma di quel periodo e di quel suo impegno parrocchiale si hanno poche notizie se non la testimonianza di un amico che dice: “<em>ricordo un presepe ispirato da Franco che fece discutere ben oltre i confini parrocchiali, una vera bomba</em>”. In effetti Boiardi si affacciò molto giovane, all’impegno politico nella Democrazia Cristiana dando vita a un gruppo che costituì rapidamente in movimento giovanile del partito, di cui lui fu subito il capo. Come tutti i giovani cattolici di allora all’inizio venne conquistato dal carisma di Giuseppe Dossetti, che seguì nei primi anni del suo impegno politico senza riuscire a diventare mai un convinto dossettiano; per lui infatti la politica doveva essere separata dall’esperienza religiosa e godere di una autonomia come scienza finalizzata a costruire la democrazia e la giustizia. La stessa opposizione al comunismo per Boiardi non poteva essere definita in termini religiosi, ma in termini politici: era il modello democratico diverso che giustificava la divisione e anche la contrapposizione. Questa sua concezione della autonomia della politica venne man mano meglio definita e strutturata negli anni in cui frequentò l’università Cattolica di Milano e incontrò Ciriaco ed Enrico De Mita, Riccardo Misasi e Gerardo Bianco che condividevano lo stesso filone di pensiero che, non senza un po’ di civetteria, definivano “<em>più crociano che dossettiano</em>”. Sarà del tutto naturale che, verso questa idea di politica che pretendeva di essere razionale e laica, a cui si ispirerà il gruppo della Base nato dalla spinta di Mattei, Vanoni e Marcora, Franco sentisse una attrazione particolare. E, mentre altri giovani reggiani come Andrea Barilli, Raffaele Crovi, Achille Morini, Salvatore Fangareggi, Danilo Morini (gli ultimi due, per la verità studiavano a Modena, ma seguivano da vicino l’evoluzione di Boiardi) riuscirono a conciliare lo “spirito milanese” con quello “reggiano”, lui insieme a Di Capua si emancipò progressivamente dalla DC reggiana e definì in termini più precisi la sua concezione della politica sempre più distante da quella di Dossetti. Questa è la ragione per cui l’uscita di scena nel 1952 di Giuseppe Dossetti non venne da lui vissuta come un trauma. Eppure Boiardi lo aveva seguito per vari anni, aveva partecipato insieme ad altri giovani agli incontri di Rossena e lui stesso organizzerà vari seminari del movimento giovanile reggiano proprio nel castello di Rossena. Danilo Morini, in una sua biografia politica ancora inedita che ha avuto l’amabilità di mostrarmi, ricorda che il suo ingresso nei Gruppi Giovanili della DC avvenne proprio in uno di questi incontri organizzati da Boiardi, con relazioni di Corrado Corghi, Francesco Pasotti, Offrilio Varini, Leopoldo Cattaneo, Valentino Morini, e con le conclusioni dell’avvocato Tommaso Morlino e dal prof. Ugo Pesce, al quale ricorda partecipassero, tra gli altri come corsisti Andrea Barilli, Achille Morini, Amedeo Agosti, Enzo Tesauri, Pier Giorgio Martinelli, Alberto Vezzali, Giancarlo Paderni, Giacomo Brindani, Giancarlo Confetta e Salvatore Fangareggi. Ma, annota sempre Morini, di grande interesse erano soprattutto le riunioni della direzione provinciale del Giovanile in cui Boiardi esercitava con il suo carisma intellettuale una leadership naturale “<em>tenendoci aggiornati e collegati con le posizioni più avanzate e progressiste all’interno della DC, anche e soprattutto a livello nazionale. Si tenevano frequenti riunioni del gruppo dirigente e si organizzavano nelle sezioni incontri con i giovani iscritti e simpatizzanti, le cosiddette “tre sere”, a cui Boiardi invitava gli amici della Cattolica De Mita,  Misasi e Gerardo Bianco</em>”. Ma oltre alla sede della sezione cittadina della DC in Via Roma, Boiardi utilizzava anche la sua casa in Via San Carlo per incontri considerati in quei tempi “al limite”, ai quali partecipavano anche rappresentanti dei giovani socialisti come Stefano Del Bue, Dino Felisetti, Sergio Masini e Vincenzo Balzamo o della FGCI come Hermes Grappi, o personaggi emergenti come Marcello Colitti, e lì si discutevano spesso gli articoli di “Cronache Sociali” o de “il Mondo” di Pannunzio o de “Lo spettatore italiano”. Ma l’incontro in casa Boiardi più importante, sia nella testimonianza di Giovanni Di Capua che di Danilo Morini, fu quello con Valdo Magnani, l’intellettuale partigiano che era stato segretario della federazione del PCI di Reggio e aveva rotto con il partito quando da Mosca pervenne l’ordine ai “partiti fratelli” di interrompere le relazioni con la Jugoslavia di Tito. “<em>Le discussioni con Magnani ci dischiusero un mondo che non conoscevamo. Magnani aveva una certa somiglianza fisica con Togliatti quanto a stazza e a volto, ma una voce suadente, non chioccia, nè un argomentare chiesastico e supponente. Sapevamo che non potevamo offrire a Magnani se non una personale solidarietà che noi nutrivamo per qualunque libero dissenziente. Né, credo, Magnani si aspettasse molto da noi, anche se mi pareva compiaciuto di trovare un po’ di calore umano in una città che lo aveva osannato e, ora, lo disprezzava e lo evitava… Parlavamo di neutralità mondiale e neutralismo europeo. Il reciproco punto d’incontro non risiedeva in un vago pacifismo &#8211; a Franco e a me non piacevano i facinorosi “partigiani della pace” &#8211; bensì nella considerazione che, in una Europa ancora distrutta dagli esiti della seconda guerra mondiale, fosse necessario sforzarsi di ragionare di equilibri piuttosto che di contrapposizione</em>”, questa la testimonianza di Giovanni Di Capua. Ma, come abbiamo detto, a Boiardi stava stretta la dimensione provinciale e divenne ben presto un leader nazionale dei giovani democristiani. Nel gennaio del 1953 venne rieletto delegato provinciale di Reggio, ma al successivo congresso del 20 marzo 1955, decise di non ricandidarsi e venne eletto Danilo Morini. Era allora delegato nazionale Franco Maria Malfatti che, raggiunti i limiti di età che gli impedivano di ricoprire l’incarico, si fece nominare presidente del Comitato nazionale del movimento stesso, affidando l’incarico della reggenza ad Arnaldo Ferragni, delegato dei giovani di Cremona. Franco, sostenuto non solo dalla Base lombarda e avellinese ma da una larga platea di delegati, si preparava alla candidatura nel congresso nazionale, programmato per il 10/11 giugno 1955 nel “Rondò di Bacco” di Palazzo Pitti e Firenze. Il segretario nazionale della Dc era allora Amintore Fanfani, uomo rigido e autoritario come nessun altro mai più, intollerante del dissenso interno e, in particolare, di quello dei giovani. “<em>Come membro dell’esecutivo nazionale dei gruppi giovanili della Democrazia Cristiana – dirà Franco Boiardi – mi trovavo ogni giorno alle prese con i veti che provenivano a ogni iniziativa dal “sergente” </em>(Fanfani, ndr).<em> Veniva sempre Rumor, vice segretario nazionale della DC, a comunicarceli, con molti sorrisi, cercava di farci capire che la “buriana” sarebbe passata e che dovevamo avere pazienza. Noi, ben inteso, non eravamo impazienti, </em>(semplicemente)<em> non capivamo il perché della buriana</em>”. Nei mesi precedenti il congresso di Firenze, Franco era entrato nella redazione della rivista della corrente della Base “Prospettive”, insieme a Giovanni Marcora, Lugi Granelli, Aristide Marchetti, Beppe Chiarante e Lucio Magri, e anche in quel lavoro incontrò spesso le riserve e le critiche della segreteria nazionale. Questa premessa serve a capire ciò che accadde poi al congresso nazionale dei Gruppi Giovanili in cui Boiardi entrò con la maggioranza dei voti dei delegati provinciali, al punto che il candidato alternativo, il fanfaniano Edoardo Speranza decise di ritirarsi, facendo spazio a Ernesto G. Laura, poco noto nell’ambiente dei giovani DC essendosi prima di allora occupato solo, come farà professionalmente anche in seguito, di critica cinematografica. In quel congresso si presentò il solito Mariano Rumor che insieme ad Adolfo Sarti per conto della segreteria nazionale, contattarono uno ad uno i delegati votanti. Alla fine prevalse Laura con 41 voti contro i 37 raccolti da Boiardi che, di fronte a questa ennesima interferenza fanfaniana, fu tentato di dimettersi e ritirarsi dall’impegno politico. Certo è che il suo destino politico avrebbe potuto essere diverso se a Firenze le pressioni e i brogli non avessero modificato l’esito congressuale, o se l’anno prima, al Congresso del partito di Napoli, Franco, com’era deciso dalla delegazione dei giovani presente, fosse entrato nel Consiglio Nazionale della DC (in effetti, in quel caso, fu lui a rinunciarvi per non pregiudicare l’inserimento nel listone di “Iniziativa Democratica” di Corrado Corghi, reggiano pure lui, e da poco vittima di un provvedimento di espulsione dalla Giunta Nazionale dell’Azione Cattolica da parte di Luigi Gedda). Ma con i “se” non è possibile ricostruire la storia e neppure le biografie. Di lì a poco, come ricorderà lui stesso in una bella ricostruzione di quegli eventi apparso sul numero 3/1983 de “l’Almanacco” dal titolo “Q<em>uando uscii dalla DC</em> “, Boiardi venne invitato insieme a Chiarante e Zappulli, come osservatore, al Congresso mondiale della Pace che si svolgeva a Helsinki. In quel congresso i tre decisero di fare intervenire Zappulli a nome di tutti con un testo “<em>molto curato poiché non volevamo che si prestasse a false interpretazioni. Tra l’altro (è una cosa che ricordo con piacere),  la traduzione in francese del testo era stata fatta da Franco Fortini (presente con noi al congresso), quella in russo da Ilija Ehrmburg, quella in tedesco da Huwev Johnsonn e quella in arabo da Emilio Sereni</em>”. Al ritorno da Helsinki il segretario Fanfani predispose un pacchetto di provvedimenti disciplinari per i tre, fra cui l’esclusione da qualunque incarico di partito per sei mesi, e per un anno per Aristide Marchetti direttore di “Prospettive”, che pur non aveva a che fare con Helsinki. Esplosero polemiche, non solo tra i giovani DC, in tutta Italia verso la segreteria Fanfani e, come scrive lo stesso Boiardi “<em>la questione si sarebbe trascinata per le lunghe se nel frattempo non fosse apparso su “Prospettive” un mio articolo non firmato (era breve, poco più di una nota) sul duplice delitto di Colombaia di Secchia. Mi ero limitato a una condanna dell’accaduto che tuttavia escludeva una diretta responsabilità di seminagione dell’odio, del Partito comunista. Il Vescovo di Reggio, Beniamino Socche, era intervenuto, con l’irritazione di cui era capace, sulla Segreteria nazionale della DC per chiedere provvedimenti contro la rivista basista</em>”. Nella primavera del 1956 poi, finiti gli esami, e consegnata alla segreteria della Cattolica la tesi di laura sul pensiero politico di Carlo Pisacane, fatta sotto la guida del prof. Gianfranco Miglio, Boiardi si vide recapitare una lettera di Padre Gemelli in cui gli si chiedeva di indicare in quale altra università preferiva trasferirsi per la discussione della tesi stessa, senza spiegazione alcuna. Era accaduto infatti poco prima che, alle polemiche suscitate dagli scritti apparsi sulla rivista “Prospettive”, si aggiungessero quelle suscitate da un suo libro, “<em>Dossetti e la crisi dei cattolici</em>”, pubblicato dall’editore Parenti di Firenze, proprio contemporaneamente al richiamo di Dossetti all’impegno politico amministrativo nelle elezioni comunali di Bologna da parte del Card. Lercaro. Boiardi venne allora fortunatamente accolto dall’Università di Pavia e la tesi venne molto apprezzata al punto che, il controrelatore, prof. Vittorio Beonio Brocchieri, alla fine gli propose di fare il suo assistente. “<em>Di lì, la mia vita prendeva una piega diversa, anche se doveva sperimentare la difficoltà di trarmi fuori dalla politica</em>”, dirà Franco Boiardi. Il percorso successivo, accanto a Lelio Basso nel Psi e nel Psiup, poi nel Pci e infine in un rapido passaggio nella Rete di Leoluca Orlando, non interessa questa mia comunicazione. Desidero solo annotare che quegli anni di militanza politica “antidemocristiana” furono però segnati, almeno a livello locale, dalla ripresa di contatti e relazioni con gli amici della sua prima esperienza politica, soprattutto durante la presidenza dell’Arcispedale Santa Maria Nuova in cui Boiardi mostrò una larghezza di orizzonte anche rispetto al suo partito di appartenenza di allora, il Pci, favorendo l’ingresso di professionalità mediche di rilievo a prescindere dalla connotazione politica e fra di esse, appunto, alcune di formazione cattolica. Boiardi seppe aprire l’Ospedale alla città e più in generale alla comunità scientifica affermando il principio che non sarebbe stata la tessera di partito a “fare la differenza”, ma esclusivamente la qualità professionale e scientifica. Ma, come si diceva, con l’esperienza della Rete si chiude definitivamente la stagione dell’impegno politico diretto e riprende quello della ricerca politica. Dopo la monumentale enciclopedia “Il parlamento italiano”, pubblicata in 22 volumi fra il 1988 e il 1992, Boiardi si dedicò, con il ritrovato amico Giovanni Di Capua, alla “Grande enciclopedia della politica”, in settanta fascicoli, usciti tra il 1994 e il 1997. La ripresa di rapporti di collaborazione con Di Capua, lo introdusse nel suo istituto, l’ISDR di Tarquinia, nella casa editrice Ebe e nell’agenzia della Base “Radar” e, infine, nell’ “Associazione di studi euro mediterranei” di Baldassarre Armato, per la quale svolse la funzione prima di Segretario e poi di Capo Redattore della rivista “la Rosa di Gerico” che, a partire dal 1996, promosse i “colloqui mediterranei” di Ragusa. Sulla scia di questa ritrovata collaborazione con gli ambienti cristiano democratici, Boiardi approdò all’Istituto Sturzo, dedicandosi ad alcune ricerche biografiche di personalità “stranamente” tutte collocatesi nell’area moderata, dopo aver intrecciato in qualche modo l’esperienza dossettiana. Aveva già pubblicato una biografia dell’amico Vittorio Caruso (edita da “Analisi” di Ercole Camorani) che venne presentata al Teatro Ariosto di Reggio Emilia da Ciriaco De Mita a cui aggiunse, nella stagione di collaborazione con l’Istituto Sturzo le biografie di Giuseppe Medici (ed. Diabasis),  Flaminio Piccoli (ed. Rubbettino) e Stanislao Ceschi (in uscita proprio nei prossimi giorni sempre da Rubbettino). Roberto Mazzotta presidente dell’Istituto scrive nella presentazione di quest’ultimo volume, a proposito di Franco Boiardi, “<em>la sua costante e discreta presenza lo avevano fatto diventare un valido punto di riferimento anche per i giovani collaboratori dell’Istituto, che, ricorrendo alla sua vastissima esperienza di studioso e incoraggiati dalla sua disponibilità e gentilezza, ricorrevano spesso al suo aiuto e ai suoi consigli. Il volume è dedicato a lui</em>”. Per concludere vorrei solo segnalare alcuni apparenti paradossi in questa personalità inquieta, tormentata, segnata da un giustificato eppur controllato senso di superiorità intellettuale, che ne fanno una figura su cui la discussione rimarrà aperta a lungo. Forse più che di paradossi si tratta di ambivalenze, o forse di semplici coincidenze nella sua biografia tutt’altro che consueta e banale. Critico di Dossetti, a Boiardi è stato riservato infatti lo stesso destino di dover abbandonare la Democrazia Cristiana, ma, mentre per Dossetti la causa fu l’inutilizzabilità del partito ai suoi fini politici culturali e religiosi, per Boiardi invece fu l’impraticabilità e l’inagibilità democratica del partito: forse sarebbe ugualmente uscito in seguito per altre ragioni, ma in quel tempo la non reiscrizione fu causata dalla intolleranza della segreteria nazionale che non riusciva più a sopportare. Boiardi fu politologo e uomo politico, politico e amministratore, non fu mai una cosa sola, non si rassegnava cioè all’idea che la politica e l’amministrazione avessero un legame troppo sottile con ciò che sta loro a monte, con la ricerca e l’elaborazione della scienza politica. Alla fine si può dire che fu, come altri (penso a Mino Martinazzoli che ci ha lasciato in questo ultimi tempi), un’intellettuale che si ostinava a piegare la politica alla logica del rigore del pensiero, poco disponibile a piegarsi nei comportamenti soggettivi alla logica propria della politica come prassi, che pure conosceva e riconosceva. Per questo gli sono toccate sofferenze, delusioni e non poche incomprensioni. Il tempo, ne sono certo, gli renderà giustizia e stima nella misura semplicemente dovute.</p>
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		<title>Responsabilità e buon senso</title>
		<link>http://www.pierluigicastagnetti.it/2011/06/responsabilita-e-buon-senso/</link>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 08:16:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da 24emilia.com del 21 giugno 2011
&#8220;Confido in un gesto di responsabilità e di buon senso, da parte di don Ranza e di chi altri ne avesse competenza e possibilità e si rinunci al proposito di smantellare il presepe Beltrami &#8211; ha detto Castagnetti &#8211; Ci sono beni privati che per il loro valore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-2122" title="presepe_beltrami_2010" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/06/presepe_beltrami_20101.jpg" alt="presepe_beltrami_2010" width="225" height="181" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da 24emilia.com del 21 giugno 2011</em></p>
<p>&#8220;Confido in un gesto di responsabilità e di buon senso, da parte di don Ranza e di chi altri ne avesse competenza e possibilità e si rinunci al proposito di smantellare il presepe Beltrami &#8211; ha detto Castagnetti &#8211; Ci sono beni privati che per il loro valore e le loro caratteristiche debbono essere considerati di oggettivo interesse pubblico e fra essi vi è sicuramente il chiostro di S. Nicolò e il presepe Beltrami. <span id="more-2119"></span>Una gestione del tutto privatistica e un po’ “a dispetto” di questa vicenda impoverisce tutti e finisce per ferire ingiustamente la stessa immagine della chiesa, la cui opera nella promozione del patrimonio artistico cittadino ha peraltro acquisito<br />
tanti meriti e giusti apprezzamenti.</p>
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		<title>Reggio è grata e debitrice a Don Vittorio Chiari</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Feb 2011 14:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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 di Pierluigi Castagnetti
Reggio Emilia 11 Febbraio 2010
Don Chiari è stato un grande educatore di adolescenti, di intere generazioni di adolescenti della nostra città, per questo Reggio gli è debitrice..
Fondatore dell’Oratorio Don Bosco, era un magnete, un vero incantatore di ragazzi, generoso senza misura, innovatore e inventore di metodologie educative, un poeta della vita e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1987" title="don-chiari" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2011/02/don-chiari.jpg" alt="don-chiari" width="109" height="115" /></p>
<p><strong> di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Reggio Emilia 11 Febbraio 2010</em></p>
<p>Don Chiari è stato un grande educatore di adolescenti, di intere generazioni di adolescenti della nostra città, per questo Reggio gli è debitrice..<br />
Fondatore dell’Oratorio Don Bosco, era un magnete, un vero incantatore di ragazzi, generoso senza misura, innovatore e inventore di metodologie educative, un poeta della vita e della parola come la su amica Alda Merini. Ha lasciato anche negli adulti che hanno avuto la fortuna di incontrarlo ricordi deliziosi e parole di fiducia e di speranza che non possono essere dimenticate. Ha vissuto la sua morte con la stessa serenità con cui è vissuto e la stessa responsabilità educativa.<br />
Anche di ciò credo dobbiamo essergli grati.<span id="more-1986"></span></p>
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		<title>Germania vent&#8217;anni dopo</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Sep 2010 11:44:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
da Reggio24ore.com del 30 settembre 2010
“Allora, caro Helmut, ci rivedremo dopo le elezioni”. Fu il saluto che Mino Martinazzoli rivolse sulla soglia della sede della Cancelleria a Bonn a Helmut Kolh alla vigilia delle elezioni tedesche del 1993. Ricordo bene quel saluto perché ero presente come capo della segreteria politica della DC di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1855" title="germania" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/09/germania.jpg" alt="germania" width="119" height="115" />di<strong> Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>da Reggio24ore.com del 30 settembre 2010</em></p>
<p>“Allora, caro Helmut, ci rivedremo dopo le elezioni”. Fu il saluto che Mino Martinazzoli rivolse sulla soglia della sede della Cancelleria a Bonn a Helmut Kolh alla vigilia delle elezioni tedesche del 1993. Ricordo bene quel saluto perché ero presente come capo della segreteria politica della DC di allora. E ricordo in particolare la risposta. “ Sarò ben lieto di rivedervi anche per fare il punto sulla situazione italiana e su quella tedesca. Ma non so se l’incontro potrà avvenire ancora qui, in questa sede, per le ragioni che vi ho detto prima. Non sono così sicuro dell’esito delle elezioni tedesche, anche se ho la coscienza tranquillissima”. <span id="more-1854"></span><br />
In effetti in quelle due ore di colloquio veramente amichevole, in cui dovevamo parlare dei problemi della Dc italiana, abbiamo finito per parlare soprattutto di Germania e di Europa. Per gli uomini di quella generazione politica parlare dei problemi dei partiti significava parlare dei problemi del mondo e più in generale dei processi politici. Avevamo parlato della caduta del Muro, io stesso molto modestamente ebbi occasione di raccontare al Cancelliere la mia esperienza a Praga dove mi ero recato insieme a due colleghi, Michelangelo Agrusti e Beppe Matulli, per assistere al processo a Vaclav Havel nella primavera 1989, e delle successive esperienze nelle prime campagne elettorali libere a Praga, a Budapest e prima ancora a Varsavia.<br />
Ricordo che il Cancelliere, sicuramente anche per ragioni di cortesia e ospitalità, si mostrò molto curioso di conoscere il clima e il contesto di quei giorni. Ma venne rapidamente a parlare della Germania e dell’Italia nel nuovo contesto europeo, interloquendo con Martinazzoli. Ci raccontò della sua decisione di aumentare, pochi mesi prima della tornata elettorale, di 5 punti le aliquote fiscali. “Poiché le tasse le pagano i percettori di reddito e poiché questi si trovano prevalentemente all’Ovest dove è la gran parte dei miei elettori, io so di correre dei forti rischi sul piano elettorale, aggravati anche da un discorso di assoluta trasparenza che ho voluto fare sin da subito ai miei concittadini, quando ho detto loro che il consistente prelievo fiscale che avremmo realizzato l’avremmo investito tutto nell’ex Repubblica Democratica Tedesca. Prendo i soldi a voi che abitate nell’ex-RFT e li porto tutti nell’ex-RDT&#8221;.<br />
&#8220;Mi è servita molto, infatti, una lettura attenta della politica fatta nel Mezzogiorno d’Italia in questi decenni, per decidere anzichè una strategia d’intervento graduale, un intervento globale forte e decisivo. Avevo già messo a dura prova il patriottismo tedesco quando, sfidando le reticenze della Bundesbank, ho stabilito, con decisione politica, la parità 1 a 1 del cambio fra i due marchi, e quando ho deciso di estendere ai lavoratori dell’est lo stesso sistema pensionistico in vigore all’ovest, pur sapendo che quei lavoratori non avevano versato contributi adeguati, ma sapendo che prima dei numeri vengono gli uomini e i loro diritti&#8221;.<br />
&#8220;Prendiamo ad esempio le persone che oggi hanno settant’anni, e hanno attraversato la guerra, la durezza del regime comunista e oggi lo shock della svolta della storia. Perché mai dovremmo infliggere loro anche l’estrema ingiustizia di un trattamento previdenziale fortemente diseguale? Adesso con questa riforma fiscale so di correre dei rischi ulteriori sul piano elettorale, ma ho fatto ciò che uno statista deve fare, se vuol bene al suo paese. Io ritengo che l&#8217;armonizzazione delle condizioni di vita provocherà la pace nella Germania e una Germania in pace nel cuore dell’Europa è la garanzia della pace dell’Europa&#8221;.<br />
&#8220;Questo è l’insegnamento che mi ha lasciato in eredità Konrad Adenauer e io voglio essere fedele a questa eredità. Del resto non era De Gasperi che diceva che gli statisti sono quelli che pensano alle prossime generazioni e i politicanti quelli che pensano alle prossime elezioni? Oggi l’Europa ha bisogno di statisti che guardino avanti, che non facciano calcoli personali, che non voltino le spalle alla storia e ha soprattutto bisogno che la mia generazione, che è l’ultima testimone delle atrocità del nazismo e della guerra, acceleri la costruzione di una Europa unita e solida, prima che sopraggiunga legittimamente una nuova generazione di dirigenti politici che non ha la memoria di ciò che hanno significato nella storia le divisioni dell’Europa”.<br />
Quel colloquio che so di aver riportato con fedeltà quasi testuale, tanto mi rimase impresso per la forza morale che conteneva, mi pare dica tutto di quell’impresa grandiosa che il cancelliere Kohl realizzò nella indifferenza e persino nella diffidenza di gran parte dell’opinione pubblica del suo paese e soprattutto dei dirigenti politici degli altri paesi europei e non solo. In quei giorni Margaret Thatcher non fece nulla per nascondere la sua preoccupazione per la fretta di una riunificazione non adeguatamente preparata con gli altri partner dell’Occidente: ”Sono ritornati i tedeschi!”.<br />
Mikhail Gorbačёv cercò di opporvisi perché temeva l&#8217;insopportabile penetrazione della Nato ad Est e lo stesso presidente Bush senior sembrava farsi carico delle preoccupazioni sovietiche. Giulio Andreotti, vecchio amico di Kohl, espresse (mi pare di ricordare in un dibattito a festa dell’Unità) pure un parere non amichevole nei confronti della strategia tedesca. Kohl ci confidò di non aver compreso e non dimenticato quell’opinione, ma si rendeva conto di un certo fondamento di tali preoccupazioni “perché la storia è storia!”, e proprio per questo aggiunse “voglio ancorare il disegno della riunificazione tedesca a quella di una forte unità europea. Sarà l’Europa a garantire tutti, voi e anche noi.”.<br />
Mi viene spontaneo un paragone tra quegli argomenti usati da Kohl, quel suo modo di ragionare, quella sua fede profondamente europeista, con le parole, i modi di ragionare e il tiepido europeismo dei giorni nostri, a partire da quelli che esprime oggi la stessa Germania e, in particolare, Angela Merkel. Forse sta risultando vera la preoccupazione di Kohl e Mitterand per una troppo rapida perdita della memoria storica come handicap maggiore della generazione di statisti che sarebbe loro succeduta.<br />
Eppure oggi c’è ancora più bisogno di Europa e di Germania dentro il gioco dell’Europa, per le ragioni di ieri e per altre che la globalizzazione ci impone. Forse il processo di globalizzazione si sarebbe avviato ugualmente, ma è certo che il crollo del Muro e il dissolvimento dell’Unione Sovietica lo ha fortemente accelerato. Entrambi questi eventi si sono realizzati entro il perimetro geografico dell’Europa e dentro tale perimetro si dovranno pensare le politiche e le strategie, perché il processo non avanzi al di fuori di ogni regola e di ogni pur minima, ma indispensabile, possibilità di governo.</p>
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		<title>Veltroni? Un grave errore</title>
		<link>http://www.pierluigicastagnetti.it/2010/09/veltroni-un-grave-errore/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 09:35:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista di Massimo Sesena
da Gazzetta di Reggio del 20 settembre 2010
Metti un sabato mattina duecento cattolici a discutere di politica, in una sala chiusa a giornalisti e fotografi. Difficile non pensare male. Soprattutto se quei cattolici fanno parte di quel Pd che in queste settimane va avanti a pacchi di maalox, tanti sono i maldipancia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1830" title="jpg_2381819" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/09/jpg_2381819.jpg" alt="jpg_2381819" width="105" height="112" />Intervista di <strong>Massimo Sesena</strong></p>
<p><em>da Gazzetta di Reggio del 20 settembre 2010</em></p>
<p>Metti un sabato mattina duecento cattolici a discutere di politica, in una sala chiusa a giornalisti e fotografi. Difficile non pensare male. Soprattutto se quei cattolici fanno parte di quel Pd che in queste settimane va avanti a pacchi di maalox, tanti sono i maldipancia interni. Tantopiù che, quella riunione, voluta a Reggio dal parlamentare reggiano Pierluigi Castagnetti e dal consigliere regionale Beppe Pagani, arrivava poche ore dopo l&#8217;attacco di Veltroni a Bersani, colpevole di essere il leader di un «partito senza bussola».<br />
<em>Onorevole Castagnetti, come è andata invece? </em><br />
«E&#8217; andata benissimo, a giudicare dalla partecipazione in termini numerici e di contenuti. Del resto, iniziative come queste, non sono per noi eventi straordinari. <span id="more-1829"></span>Almeno un paio di volte l&#8217;anno, i cattolici impegnati nel Pd si incontrano e discutono, si scambiano esperienze. In questi giorni ho partecipato a iniziative analoghe a Cesena, a Carpi, a Modena. Nulla di straordinario, a parte le sale sempre gremite di gente. Certo, mi rendo conto che da fuori non è facile capire&#8230;».<br />
<em>Capire cosa? </em><br />
«Non è facile capire la peculiarità dell&#8217;impegno politico dei cattolici, la fatica quotidiana che è soltanto nostra di coniugare la fede con l&#8217;impegno politico».<br />
<em>Certo che finché queste riflessioni le fate a porte chiuse&#8230; </em><br />
«Forse abbiamo sbagliato, ma avevamo deciso così per evitare che qualche parola potesse essere fraintesa. Può essere stato un errore. E in effetti, ripensando a un altro di questi incontri che ho fatto recentemente a Cesena, mi è venuto in mente che tra il pubblico c&#8217;era un deputato del Pd che proviene dai Ds, Brandolini che ci ha ascoltati fino all&#8217;una di notte e alla fine mi ha ringraziato per avergli dato questa opportunità: quella di capire le nostre ragioni».<br />
<em>Il guaio è che il vostro conclave arrivava dopo l&#8217;uscita di Veltroni&#8230; </em><br />
«E infatti nella mia relazione ho sgomberato subito il campo rispetto a quelle che potevano essere tutte le possibili illazioni sul tema. Tantopiù che ho cercato fino all&#8217;ultimo di impedire che Veltroni facesse quello che poi ha fatto. Prima ho parlato con Fioroni e mi pareva di averlo convinto a fermarsi. Poi ho avuto un lungo colloquio con lo stesso Veltroni».<br />
<em>Che argomentazioni ha usato con l&#8217;ex segretario? </em><br />
«L&#8217;ho messo in guardia dal fatto che la sua iniziativa sarebbe stata vista solo ed esclusivamente come una iniziativa anti-partito. E gli ho anche detto che la nostra generazione sarà giudicata solo sulla capacità che avrà mostrato di chiudere la stagione del berlusconismo e di regalare al Paese una stagione nuova».<br />
<em>Per fare questo ci vorrebbe un partito&#8230; </em><br />
«Guardi è fuor di dubbio che il Pd tra il 2008 e il 2010, ma il vero dato preoccupante è quello dei voti persi: nel 2010 non ci hanno votato 4 milioni di elettori che ci avevano votato nel 2010. Il tema è: una iniziativa come quella di Veltroni è in grado di rimotivare chi ci aveva votato e ora non ci vota più? Secondo me assolutamente no. E guardi, ne ho avuto la prova appena ho rimesso piede a Reggio, venerdì mattina. Nel breve tragitto tra casa mia e l&#8217;edicola dei giornali ho incontrato tre persone che mi hanno detto tutti la stessa cosa: ma voi siete matti. Io credo che in questo momento il nostro obiettivo è ben chiaro: siamo in un clima pre-elettorale e non è il momento di farci la guerra tra noi. Un passo dell&#8217;Ecclesiaste dice: c&#8217;è un momento per tirare le pietre e un momento per raccoglierle. Questo è il momento di raccogliere le pietre, non di lanciarle».<br />
<em>A Reggio però pare che l&#8217;iniziativa di Veltroni non abbia avuto seguito&#8230; </em><br />
«No. E non credo ne avrà nemmeno altrove».<br />
<em>Intanto però in città si riaccende il dibattito: un gruppo di esponenti del Pd ha rilanciato la questione delle primarie nei circoli per la scelta dei candidati in vista delle prossime politiche, siano esse alle porte o tra tre anni come naturale. Lei cosa ne pensa? </em><br />
«Penso che la priorità oggi sia quella della battaglia parlamentare per far cadere questo governo, formare una maggioranza diversa che abbia come obiettivo una nuova legge elettorale. Sui modelli non mi sbilancio, purché si stabilisca una soglia per il premio di maggioranza. Ovvero per impedire che un polo con il 30% sbanchi il tavolo e si prenda tutto, come è accaduto e come accadrebbe solo in una repubblica sovietica. Detto questo, se questa battaglia parlamentare dovesse fallire, allora è giusto che almeno per parte nostra, la parola torni agli elettori, attraverso le primarie. Tuttavia, credo non sia questo il problema primario».<br />
<em>E quale sarebbe invece? </em><br />
«La ginnastica democratica interna va sempre bene. Ma oggi è prioritaria l&#8217;iniziativa politica per risolvere i problemi del Paese».<br />
<em>Alla riunione di Rivalta nessun accenno sulla situazione reggiana? </em><br />
«No, a parte la legittima soddisfazione espressa dall&#8217;assemblea per il consigliere regionale Marco Barbieri dopo la vittoria del ricorso che lo riporta a Bologna».</p>
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		<title>Lega a Guastalla</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 12:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti e Maino Marchi
Roma, Camera dei Deputati, 20 luglio 2010
Al Ministro per le politiche Agricole e Forestali
Premesso che con decreto del 15 giugno 2010, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Giancarlo Galan ha disposto la revoca del signor Marco Lusetti dall&#8217;incarico fiduciario di commissario ad acta dell&#8217;Ente nazionale della cinofilia italiana [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1767" title="marco_lusetti" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/07/marco_lusetti.jpg" alt="marco_lusetti" width="123" height="118" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong> e <strong>Maino Marchi</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 20 luglio 2010</em></p>
<p>Al Ministro per le politiche Agricole e Forestali</p>
<p>Premesso che con decreto del 15 giugno 2010, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Giancarlo Galan ha disposto la revoca del signor Marco Lusetti dall&#8217;incarico fiduciario di commissario ad acta dell&#8217;Ente nazionale della cinofilia italiana (ENCI) conferito con decreto ministeriale n. 3907 del 20 aprile 2009;<br />
considerato che:<br />
secondo quanto espressamente riportato nel citato decreto ministeriale, la revoca dall&#8217;incarico del signor Lusetti sarebbe motivata da &#8220;gravi disfunzioni registrate nell&#8217;espletamento dell&#8217;incarico di Commissario ad acta, concretatesi in una serie di comportamenti e di atti illegittimi, <span id="more-1766"></span>adottati in violazione del potere conferito ed in spregio delle procedure dettagliate nell&#8217;articolo 4 del D.M. 3907 del 20 aprile 2009&#8243; e che &#8220;dall&#8217;esame della documentazione trasmessa dall&#8217;ENCI al Ministero emergono comportamenti eccedenti il mandato di Commissario ad acta, come definito nel D.M. n. 3907 del 20 aprile 2009 ed, in alcuni casi, contrari al diritto&#8221;;<br />
nello stesso decreto si fa riferimento a 62 delibere riguardanti aspetti organizzativi, amministrativi e economici relativi all&#8217;ENCI adottate dal signor Lusetti dichiarate nulle con la nota ministeriale n. 5238 del 25 maggio 2010 in quanto ritenute in violazione dell&#8217;articolo 4 del citato decreto ministeriale n. 3907 del 20 aprile 2009,<br />
si chiede di sapere:<br />
quali siano in dettaglio le violazioni di merito contestate al signor Marco Lusetti a giustificazione del provvedimento di revoca dell&#8217;incarico fiduciario di commissario ad acta dell&#8217;ENCI;<br />
in particolare, quale sia il contenuto delle citate delibere;<br />
quali siano stati i criteri che hanno condotto il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali pro tempore a nominare il signor Lusetti commissario ad acta dell&#8217;ENCI, ritenendo impossibile che siano state esclusivamente affinità di tipo politico a determinare tale scelta;<br />
quali misure il Ministro in indirizzo intenda assumere affinché sia garantita per il futuro piena trasparenza relativamente alle nomine e alla gestione stessa di ENCI e degli altri enti controllati dal Ministero.</p>
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		<title>Un uomo libero</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jun 2010 14:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Reggio Emilia, 29 giugno 2010
Vorrei unire a quelli dei tanti che hanno parlato in questi giorni anche un mio breve ricordo di Romolo Fioroni.
Mi pare giusto ricordare che lo spessore morale e il carattere forte del maestro Fioroni furono temprati in un ambiente familiare singolarissimo di cui lui stesso parlava con orgoglio: la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1731" title="fioroni_romolo" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/06/fioroni_romolo1.jpg" alt="fioroni_romolo" width="127" height="95" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Reggio Emilia, 29 giugno 2010</em></p>
<p>Vorrei unire a quelli dei tanti che hanno parlato in questi giorni anche un mio breve ricordo di Romolo Fioroni.<br />
Mi pare giusto ricordare che lo spessore morale e il carattere forte del maestro Fioroni furono temprati in un ambiente familiare singolarissimo di cui lui stesso parlava con orgoglio: la mamma maestra, vedova con cinque figli da crescere, ha avuto un ruolo straordinario nell’educazione di tutti allo spirito di libertà e di carità. La porta della loro casa era sempre aperta e, in particolare, a chi si trovava in difficoltà, senza mai calcolo dei rischi. <span id="more-1729"></span>I fratelli Giuseppe ed Ermanno Dossetti trovarono proprio in quella casa riparo, accoglienza e sostegno. Così come Ermanno Gorrieri che operava però in Val d’Asta. Non a caso alla frazione di Costabona Dossetti legò il suo nome per due episodi importanti: è da lì che scrisse la lettera ai parroci della montagna, un documento fondamentale nella storia della Resistenza reggiana, ed è in quella chiesetta parrocchiale che decise durante un assedio, di forzare il tabernacolo ed assumere tutte le ostie contenute nella pisside per sottrarle alla profanazione dei nazisti, una scelta così drammatica e sconvolgente a cui – confiderà anni dopo a un amico – fece risalire la sua decisione di farsi poi sacerdote. Quelli erano appunto i giorni in cui era ospite in casa Fioroni.<br />
Ma di Romolo mi pare che debba essere ricordato, oltre al suo ardimento e alla sua profonda cultura popolare, il servizio reso alle istituzioni. E’ stato infatti amministratore della Cassa di Risparmio, consigliere provinciale per la DC e, per lunghi anni, presidente del Consorzio di Bonifica Tresinaro Secchia, distinguendosi sempre per dedizione, competenza e distacco personale.<br />
Fioroni è sempre stato uomo libero, anche quando faceva politica e insieme ad altri amici aveva fondato nella DC una corrente territoriale, il “Gruppo della Montagna” appunto.<br />
Era orgoglioso della sua origine e della sua natura di uomo indipendente, così fuori dagli schemi, testardo nel difendere le sue posizioni ( “io sono montanaro!”, qualche volta si compiaceva di ricordarlo con tono vagamente intimidatorio) combattente, sino all’ultimo per la causa della libertà e della giustizia.<br />
Finita la stagione dell’impegno politico si è dedicato al giornalismo, anche a quello televisivo, alla ricerca, all’associazionismo partigiano e ad ogni altro mondo possibile per continuare a servire la sua terra e la sua gente. “Vietato fermarsi” si può giustamente dire di lui, sotto tanti profili.</p>
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		<title>Il problema delle carceri italiane</title>
		<link>http://www.pierluigicastagnetti.it/2010/03/il-problema-delle-carceri-italiane/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 08:32:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti e Maino Marchi
Roma, Camera dei Deputati, 29 marzo 2010
Per sapere &#8211; premesso che:
-    nella notte fra sabato 27 e domenica 28 marzo nella Casa Circondariale di Reggio Emilia si è suicidato un detenuto utilizzando il gas di una bomboletta, legittimamente detenuta, ad uso di scaldavivande;
-    ad ogni detenuto sono ordinariamente assegnate in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1625" title="carcere" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/04/carcere.jpg" alt="carcere" width="127" height="105" />di <strong>Pierluigi Castagnetti</strong> e <strong>Maino Marchi</strong></p>
<p><em>Roma, Camera dei Deputati, 29 marzo 2010</em></p>
<p>Per sapere &#8211; premesso che:</p>
<p>-    nella notte fra sabato 27 e domenica 28 marzo nella Casa Circondariale di Reggio Emilia si è suicidato un detenuto utilizzando il gas di una bomboletta, legittimamente detenuta, ad uso di scaldavivande;<br />
-    ad ogni detenuto sono ordinariamente assegnate in dotazione due bombole di gas;<br />
-    nella cella assieme al detenuto suicidatosi ne erano presenti altri due detenuti e, dunque, erano custodite ben sei bombole di gas;<span id="more-1626"></span><br />
-    durante la notte in cui si è verificato il drammatico evento era in servizio un solo agente a cui, per la cronica carenza di personale, era affidato il compito di controllo di non meno di 150 detenuti;<br />
-    quale è stata la effettiva dinamica dei fatti;<br />
-    quali provvedimenti intende assumere per:<br />
a)    commisurare la dotazione del personale in servizio alla Casa Circondariale di Reggio Emilia al clamoroso aumento della popolazione carceraria, fenomeno che rende, oltretutto,inaccettabili sotto ogni profilo le condizioni umane della detenzione;<br />
b)    eliminare le bombolette di gas- scaldavivande sostituendole con altre attrezzature più consone alle condizioni della vita carceraria;<br />
c)    indagare seriamente le ragioni per cui in questa Casa Circondariale gli episodi di suicidio si verificano da qualche tempo con preoccupante frequenza.</p>
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		<title>La loro lezione</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 08:53:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pierluigi Castagnetti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La nostra Reggio]]></category>

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		<description><![CDATA[di Pierluigi Castagnetti
Reggio Emilia, 02 gennaio 2010
Nell’ultimo giorno dell’anno la nostra città ha dato l’ultimo saluto a due personaggi pubblici molto diversi anche se, per qualche aspetto, somiglianti: Dante Bigliardi e Pippo Bertani.
Mitico esponente del mondo dell’emigrazione reggiana il primo, carismatico rappresentante del volontariato cattolico il secondo. Erano accanto all’obitorio di Coviolo, visitati da file [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-1527" title="00010883n" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/01/00010883n.jpg" alt="00010883n" width="100" height="83" /><img class="alignleft size-full wp-image-1528" title="00010884n" src="http://www.pierluigicastagnetti.it/wp-content/uploads/2010/01/00010884n.jpg" alt="00010884n" width="100" height="83" /><strong>di Pierluigi Castagnetti</strong></p>
<p><em>Reggio Emilia, 02 gennaio 2010</em></p>
<p>Nell’ultimo giorno dell’anno la nostra città ha dato l’ultimo saluto a due personaggi pubblici molto diversi anche se, per qualche aspetto, somiglianti: Dante Bigliardi e Pippo Bertani.<br />
Mitico esponente del mondo dell’emigrazione reggiana il primo, carismatico rappresentante del volontariato cattolico il secondo. Erano accanto all’obitorio di Coviolo, visitati da file ininterrotte di vecchi compagni di sinistra l’uno e di amici delle parrocchie della zona nord della città l’altro. Bigliardi era dirigente della FILEF nazionale, fino all’ultimo impegnato non solo a custodire la memoria di quella parte di popolazione reggiana che per mangiare dovette ingegnarsi in giro per il mondo, ma a cercare di trasformare quel lontano spirito di avventura in nuovo spirito di accoglienza verso altri uomini che oggi vengono tra noi per la stessa ragione. Solidarietà ricevuta e solidarietà data sono 2 facce della stessa medaglia di un valore genetico della sinistra oltreché del mondo cattolico.<span id="more-1526"></span><br />
Pippo Bertani per tante ragioni lo conoscevo meglio. Eravamo veramente amici, nati nello stesso anno, sposati nello sesso giorno, avevamo frequentato gli stessi preti e gli stessi ambienti sin da ragazzi. Era uomo instancabile nel dare, nel fare, nel trascinare, nel ribellarsi contro le ingiustizie, nel mettersi sempre in seconda fila e anche in terza. Il suo funerale nella palestra di Gavassa stracolma è stato un inno alla grandezza del cristiano quotidiano, mai in ferie dalla sua fede e dal dovere della coerenza da agire tutti i giorni, in tutti i luoghi. E’ stata anche una occasione – soprattutto per chi ha l’età giusta per tirare qualche somma – per riflettere sul film della propria vita. Lì, in quella palestra, al centro di un territorio particolarmente benedetto dal Signore, c’erano tante persone che conoscevo quasi una ad una per averle incrociate mille volte, persone semplici, lavoratori, “operai della vigna”, insieme alla generazione dei loro figli, tutte unite da un calore genuino e popolare: c’era insomma il popolo vero. Alla preghiera dei fedeli si sono alternati giovani calciatori dell’”Atletico” e della “Daino”, volontari caritas, catechisti, insegnanti, amici. Io e gli altri ex dirigenti della DC, del PPI e della Margherita avvertivamo che la pur rilevante esperienza politica di Pippo era poca cosa rispetto a tutte le altre cose che riempivano la sua vita. O forse era la stessa cosa. Riflettevo poi sul fatto che diversi dei sacerdoti celebranti erano figli o fratelli di dirigenti politici più o meno noti. Perché le famiglie dei cristiani più impegnati erano veramente laboratori di diversi carismi, quello presbiterale accanto a quelli sociale e politico. E’ questa la natura di quel tessuto sociale, quel mondo, quel popolo, quello delle parrocchie appunto.<br />
Oggi si fa gran parlare di radicamento della politica, intendendo ognuno spesso cose diverse. Per capire bene questa nostra terra reggiana non bisogna mai dimenticare che il PCI (e in certa misura anche il PSI) e la DC, pur così diversi, erano radicati perché non erano solo partiti, erano “popoli”. Il loro ancoraggio territoriale non era tanto dovuto alla disseminazione di numerosissime sezioni, quanto all’impasto umano di cui erano fatti: i loro dirigenti non erano “vicini” al popolo, ma “del” popolo, prima di tutto e soprattutto popolo loro stessi.<br />
Questa lezione che ci lasciano Dante Bigliardi e Pippo Bertani all’inizio del nuovo anno dovrebbe essere meditata bene, anzi imparata bene, dai politici di oggi.</p>
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